I sistemi di allarme e di sicurezza. Tre ottobre, notte

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I sistemi di allarme e di sicurezza. Tre ottobre, notte Alle Erbe, in casa di Dodero, stavano per salire il Cinque, il Reverendo e l’Avvocato. Terminata la riunione con il Francese, il Professore aveva cercato nel suo archivio il “Libro degli impianti di antifurto e sicurezza”. Era un volume unico al mondo, scritto di suo pugno. Insieme al “Libro delle casseforti” e a quello “delle serrature”, costituiva un’opera in tre volumi unica nel genere, completa e costantemente aggiornata. In esso erano raccolte tutte le indicazioni relative alle ditte specializzate in impianti di sicurezza che operavano in Genova e nelle due Riviere. La sua compilazione era frutto di un’attenta osservazione ogniqualvolta venivano aperte o ristrutturate banche, uffici postali e gioiellerie. Raccogliere informazioni era un gioco da ragazzi: bastava leggere il nome della ditta che si occupava delle competenze scritto sulla fiancata del furgoncino, poi controllare l’indirizzo e trovare notizie sul proprietario. La società che aveva curato l’impiantistica antifurto alla Banca del Tigullio di via Oberdan era la “Vigilanza elettronica di Luigi Mazza” di via Cantore a Sampierdarena. Il Professore accolse gli amici con sublime ospitalità offrendo loro una deliziosa torta sacripantina accompagnata da un calice di Sciacchetrà. «Belin Attilio, che buona! è meglio della cilla» esclamò il Reverendo porgendo nuovamente il piatto per ricevere un’altra fetta. Dopo aver spazzolato la torta e il vino, i quattro amici si misero in azione e nel giro di mezz’ora posteggiarono l’auto in via Cantore. Indossati i guanti, si incamminarono in ordine sparso verso l’indirizzo comunicato dal Professore. La “Vigilanza elettronica” aveva il negozio sotto i portici, il magazzino nei fondi del palazzo e gli uffici al primo piano. Attilio, con una forcina, fece scattare la serratura del portone. Arrivati sul pianerottolo, il Cinque, con uno strappo di scotch e un pezzetto di carta, oscurò gli spioncini delle porte dei vicini e il Professore incominciò ad esaminare la serratura che interessava. «Casso! La porta è blindata» mormorò all’indirizzo degli amici, «bisogna entrare da un’altra parte». Il Cinque che aveva controllato i nomi sui campanelli delle porte disse: «Qui c’è una parrucchiera per signora mentre negli altri due ci abitano. Belin figgiêu, uno si chiama Campana e l’altro Levriero, speriamo che non si sveglino sennò con uno che ciocca e l’altro che abbaia ghe l’emmu in to cü». Una risatina trattenuta contagiò il gruppo. La porta della coiffeuse Marisa era chiusa con un unico giro di cricca e senza difficoltà i quattro entrarono. Prima di richiudere l’uscio, il Cinque tolse lo scotch dallo spioncino. Nella stanza che doveva essere la cucina, c’era una portafinestra. Il Reverendo uscì nel balconcino e tenendosi al tubo del gas saltò in quello confinante. Nel poggiolo degli uffici della “Vigilanza elettronica” trovò la porta chiusa, ma ispezionando la finestra affianco, appurò con piacere che dietro la tapparella lasciata aperta di qualche centimetro, l’anta era aperta. Il balcone del cesso era, da sempre, la porta spalancata al ladro. Con un po’ di fatica, riuscì a far riavvolgere su stessa la serrandina quel tanto da permettere al Cinque di passarvi sotto. Una volta dentro al bagno alzò l’avvolgibile, così il Professore e l’Avvocato entrarono senza difficoltà nel locale, mentre il Reverendo, tornato sui suoi passi, si piazzava con l’occhio nello spioncino della porta della parrucchiera per coprire le spalle agli amici. Il Cinque fece il giro delle stanze per controllare che l’ambiente fosse “pulito” e ne approfittò per chiudere a fondo corsa le serrande. Alla luce delle pile elettriche i tre iniziarono la ricerca. In una stanza vicina alla porta di ingresso, l’Avvocato rilevò con l’olfatto un profumo di gelsomino e mughetto nell’aria. Puntando la torcia sulla scrivania ebbe la conferma che si trattava dell’ufficio della segretaria. «Belin che bella patatta!» esclamò a se stesso guardando una fotografia appoggiata sullo scrittoio. Incorniciata in un telaio di argento, gli sorrideva sfacciata e provocante una brunetta tutta ricci, curve e minigonna. Frugando nei suoi cassetti non trovò quello che stavano cercando, quindi nulla di interessante, fatta eccezione per un rossetto rosso fuoco, un elastico per legare i capelli e un completino di lingerie molto raffinato. Intanto, nella stanza accanto, l’ufficio del proprietario, il Professore e il Cinque stavano facendo uscire dalle guide la porta scorrevole di uno schedario metallico. Un minuto dopo, giusto il tempo di trovare il fascicolo, i ragazzi della banda del Francese avevano tutte le informazioni dettagliate sulle difficoltà che avrebbero incontrato. Il sistema di allarme sonoro, costituito da due sirene collocate sulla facciata del palazzo e protette da una spessa struttura in acciaio a barre incrociate, erano collegate tra loro da un sistema di accensione per cui, anche se si fosse riusciti a disinserirne una, automaticamente si sarebbe attivata la seconda. Esse erano comandate da pulsanti, posti sotto il banco dei cassieri, in un punto facilmente raggiungibile sia con la mano che con il ginocchio, in posizione da seduti. Gli stessi interruttori rossi erano stati montati nell’ufficio del direttore, nei servizi igienici riservati al personale – non si sa mai che mentre uno è seduto a cagâ possa diventare un eroe, aveva probabilmente pensato il progettista – nel corridoio di comunicazione degli ambienti e naturalmente nella stanza del forziere. «Casso, ci son più pomelli in quella banca che belinuin nella Sud» commentò con tono esclamativo il Professore. La rivalità tra Genoa e Sampdoria era a Genova una guerra che a confronto l’antico antagonismo con le altre Repubbliche Marinare gli faceva una pippa. Il Reverendo era, per usare un eufemismo, un tifoso accanito du Zena. In realtà era un tifoso sfegatato, malato del “vecchio balordo”, soprannome con cui i tifosi della Gradinata Nord chiamavano confidenzialmente la loro squadra. «Ma stai zitto cretinetti che siete una tifoseria di vecchi!» esclamò l’Avvocato, l’unico tifoso della banda ad essere blucerchiato. Prima che lo sfottò diventasse acceso e quindi senza fine, con tono perentorio il Cinque sentenziò: «Belin, basta figgiêu!». Ritornata la pace, il Professore poté concentrarsi sui ragguagli che interessavano il colpo e specificatamente il forziere. La cassaforte era un modello moderno, con una combinazione a otto cifre e l’apertura comandata a tempo. La si poteva aprire al mattino, nei dieci minuti che precedevano l’orario di ingresso al pubblico e nei dieci successivi alla chiusura. Stessi tempi e modalità per l’inizio delle attività pomeridiane. Oltre a tutte queste difficoltà, che non erano poche, si aggiungeva il fatto che un servizio di televigilanza a circuito chiuso interessava l’intera area della banca. Il Professore terminò di scriversi gli appunti e poi esclamò: «Belin! Non sarà una belinata, questo belin di Mazza non è un belinone, ha fatto un belin di lavoro». Belin, belinata, di nuovo belin, belinone e per finire un terzo belin, questa era una tipica costruzione della frase con l’intercalazione del termine dialettale più adoperato a Genova, quindi dalla gang del Francese e dei genovesi dei caruggi, in generale. Comunque, malgrado l’abbondanza di belin esclamativi, Attilio sorrise tranquillo, perché sicuro che per il Francese: «Questa belin di rapina sarà una belinata, entriamo in quella belin di banca salutando quel belinone della guardia e cinque minuti dopo usciamo con il bottino, senza fare una belin di fatica». Malgrado questa certezza, i ragazzi della banda vollero controllare se riuscivano a trovare altre indicazioni che potevano tornar loro utili. Il Cinque andò alla scrivania del titolare, il sig. Luigi Mazza. Con un sorriso antipatico – un taglio sottile in un faccione flaccido da vecchio marpione – il vegliardo lo osservava dal centro di una cornice in filigrana, abbracciato ad una racchia dall’espressione arcigna. Dopo aver controllato i cassetti della scrivania, il Cinque fece correre il palmo della mano lungo le modanature del mobile e con il mignolo avvertì un punto dove il legno sembrava avere un’interruzione. Venti centimetri a destra, e l’indice incontrò la stessa sensazione. Una leggera pressione al centro dei due punti e, clack, un cassetto segreto fece il suo ingresso nel patrimonio di informazioni della banda del Francese. Da una busta di tipo diplomatica uscirono interessantissime polaroid che ritraevano la segretaria in posizione da sorbetto – a quattro zampe e capelli raccolti – intenta a sorridere, languida e sfacciata, con labbra incendiate dal rossetto. Era esiguamente vestita con un completino di finissimo pizzo bianco, dal cui reggiseno debordavano due belle tette, tonde e scure come cocchi, e laggiù all’orizzonte si intravedeva un culo da applausi, un capolavoro tondeggiante, un pandolce da prendere a morsi. Utilizzando una costruzione della frase cui erano soliti, il Cinque, mostrando le foto agli amici, esclamò divertito :«Belin che trêua! La bagascia lo sûssa al vecchio, una belinata mica da ridere. Belin chissà quanta grana gli succhia a quel belinone con un belin di pompin». «Pe ninte se fa ninte» affermò ridendo l’ Avvocato. I tre amici si passarono le foto commentando con un fiorire di belin il fascino conturbante della segretaria: «Belin che cilla, belin che cü, belin che zûcche!». Terminate le considerazioni, il Cinque svuotò il contenuto del cassetto sul piano della scrivania. Da un portafoglio spuntarono duecento franchi francesi, settantacinque marchi tedeschi, diciotto sterline, cento scellini svizzeri in un’unica banconota e un’agendina telefonica. Nenè, Elisabeth, Annalea, Liz, Veronique e diversi altri nomi femminili, seguiti dal nome di una città europea e dal numero di telefono completo del prefisso internazionale, erano gli unici riferimenti riportati sulle paginette dell’agenda. «Che bagascio! Ü Massa è anche un puttaniere da trasferta» affermò spassosamente il Cinque. Alla luce di quest’ultima rivelazione, come se non bastasse la faccenda della segretaria, i tre amici considerarono certa l’acquisizione, da parte della banda, di tutti i segreti e le contromisure tecniche che caratterizzavano gli impianti di sicurezza della “Vigilanza elettronica di Luigi Mazza”. «Tutto bene?» domandò il Reverendo quando rincontrò i suoi amici. «Benissimo!» esclamò il Cinque. «Il titolare adora farsi suonare il piffero senza baffi dalla segretaria e beccia con le bagasce di mezza Europa. È nostro!». Mezz’ora più tardi, soddisfatti per la buona riuscita della spedizione e solleticati dall’avvenenza della segretaria, i quattro amici chiusero la notte in un night di via Gramsci: un po’ di mussa prima del sonno concilia il riposo e predispone buonumore per il nuovo giorno.
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