Le strade di Nervi. Tre ottobre, sera
I primi ad arrivare a Nervi, quella sera, furono Formula Uno in compagnia dell’Everest. Posteggiarono la GTA al Porticciolo e per apparire come due amici che alla domenica sera si fanno due passi, quattro chiacchiere e un gelato, entrarono in un bar e si comprarono un pinguino. La serata era stupenda e sul muretto c’era tanta gente, soprattutto giovani con addosso un’immensa voglia di vivere e divertirsi, ma anche persone più mature che godevano della bellezza del luogo, lasciandosi cullare dallo sciabordio delle onde che con pigrizia si infrangevano sulle fiancate dei gozzi e musicalmente muovevano i ciottoli del bagnasciuga. Mordicchiando la punta al ricoperto, a piedi si diressero in zona. Arrivati davanti alla banca nemmeno si fermarono e cominciarono a considerare la strada più indicata per garantire la fuga. Via Oberdan era a due corsie a doppia circolazione, ma in entrambi i sensi di marcia il fuggifuggi in auto sarebbe stato assai improbo. In direzione levante si congiungeva con via Marco Sala, una strada piuttosto stretta che continuava il tragitto in un’unica carreggiata a senso unico, un percorso molto trafficato dove bastava che un furgoncino si fermasse per una consegna e la circolazione si bloccava inesorabilmente. Cambiando i nomi, la strada continuava, mantenendo le stesse caratteristiche. Una sola corsia e nessuna traversa laterale per cambiare direzione improvvisamente: da una parte la meraviglia lussureggiante dei Parchi di Nervi affacciati sul mare e dall’altra una fila senza sosta di casette alla ligure interrotta solo da irte crêuze disegnate nei secoli scorsi per percorrere rigorosamente a piedi, e a rompicollo, la distanza che divideva la collina dal mare. Scendendo invece a ponente, via Oberdan andava a incasinarsi sull’Aurelia, una splendida strada che correva lungo il mare, frequentata quindi da una moltitudine di persone che a Genova continuavano ad andare in spiaggia fino all’arrivo dell’inverno. Pescatori dilettanti, mamme con bambini e ragazzini in costante ricerca di mussa, a tutte le ore del giorno camminavano sui marciapiedi, e a giudicare dalle strisce di pneumatici sull’asfalto, molti di loro attraversavano la strada battendosene allegramente il belino della propria vita e di quella altrui. La ricognizione a piedi dei due amici si concluse presto. A due passi dalla banca imboccarono salita Morelli, una mattonata pedonale che sbucava in via Somma, una strada che nel giro di una curva e un breve rettilineo imbucava corso Europa, la via ad alta velocità che collegava le delegazioni del Levante al Centro. Soddisfatti, i due amici proseguirono nelle vie del circondario, poi, certi del loro lavoro, tornarono alla macchina. Aldo accese il potente motore e a basso regime percorsero il tragitto che avevano individuato. A quell’ora della sera il traffico era molto ridotto rispetto all’ora stabilita per il colpo, ma il Formula Uno valutò che la larghezza a doppia corsia della carreggiata in entrambi i sensi di marcia era più che sufficiente per garantirsi una fuga a tutto gas. Tornando verso casa, i due accennarono alla situazione in cui il Francese li stava spingendo. «Belin è proprio vero che tia ciù ûn pèi de mussa che dui pä de bêu» disse con una sorriso divertito Aldo. «Meninbelino! A mignin-na è la cosa più bella e pericolosa al mondo, ma possiamo stare tranquilli, Enrì non ha mai fatto un peto ciù grosso do cû». La fiducia dei ragazzi della banda nei confronti del Francese era illimitata. Con queste perle di saggezza popolare terminarono il discorso e iniziarono a parlare del Genoa e del Doria, arrivando ben presto in Piazza De Ferrari. Posteggiarono l’Alfa in via Cardinale Boetto, attaccata al muro della Chiesa del Gesù, dove sui gradini, a fumare e a sparar cazzate, c’era un gruppo di ragazzini che tiravano tardi e rompevano le palle a chi voleva dormire. I due amici si salutarono, dandosi appuntamento all’indomani. Aldo, quella notte, doveva ancora fare un giro nei quartieri ricchi per individuare l’auto giusta per il colpo, mentre Everest aveva appuntamento con il Corto. Vista la differenza di corporatura, i due avevano preferito non farsi notare davanti alla banca due sere prima del colpo... c’è sempre qualche baban che porta a pisciâ il cane e scassandosi le balle nota tutto, poi riflette e quindi spiffera tutto al bar o alla pula.
Nel momento in cui il Formula Uno saliva sulla lambretta di un giovane che gli faceva da garzone, destinazione Albaro, l’ombra immensa di Everest scompariva nel buio assoluto di un portoncino. Ad aspettarlo, insieme a Gio. Batta, c’erano il Nebbia, Cannetta e una bottiglia di bourbon whisky. La radio trasmetteva una melensa canzone dove un tipo, con una voce da becco da mettere anguscia, cantava la sua disperazione per essere stato lasciato da quella gran bagascia della sua donna in una notte d’estate in riva al mare. Everest tirò una gnæra all’indirizzo del maccacco e con il grosso dito indice spense la musica. Non sopportava i piagnistei. I ragazzi della banda, tanto per farlo un po’ incazzare, continuarono in coro a canticchiare la melodia ricevendo un sonoro vaffanculo. I quattro si fecero una bella risata e dopo un doppio whisky si misero al lavoro. Aldo informò gli amici in merito al sopralluogo. Insieme studiarono le strategie da attuare, individuando il punto in cui il Cannetta con una sventagliata di proiettili avrebbe richiamato il pronto intervento della pula e il Corto, di conseguenza, decise cosa avrebbe dovuto fare. Aveva solo bisogno di un’auto o di qualsiasi mezzo a quattro ruote, a cui avrebbe pensato Aldo il giorno dopo. Everest aveva già stabilito che si sarebbe piazzato in Salita Morelli per bloccare l’ardire di eventuali coraggiosi inseguitori rompiballe e il Nebbia, come sempre, avrebbe tenuto gli occhi aperti sull’azione. Non avendo più nulla da pianificare, i quattro amici decisero di andare a donne: un po’ di bernarda, prima e dopo i colpi, toglie la tensione d’intorno.