La sera della vigilia. Quattro ottobre, sera
La solita atmosfera di apparente confusione animava l’ora dell’aperitivo al bar Roberto. Al banco, tre uomini ben piazzati con una divisa blu da lavoro, parlavano gridando, ridevano scompostamente e bevevano copiosamente un bianco dopo l’altro. «Facciamoci un altro giro, tocca a me!» urlava uno all’indirizzo degli altri e così facendo spiaccicava sul banco una banconota da cinquecento lire, uscitagli stropicciata dalla tasca della tuta. Ai tavolini, c’era chi giocava a cirulla, chi si vantava di avere conosciuto una donna con la quale ne faceva tre – una dopo l’altra senza fermarsi – chi diceva di avere percorso con la sua cinquecento ribassata la tratta autostradale Sampierdarena-Arenzano, da casello a casello, in sedici minuti (tutte balle!) e naturalmente chi parlava animatamente di calcio: di rigori non dati, del tale giocatore che era buono ma che l’allenatore non faceva giocare perché non capiva un belin di niente, del Presidente che non tira fuori le palanche, di quel merdaiêu di arbitro siciliano che “ce l’ha con noi”...
Era la classica atmosfera da bar di quartiere, ma di confusione solo “apparente” perché al bar Roberto, dietro questi scenari, la gente lavorava seriamente: Robbi dietro al banco, sedici ore al giorno tutti i giorni eccetto la domenica pomeriggio quando il Genoa giocava in casa e la banda del Francese, nel retro, quel tanto che necessitava per essere la gang più potente della città vecchia.
Quando arrivò il Corto, con un pacco sotto il braccio, la banda fu al completo. «Chi mi offre un Negroni?» domandò con aria da superiore e senza dare il saluto. «Belin Corto, manco fossi Sylvie Vartan» gli rispose prontamente il Reverendo per contestargli l’entrata in scena e per menarglielo... «Scemmu» ribatté Gio. Batta «a parte il fatto che a te la figa non piace, dovresti essere contento perché ho portato i vestiti di tuo padre» rispose alla battuta. «E che casso c’entra mio padre?» ribatté accigliato e per nulla divertito Mauro. Il Francese riportò immediatamente la calma: «Beviamoci un gianco e amäo e facciamola finita». I due per qualche secondo ancora si guardarono in cagnesco, poi sorrisero entrambi e facendo finta di spintonarsi si abbracciarono. «Sembrate due bolicci» disse ridendo Everest. «E tu un rollo: un galûscio grande e mollo» rispose scherzando il Corto. Le battute continuarono il tempo necessario per bere due o tre gianco e amäo, poi i ragazzi della banda si infilarono nel retro.
«Allora Corto, cosa hai portato?» domandò Enrì indicando il pacco. Gio. Batta, con aria soddisfatta, fece scivolare lo spago e con un gesto secco lacerò la carta rivelando cinque sottane nere da prete perfettamente stirate. «Belin sei un grande!» esclamò il Francese senza intenzione di menarglielo. Enrì e i ragazzi che con lui sarebbero entrati in banca misurarono le vesti, che indossarono trovandole comode a puntino. Sotto l’abito talare, avrebbero potuto tenere i loro vestiti e durante la fuga, con un accorgimento, avrebbero potuto sfilare il camuffamento con la velocità del grande Fregoli. La trovata consisteva nel sostituire i bottoncini con gli automatici. «Ci penso io» si propose il Cinque, perché tra le sue amiche ce n’era una che faceva la sartina. «Sei sicuro che sia una tipa capace di tenere la bocca chiusa?» fece il Francese. «Meninbelino, è la nipote di Mario la Tomba». Mario era una figura storica nei caruggi. In gioventù si era scoppiato tredici anni di galera invece di sette, perché aveva tenuto la bocca cucita sull’identità dei suoi complici. Uscito da Marasci il rispetto che si era guadagnato lo ricompensò del suo enorme sacrificio. Anche ora che era anziano, la malavita del centro storico gli attribuiva grandi onori e si rivolgeva a lui per dipanare qualsiasi controversia e per chiedere consigli. Rappresentava nei vicoli la figura del giudice di pace istituzionale, che in quel giro si chiamava paciere. «Perfetto» esclamò Enrì, chiudendo il discorso per passare ad altro argomento. «Oggi ho fatto un giro a Nervi...» la frase venne interrotta da un intervento. «Ti ho visto con una bella figgia...». Il Francese lo guardò perplesso, raramente Piero Parodi detto il Nebbia parlava pronunciando più di tre parole, anzi quasi nessuno conosceva il suo timbro vocale e mai era accaduto che si mettesse in evidenza con un ceto o una battuta. Il Francese capì all’istante che l’amico intendeva metterlo in allarme su un qualcosa che aveva visto, ma preferì rimandare la conversazione. «Ne possiamo parlare dopo?». «Certamente».
La riunione riprese il suo corso e vennero definiti gli ultimi dettagli. Aldo descrisse le possibili vie di fuga e i posti nei quali avrebbe lasciato le auto di appoggio e le motociclette destinate a garantire una rapida dispersione individuale qualora le cose si fossero incasinate. Fulvio l’Everest disse di ricordarsi di aver notato, in salita Morelli, un tombino in cui imbelinare, e quindi far sparire in fretta, i vestiti da prete. Il Cannetta descrisse l’antro dove già aveva nascosto il mitra e il Corto si disse contento del furgone procuratogli dal Formula. Era un vecchio modello Volkswagen, una corazza di lamiera con i paraurti che sembravano arieti, mosso da un motore a bassi giri e da ruote che sembravano quelle di un trattore. Malgrado sulla fiancata ci fosse scritto “Formaggi e latticini della Valle” era più un carrarmato che un furgone del lattaio. Con questo kaiser o belin di blindato, per dirla alla zeneize, Gio. Batta era tranquillo e certo che se le cose si fossero messe male, sarebbe potuto montare sopra le macchine che lo bloccavano o comunque scardinare qualsiasi barriera eretta per farlo capitolare. Alla fine dei resoconti dei ragazzi, il Francese descrisse i passi, le mosse e gli accorgimenti che la squadra d’azione doveva rispettare in banca. La semplicità del piano con la quale si era deciso di neutralizzare i pulsanti dell’allarme avrebbe garantito a loro la solita passeggiata: determinazione e fermezza, rapidità di esecuzione e qualche trucco per non farsi identificare erano il modus operandi della banda del Francese.
Terminata la riunione i dieci si diedero appuntamento a Nervi per l’indomani.
«Allora Piero, cosa mi volevi dire?» chiese Enrì al Nebbia quando rimasero soli. «Ti ho visto con una bella figgia...» disse riprendendo il discorso interrotto in principio di serata, «... ma non eravate soli. Un bagon vestito come un damerino vi seguiva stando a distanza. Dapprima ho pensato fosse il galante della figgetta, ma quando mi sono avvicinato a lui non ho letto nei suoi occhi la febbre della gelosia. L’ho osservato da vicino per diversi istanti e mi sono fatto persuaso che quel farabulan o era uno sbirro o un merdangoscia» concluse l’amico. «Grazie Piero, l’ho visto anch’io, ma sono sicuro che per ora non sarà un problema. Piuttosto, mi piacerebbe sapere dove poterlo trovare quando lo vorrò cercare». «Corso Magenta al 33. Ultimo piano interno sedici, un attico con doppio ingresso e terrazzo soprastante da cui si vede il mare. Un palazzo signorile, con il servizio di portineria e il portone chiuso di sera. Nei fondi c’è il garage, dove il tipo posteggia una Spider Spitfire verde bottiglia e una Moto Guzzi Falcone 500 rosso fiammante» riferì con tempestività il Nebbia. Enrì sorrise pacato, meravigliandosi ancora una volta dell’efficienza dell’amico che parlava poco, ma che quando riportava i fatti dava l’impressione di averci passeggiato dentro. I due si guardarono negli occhi, e senza più parole, stringendosi la mano si augurarono la buona notte.