Rap (ma poi è magnifico)Cari vertebrati,
non riesco ad amare il rap. Io sono un curioso, badate. Mi fiondo. Cerco. Metto il naso. Annuso. Ma il rap è un ingorgo di senso nel quale non riesco a sprofondare. Non si può sempre usare il canone di bello e brutto nella vita. C’è quel qualcosa, come sospeso, che c’è e basta; possiamo saltare di palo in frasca, appunto, senza poter dare giudizi estetici al palo e alla frasca.
Così quando sei giorni fa ci siamo visti coi miei alunni per la consueta gita è stato come un cortocircuito. Quest’anno non è stato come gli altri. Si andava in montagna, si aveva la possibilità di comunicare, e tutti i ragazzi, dico tutti, avevano il cellulare. Cosa c’è di strano? Mi chiederete voi. Tutti, ormai, possiedono un mostruoso oggetto attraverso il quale trasmettere segnali di vita. O di morte, laddove l’esistenza sfuma nella sua stessa fine.
Ciò che ha trasformato questa esperienza in una novità assoluta è la percezione netta di quello che possa essere l’astinenza da f*******:, o i********: o Twitter. I ragazzi, alla mia richiesta di consegnare per le attività i telefonini, si sono opposti con forza. E quando, dopo la mia imposizione, hanno dovuto affidarmeli, hanno cominciato a dimostrare irrequietezza.
Come se, senza quel piccolo, maledetto apparato, non potessero avere una loro dimensione. Come volendo esprimere una nebulosa di parole che non può essere tradotta in realtà comunicativa. Cosa poi sia la realtà comunicativa sarebbe vasto campo di analisi e pensiero. Ma, insomma, lo scambio, la battuta, il dialogo con la persona accanto, era ancora fondamentale per noi della generazione ’75.
Invece no, lo si può fare anche ed esclusivamente attraverso i cellulari.
Che i ragazzi non abbiano più nulla da dire è una scemenza immane; semmai hanno troppo da dire. E quando parlano, non ci sono pause, c’è un rigurgito verbale, una disperazione relazionale, un ritmo serrato. Probabilmente il rap non può essere che la musica del loro tempo; con quelle battute a raffica, quell’esprimere il disagio, quel forzare la musica stessa.
Sono stato anche testimone del miracolo della socialità, del fatto che, alla fine dell’avventura, nessuno chiedesse più i telefonini. Sono stato testimone del prendersi a palle di neve, degli sfottò, degli abbracci. Sono stato testimone di quell’immenso privilegio che è insegnare, quando, facendo karaoke, un ragazzo autistico ha preso il microfono per cantare un pezzo che non conoscevo. Il testo che scorreva sullo schermo era troppo veloce per potergli permettere di scandire le parole, allora, sapientemente, ne riprendeva la fine.
E poi, miracolosamente, nel ritornello, la sua voce si apriva in uno spiraglio. Gli altri ragazzi erano sospesi come noi a contemplare quella scintilla. Per la cronaca: il brano era Magnifico di Fedez.
Lunedì, tornato a scuola avrò questa energia benedetta, speriamo che duri: quella dell’umanità più forte delle briglie tecnologiche, del controllo delle coscienze, della schiavitù da palmare; pronta ancora a donarsi alla bellezza.
E sarà bellissimo guardare i miei ragazzi che fissano il mio volto; oltre qualsiasi segnale e bip bip.
E riandare al testo della canzone:
Siamo nello stesso hotel, ma con due viste differenti.
L’amore è un punto di arrivo, una conquista.
Ma non esiste prospettiva
senza due punti di vista.
Fuori è magnifico, fuori tutto è magnifico.