La prova INVALSI è una cagata pazzescaCari vertebrati,
mi rendo conto che giudicare le persone è impresa difficile e impervia.
Mi confronto con la mia pochezza di valutatore quotidianamente. Prendiamo, ad esempio, un elaborato scritto; uno qualsiasi dei temi realizzati dai miei ragazzi.
A inizio carriera leggevo, riflettevo, e poi valutavo: mettevo otto, o nove; o cinque. Adesso metto otto, o nove, o cinque, motivando, e distinguendo. Come? Ortografia, sintassi, punteggiatura, contenuto.
E qui si potrebbe aprire un’ampia discussione. Perché ci possono essere dei racconti bellissimi, pieni di fantasia ed inventiva, ma che richiedono una grande capacità immaginativa anche da parte del professore, il quale deve vedere virgole, punti, e punti e virgola, laddove non c’è proprio nulla.
Ulteriore riflessione: forse ai giovani, a questi giovani, non serve più la pausa, non ne colgono più il senso, subissati da una quantità di informazioni a getto continuo, non percepiscono più quanto sia necessaria l’attesa.
E poi la sintassi. Ma la sintassi del nostro tempo è una sintassi dove i piani logici, i piani temporali, si sovrappongono, si aggrovigliano, si confondono.
E così mi pare che i ragazzi debbano sentirsi costretti a utilizzare una lingua banale; la più banale possibile.
Come a voler mettere chiarezza sul precipizio emotivo, concettuale, telematico al quale sono indissolubilmente legati.
Sul contenuto si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto. Quali criteri possono essere considerati validi? Cosa dovrebbe portare un professore a giudicare, con perentorietà, un pensiero estremamente complesso come quello degli studenti?
Schematizzare serve a dare sicurezza, soprattutto al docente. Una bella ragnatela sulla quale precipitare, quando tutte le certezze didattiche ti abbandonano. Quindi mettere un voto per ogni singola categoria, serve a dare l’illusione dell’equanimità.
Un bel piatto di sintassi, ortografia, punteggiatura, e contenuto. Una bevanda ben shakerata da inghiottire tutta d’un fiato.
Ma poi c’è sempre chi si sveglia, la mattina, e parla di criteri oggettivi. E questi criteri oggettivi precipitano niente po’ po’ di meno che dalle cime innevate del Ministero della Pubblica Istruzione. Sì, lo stesso Ministero che, quando si organizza un concorso pubblico, sbaglia ad impostare una domanda su tre. Piove dal cielo la prova INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione). Piove sulla testa dei belli e dei brutti; dei disabili e degli abili; degli arruolabili e dei non arruolabili.
Diciamocelo: chi si inventa questi quiz, la scuola media, la scuola media di questi anni, non la conosce bene. Intanto perché pretende che il programma proceda dritto e fulmineo, senza alcun intoppo.
Ma, non ci crederete, in Italia, vi sono classi con alunni stranieri di prima alfabetizzazione, ragazzi dislessici, studenti diversamente abili.
E se si vuole lavorare bene, si deve tenere conto delle esigenze di tutti. Del diritto all’istruzione di tutti. Quindi?
Quindi, tra i docenti, c’è chi procede più lentamente, ma con maggiori soddisfazioni.
Inoltre le prove Invalsi sono lunghe, lunghissime; per l’attenzione media dei pargoli, addirittura estenuanti: li vedi che, alla fine, vorrebbero crocettare all’impazzata; senza discernimento. E molti fanno così. Del resto, per ogni singola domanda, c’è un buon 25% di riuscita; con il solo aiuto della dea bendata. C’è una parte che riguarda la comprensione del testo che, quasi sempre, mette in crisi perfino il professore, perché la risposta non può essere univoca: a pensarci, di risposte corrette, ce ne sarebbero almeno due. Ve lo garantisco; accade con una certa frequenza. Infine arriva il momento in cui Mosè torna con le tavole della legge. Tanti pallini da confrontare con i pallini giusti. E tu capisci quanto sei stato bravo a prepararli. Se sanno riconoscere il soggetto e il predicato sono pronti per la vita; ancor di più se rivelano abnegazione per un avverbio.
Hanno risolto il quiz. La nostra scuola, in futuro, vincerà un bel premio: sarà l’azienda su cui si potrà investire.
Prima o poi, durante l’ennesimo, inutile collegio, mi alzerò.
Mi girerò verso i colleghi, e finalmente lo dirò: «La prova INVALSI è una cagata pazzesca!».
P. S. Ci saranno 80 minuti di applausi.