L’appuntamento da Robbi. Quattro ottobre, mattino

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L’appuntamento da Robbi. Quattro ottobre, mattino La meticolosità, per la banda del Francese, era la conseguenza di un meccanismo collaudato: quando ci si mette in affari bisogna essere molto precisi e sempre puntuali. Alle dieci in punto la gang al completo era nel retro. Richiudendo la porta, Roberto lasciò dietro sé il profumo di dieci caffè, sorseggiati i quali, la banda, senza perdere tempo, si mise al lavoro. «Aldo, dove ti piazzerai con la macchina?» domandò Enrì dispiegando sul tavolo una cartina di Nervi. «In via Donato Somma all’altezza dell’incrocio tra via Vosgi e salita Morelli, con il muso in direzione ponente, quindi nella seconda corsia». «Hai già la macchina?». «Sì, una Lancia Flaminia berlina del ‘63, motore V6, 2500 di cilindrata, un siluro!». «Benissimo» esclamò il Francese con aria soddisfatta, prima di riprendere l’esame, poi, rivolgendosi a Everest, con il dito puntato sulla mappa nel settore interessato, argomentò: «Immagino avrai deciso di piazzarti in salita Morelli». «Esatto capo». Un gesto di assenso e nuovamente una domanda: «Avvocato, hai verificato i tempi di reazione dei pulotti?». «Sì Enrì, un amico della questura mi ha detto che la sezione di Nervi è, in base ad una loro statistica, la nona unità in Genova per tempestività d’intervento. Hanno stimato che in media occorrono tre minuti dalla segnalazione, per avere una pattuglia pronta in macchina». «Tre minuti? Occhei. Cannetta, tu dove hai deciso di sviolinare?» chiese il capo continuando l’elaborazione del piano. «Everest mi ha detto che il posto più indicato è via Capolungo, presso l’ultima entrata dei Parchi. Ci sarà un bel po’ di gente e qualcuno sicuramente nel giro di un minuto chiamerà la polizia». «Capo, a cinquanta metri dal cancello del parco c’è un bar con il telefono pubblico» aggiunse Fulvio. «Perfetto. Cannetta, più tardi vai a controllare» concluse Enrì, ottenendo come risposta un cenno affermativo con la testa. Il Francese controllò ancora la cartina e valutò che la pantera della pula avrebbe impiegato, a sirene spiegate, due minuti dalla partenza all’arrivo sul posto. «E tu Gio. Batta come ti muoverai?» domandò, già immaginando il piano del Corto. «Aldo mi procurerà un furgone per le consegne ed essendo via Capolungo una strada a senso unico glielo metterò in to bacillo. Appena l’auto degli sbirri mi sfreccia accanto, le vado dietro e quando sono all’inizio della via fermo il furgone, scendo, prendo un cartone, e fingendo di fare una consegna mi imbelino in una crêuza e chi s’è visto s’è visto». «Tanto, a te che t’é piccin nessuno da mai recatto» si intromise Cannetta, che aveva voglia di menarglielo. «Belin, ma parli te che t’é ciû abbelinòu che lungo?» rispose prontamente il Corto. I ragazzi si fecero una risata, Francese compreso, che però subito con un’ occhiata decisa, mise fine al battibecco. «Allora, le dinamiche esterne sono stabilite. Vediamo i tempi: tre minuti occorrono per far partire la pantera, due minuti prima che arrivi sul posto e diverso tempo per capire cosa è successo... a proposito Cannetta, spara in aria e ritira i bossoli così non ci capiranno un belino, non trovando il bersaglio. Poi, anche quando riceveranno la chiamata per la banca, il furgone li costringerà a fare un giro del diavolo. Abbiamo tempo da vendere. A proposito, Avvocato, quanti agenti rimarranno in stazione dopo la partenza della pattuglia?». «Tre. Il piantone, il centralinista e una matricola appena arrivata. Non dovrebbero esserci problemi, anche se l’allarme scattasse prima della nostra fuga». «Va bene, ma se qualcosa andasse storto, mi raccomando Nebbia, il solito tempismo». «Tranquillo». «Bene, ora passiamo alla banca. Cosa mi dici Professore?». «È ben protetta, ma l’impresario che ha fatto i lavori in ambito di sicurezza, ha una pecca, e noi sappiamo quale». «Racconta». Il Professore spiegò con professionalità la parte inerente gli allarmi, le telecamere e la cassaforte e in tono più ridanciano i vizietti pruriginosi del vecchio. «Occhei, sto belin di Mazza si gianda una marea di bagasce compresa la sua segretaria, ma se della moglie non gliene fregasse un belino, e mettiamo il caso che ci stia insieme per abitudine e non aspetta altro di togliersela dalle balle, se noi lo contattiamo non è detto che collabori spontaneamente e a quel punto dovremmo rompergli il culo... ed io, in questo periodo, non voglio grane. Secondo te, Attilio, riusciremo a fare il colpo senza l’aiuto di questo belin de leppegoso?». «La combinazione della cassaforte non è un problema, ma dobbiamo attenerci al comando a tempo. Per le telecamere non si può fare niente, ma con un travestimento adeguato non ci riconosceranno. Per quanto concerne l’allarme sonoro c’è ben poco da fare, sarebbe meglio che nessuno schiacciasse il pulsante. A dire il vero ci sarebbe un sistema molto semplice per fottere le sirene: avere la chiave di disinserimento, che però ha solo, e non sappiamo dove, il direttore». «Gli impiegati sono tre più il dirigente. Al momento del nostro arrivo, due saranno agli sportelli e il terzo cassiere sarà nell’ufficio del suo capo a contare i soldi prima di riporli in cassaforte. Non sarà difficile neutralizzarli» argomentò il Francese. «E lo sceriffo che sta alla porta?» domandò l’Avvocato. «Non sarà un problema» rispose col suo solito tono asciutto il Nebbia. «Va bene ragazzi, direi che siamo a buon punto. Dedichiamo la giornata ai sopralluoghi: questa mattina per fiutare il territorio e nel pomeriggio all’ora fissata per il colpo. Poi, ognuno si cerchi un alibi. Ci rivediamo stasera per l’aperitivo» concluse il Francese. Uscendo dal bar Enrì notò un’ombra nel vicolo. Si fermò, mostrando incertezza, si frugò nelle tasche e dando l’impressione di essersi dimenticato qualcosa rientrò nel locale. «Tutto bene?» gli chiese prontamente il barista. «Tutto bene Robbi, ma ho bisogno di un favore». Qualche istante dopo, Roberto, fingendo di dover cacciare la rumenta, con un sacco nero in mano si diresse verso il vicolo. Appena girato l’angolo vide nel budello maleodorante un giovane ben vestito che fingeva di ammirare le bellezze architettoniche di un palazzo che per l’incuria e le cagate dei piccioni metteva anguscia. Senza dargli alcuna importanza, come se l’uomo fosse invisibile o come se a lui dei cazzi degli altri non gli importasse un belino di niente, Roberto scaraventò i rifiuti in un angolo e maledicendo il puzzo che impregnava l’aria, fece dietrofront senza voltarsi.
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