Perché ha gridato, professore?Cari vertebrati,
quando si ha a che fare con una classe di prima media, si potrebbe credere alla propria onnipotenza.
I ragazzi appena giunti, in realtà, sono delle infide creature; tutto è nuovo ed inusuale per loro: è finita la paradisiaca scuola elementare, fatta di quadrati colorati e farfalle, di giochi e passeggiate mano nella mano.
Inizia il mondo difficile della scuola superiore di primo grado, devono subito conquistare il territorio; in maniera subdola e pertinace.
È per questo motivo che il silenzio irreale dei primini mi spaventa. Quali sommosse preparano i pargoletti? Perché mi studiano con quelle facce d’angelo? Quando mi decapiteranno sulla pubblica piazza?
Infatti il silenzio dura pochi minuti, i condor cominciano già a volteggiare: lo scopo è finire l’insegnante con una raffica continua di domande. In modo tale da non lasciargli il tempo di una strategia difensiva.
«Maestro,» per i primi tre mesi rifiutano il termine “professore”, «che pennarelli dobbiamo usare per la lezione di oggi?».
«Per me possono andare bene il nero e il rosso».
«Maestro, posso usare il giallo? Mi ha sempre portato fortuna…».
«Va bene, se ti fa piacere, usa il giallo».
«Perché lui può usare il giallo e noi no?».
«Potrebbe non portarvi fortuna…».
«Maestro, ma tu di dove sei?».
«Dovresti dire lei di dove è…».
«Perché lei è femmina?», immancabile risata di tutta la classe.
«No, è per una questione di rispetto».
«E chi lo dice che le femmine devono avere più rispetto?».
Fanno tante domande. Troppe.
«Maestro qual è il titolo della lezione?».
«Voi cosa proponete?».
«Trova una storia!».
«Mi piace, allora chiamatela Trova la storia».
«Ma il titolo lo scriviamo a stampatello o in corsivo?».
«Come preferite!».
«Ma a stampatello scrivo male!».
«Così ti alleni…».
«Ma io preferisco il corsivo!».
«Allora scrivi in corsivo, tesoro».
Quando dici tesoro sei già sul punto di imprecare, hai trascorso tutta l’ora di lezione a rispondere, e non ne puoi più.
«Maestro, ma per grammatica, epica, e antologia, dobbiamo usare tre quaderni?».
«Potreste usarne anche uno, meglio sarebbe un raccoglitore».
«E Storia e Geografia vanno con l’Italiano?».
«No, per Storia e Geografia utilizzate due quaderni distinti».
«Ma non aveva detto di usare i raccoglitori, maestro?».
«Vanno bene anche i raccoglitori».
«Perché non ti decidi?».
«Si dice: perché non si decide?».
«Sì, sì, va bene… perché non si decide?».
«Raccoglitori, usate i raccoglitori, cari…».
Ma ormai il “cari” è una coltellata, c’è da parte mia la volontà, nemmeno tanto nascosta, di ammutolirli. In realtà mi sento già senza forze, mi avranno posto duemila quesiti: è come essere in prima linea. I primini annusano la mia debolezza, come consumati avvoltoi cominciano a serrare le domande.
«Come mai…?», «Tu sei stato a…?», «Che significa orario provvisorio?».
A questo punto la mia rabbia si solidifica in un perentorio, terribile, nevrastenico: «Adesso basta con le domande! Lavorate!».
I primini si zittiscono, ma poi si scambiano occhiate, sono pronti a far fuori la carogna. Arriva la preside. «Perché ha gridato, professore?».
Beh, cosa dovrei dirle? Adesso si sono ritrasformati in tanti adorabili puttini.
«Come mai avete fatto urlare l’insegnante?».
Una ragazzina, la più piccola della classe, esile, dolce, dice: «Avevamo solo chiesto al maestro cosa significa orario provvisorio». La preside mi guarda con sommo disgusto. «Glielo spieghi, professore; non siamo qui soltanto per farci ubbidire», ed esce, indignata.
Intanto io sento già che mi stanno beccando via la pelle, i cari bimbi. Tra pochi giorni arriveranno agli occhi, infine al cuore.