Corsi che fanno male al gulliver

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Corsi che fanno male al gulliverCari drughi e vertebrati, ciao ciao ciao! Invece che godere del pioggerelloso meriggio m’è toccato il solito corso obbligatorio sulla sicurezza a scuola. Il compagno sir ha introdotto la riunione dicendo che, in rapporto ai metri quadri dell’aula, il numero dei professori presenti era fuori norma. Avrei fatto prima a prendere un dormifero piuttosto che sentire tutte le sue boiate. Si può mai iniziare così? Noi docenti dovremmo sapere se le prese di corrente sono innocue, se la scuola presenta tracce di amianto nella struttura, se i peperoni verdi fritti fanno male ad alcuni insetti brufolanti con intolleranze alimentari. Doppie tatante scuse, compagno sir, ma noi, a stento, sappiamo dell’esistenza di un piano d’evacuazione. Abbiamo due ore per classe e quando trilla l’allarmoso richiamo, sempre sbagliamo andazzo e direzione. Affastelliamo i pargoli come se fossero capi di bestiame e li lanciamo in gradini pericolanti e sdrucciolevoli. Ci ritroviamo negli scalini opposti a quelli previsti con implacabile, avverso fato. Non ricordiamo chi deve chiudere e aprire la pubescente fila; non riconosciamo nemmeno la piazzetta di sosta dove sbocconcellare, together, un timore. Poi c’è sempre chi smiagola norme insensate e ti perplime il gulliver. Se una penna lanciata da un umanoide perfora l’occhietto cisposo di un compagno, non v’è dubbio che reo sia il professore che non ha azionato l’antenna del parabolico (iperbolico) controllo sulle inquiete anime discenti. Se un purulento infante scivola, sbattendo gli zebedei sul fondo melmoso del bagno, è il docente che deve rispondere, prostrato e affranto, della responsabilità dell’infame volo. Mentre il bidello se la ride, scodinzolando il suo miglior ghigno. «Dettomi, sì, che voi insegnanti lasciate a desiderare, sì, nell’attenzione che deve riservarsi all’alunno, sì, riferitomi, sì, che ciò non avviene, finti cervelloni richiedenti semplicemente immeritati aumenti, sì». S’ode il compagno sir ammonirci del nostro pigro andazzo professionale e della nostra poca cura delle larve bercianti. Ed io che, alla larga dai miliziani, non sciopero quasi più, per essere un professionista che professa davvero, ed esercitare il controllo sugli appallottolatori di cartacce… Vorrei dire al compagno sir che non siamo soltanto interessati ai tintinnanti, e che se anche tintinnassero di più, male non farebbero al Cerebro Didattico Universale, al Motore Primo della Conoscenza, dato che la sala professori, always, si riempie di uno pneumatico niente, misto ad una basica indolenza da vegliardi intellettivi. Suona il celestiale 17, il minuto oltre il quale il torpore si fa enorme. Sonnecchia chiunque a sentir parlare di sicurezza a scuola quando si hanno classi di trenta pollastri in pochi centimetri di pollaio educativo. Codesto arrivò, urrà!, codesto compagno sir che ci dice cosa dobbiamo fare e non fare. Limpido, come un lago senza fango, ci istruisce sull’agire. Ogni tanto si ferma e chiede: right, right, right? Certo, compagno sir! Però io immagino di flagellarti con un abito all’ultima moda romana. Poiché si parla di nulla, per poi arrivare al nulla. Tre ore per non dirci niente su come ci si comporta con un diabetico? Se si deve dare o non dare un’aspirina? Come capo drugo la vedo male. Il Ministero la manda a sacrificarsi. Parla di un eccesso nell’uso della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale), compagno sir? Ma se la suddetta donzella bianca, predisposta a farsi pennellare lucente, è assente, di cosa dovremmo preoccuparci? Sola solitaria consapevolezza che se non c’è sicurezza alla base non può esserci sicurezza all’apice. Come ti legherei ad una poltrona, compagno sir, costringendoti a tenere gli occhi aperti, facendoti vedere scene di ordinaria follia scolastica su di una LIM finalmente esistente, acciocché ti venisse il disgusto a parlare d’aria fritta; mentre io, tornato al Korowa Milkbar, sfavillante di nozioni inutili, sacrificherei queste ultime stronze al teutonico suono del Ludovico Van!
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