Capitolo 3
Mi mancano le tue labbra. xx
Le tue mi mancano di più. xx
Dobbiamo incontrarci presto, per il bene delle nostre labbra.
Stavo pensando la stessa cosa… per le labbra, ovvio.
Le menti eccelse la pensano alla stessa maniera.
Delle menti eccelse davvero.
Mi sveglio di soprassalto con intorno i suoni familiari dei macchinari ospedalieri. Mi porto la mano alla bocca. Ho le labbra secche e screpolate, senza dubbio depresse senza i suoi baci.
Forse… solo forse…
Aspetto prima di aprire gli occhi. Prego in silenzio che quel che è successo prima sia stato solo un brutto sogno.
Per favore, fa’ che trovi Aiden al mio capezzale. Per favore, fa’ che i suoi baci plachino la sofferenza delle mie labbra. Per favore...
Tolgo la mano dalla bocca mentre apro piano gli occhi. Gracelyn, mia sorella, è seduta su una sedia accanto alla finestra, assorta in un libro. Ho un tuffo al cuore, ma poi resto senza fiato nel vedere il suo pancione rotondo.
Alza lo sguardo, i grandi occhi da cerbiatta brillano di sorpresa. «Mia!», esclama. Posa il libro, s’avvicina al letto e mi stringe in un abbraccio. Grida: «Oh, Mia. Dio, quanto ci sei mancata!».
Mia sorella e io siamo sempre state legate. Ha solo due anni in più di me. Siamo cresciute facendo tutto insieme. La gente diceva che avrebbero potuto scambiarci per gemelle se non fosse stato per il colore dei capelli. Mentre quelli di Grace sono sempre stati biondi, i miei sono uno scuro castano ramato. I tratti del viso sono identici però, e ci hanno sempre fatto i complimenti per i grandi occhi blu e per le labbra carnose, tratti che entrambe le nostre figlie hanno ereditato.
«Sei incinta?». Non riesco a crederci nonostante l’ovvietà della cosa. La sua pancia mi dimostra quanto tempo ho perso.
«Oh!». Si guarda l’addome prominente. «Sì, quasi di sette mese ormai. L’ho scoperto un paio di giorni dopo l’incidente». Mostra un sorriso triste e mi fissa per un attimo prima di dire: «È un maschio».
«Fantastico, Grace! Sono così felice per te!».
«Regan ha appena compiuto tre anni. Ti ricordi di mia figlia?», chiede esitante.
«Sì». Le sorrido con calore. «Lo sai, ho chiamato la mia bambina come te». M’illumino quando penso alla mia dolce Gracie con i riccioli biondo-rame, i grandi occhi blu e il naso lentigginoso.
Lei non dice niente, ma mi accorgo che si irrigidisce.
«Dov’è la mia famiglia, Grace? Dove sono Aiden e i bambini? Lo sai?».
Mia sorella si mordicchia il labbro inferiore, un gesto che le è tipico sin da quando era piccola, e che mostra con chiarezza il suo disagio.
Ingoia l’aria. «Mia, devo parlarti».
In automatico mi salgono le lacrime agli occhi. Non posso starla a sentire. Scuoto il capo. «Non dirlo, Grace. Per favore, non dirlo. Non ce la faccio. Voglio solo la mia famiglia. Possibile che non lo capiate?».
«Ascolta, Mia». Il suo tono è calmo e rassicurante, tanto basta a farmi capire che sta per darmi una notizia orrenda. «Ti dirò con esattezza come stanno le cose, e tu devi ascoltarmi con attenzione. Mamma ha il terrore che tu abbia...». Fa una pausa e sembra imbarazzata, poi il viso le si corruccia per il rincrescimento. «Come posso metterla giù?». Sospira. «Mia, mamma crede che tu stia impazzendo».
«Pensa che sia impazzita?», prorompo.
Alza le mani, con i palmi rivolti a me, facendomi cenno di tacere. «Shh. Basta», sussurra nel tentativo di calmarmi. «Non arrabbiarti, o ti narcotizzeranno di nuovo. Non voglio che ti agiti troppo finché non ti hanno fatto le ecografie al cervello per assicurarsi che sia tutto a posto. Vuoi delle risposte o vuoi dormire?».
«Voglio risposte».
«Bene. Allora ti dirò tutto, ma devi star calma. Non posso aiutarti se dai di nuovo i numeri. Mamma ha una gran paura per te. Non ti crede pazza», chiarisce enfatizzando l’ultima parola. «Pensa solo che tu abbia perso il contatto con la realtà a causa del trauma al cervello. Nulla che le medicine, il tempo o la psicoterapia non possano risolvere… capisci?». Parla in tono allegro, come se fosse normale che la tua famiglia ti ritenga del tutto folle.
Non rispondo, quindi lei continua: «Ascolta, devi mantenere la calma, così i dottori non le daranno il controllo sui tuoi trattamenti medici. In questo momento dubitano che tu sia in grado di prendere decisioni appropriate sulla tua salute. Devi dimostrare che si sbagliano. Devi far vedere che ne sei capace».
Bene, non ho intenzione di perdere il potere decisionale sulle scelte che riguardano la mia salute e il mio benessere, quindi acconsento: «Okay».
«Okay?».
«Sì».
«Perfetto. Allora inizia a chiedere. Tutto quello che vuoi sapere, prometto di dirti la verità».
Vado dritta al punto. «Grace, dove sono Aiden e i bambini?».
Mia sorella m’inchioda con lo sguardo. «Calma, va bene?».
«Sono calma», la rassicuro, anche se mi sento tutt’altro che tranquilla.
«Speriamo bene», sussurra tra sé. «Mia, sai che ti voglio un mondo di bene. Sei la mia migliore amica. Non ti mentirei mai e poi mai».
«Grace», ringhio, «rispondi alla mia domanda».
Alza le mani. «Okay, okay. La verità è che non c’è nessun Aiden, e non hai mai avuto figli. Sei fidanzata con Grayson. Stai insieme a Gray dalle superiori. Avresti dovuto sposarlo il giorno dopo l’incidente. Stavi andando alla cena prenuziale, ma non ci sei mai arrivata. Lungo la strada un camionista ha avuto un colpo di sonno e ha invaso la tua corsia, centrandoti in pieno. Ti hanno portato qui con l’eliambulanza. Hai subìto un’estesa commozione cerebrale e molti interventi chirurgici. Poi sei stata in coma per sei mesi». Parla alla velocità della luce, eppure le sue parole mi arrivano quasi al rallentatore.
Mi sforzo di capirle. Uno schiacciante senso di disperazione mi travolge, perché nemmeno lei ha riconosciuto l’esistenza della mia famiglia.
Mi asciugo gli occhi con il lenzuolo. Le lacrime sgorgano così in fretta che non riesco a mettere Grace a fuoco.
Incasso quel che mi ha detto. Mia sorella mi ama. Non mi ha mai mentito. Mi fido di lei più di chiunque altro. Ma le sue parole non hanno alcun senso.
«Non posso crederci», mormoro. «So che Aiden è lì fuori. Non l’ho semplicemente sognato. I miei figli non sono solo un’illusione. Sono reali».
«Forse sono frutto del tuo sonno? Voglio dire, pensaci. Hai dormito per sei mesi. È un lasso di tempo lunghissimo, e potresti aver fatto un sogno molto duraturo».
Scuoto il capo con violenza, nello sforzo di conservare l’autocontrollo. «No, Grace. So cosa si prova quando si sogna. La mia famiglia è reale. Ne sono certa. Devo solo trovarli».
«Mia, è stata la tua immaginazione. Non pensi che lo saprei se ti fossi sposata e avessi avuto tre bambini? Non mi avresti mai escluso da una cosa del genere. Non ha senso. Stavi per sposare Gray. Hai avuto un incidente, e adesso sei qui. Ecco tutto».
Sento le sue parole, ma non posso accettarle. Sono così dure da ingoiare, e mi danno un gran dolore. I singhiozzi mi scuotono la schiena.
Perché dice queste cose? Aiden non è frutto della mia immaginazione. I miei bambini, i miei piccoli, i miei tesori… sono reali. Lo so.
Tutto il mio corpo è pervaso dall’amore che provo per loro. Non potrei sentire un sentimento così grande per qualcosa che è stato partorito dalla mia mente. Un amore così profondo si riserva a persone vere, che vivono e respirano… alla mia famiglia.
«Esistono, Grace. Non so come farmi credere, ma ti assicuro che è così. Farò di tutto per tornare da loro. Proprio di tutto. Per favore», la scongiuro, «dimmi cosa devo fare». La mia voce è disperata, febbrile, implorante aiuto.
«Oh, Mia». Le lacrime le rigano il volto mentre si siede accanto a me.
Mi stringe a sé. Le circondo la schiena con le braccia, con forza, e la schiaccio contro di me, mentre il mio corpo sussulta per i singhiozzi.
«Sono reali, Grace. Non posso vivere senza di loro. Ne ho bisogno. Per favore, aiutami». Piango contro il suo petto. Proprio non posso affrontare la vita se loro non ne fanno parte.
Lei mi tiene stretta e mi accarezza i capelli. Conosco questo gesto. L’ho ripetuto migliaia di volte con la mia piccola Gracie, quando s’è sbucciata il ginocchio, quando ha perso la sua bambola preferita, o quando è morto il suo pesce rosso, Bubbles. L’abbracciavo e le sfioravo la testa, nel tentativo di lenire la tristezza. I ricordi danno vigore alle lacrime.
«Ti credo, Mia».
«Davvero?». Una ventata di speranza mi accende il cuore.
«Penso che tu ci creda».
La speranza si spegne in fretta com’era arrivata. «Ma non ritieni che esistano. Secondo te io sono solo convinta che sia così».
«Mi dispiace. Cosa vuoi che dica? Ho trascorso tutta la vita con te. Nei ventiquattro anni che sono trascorsi dalla tua nascita non è passata più di una settimana senza che ci vedessimo. Sei stata priva di sensi in un letto per sei mesi. Non ti sei sposata, né hai avuto figli. Sai che starò sempre dalla tua parte, ma il punto è uno solo: quel che a te sembra vero è del tutto impossibile. È così».
«Ti dico che non lo è! Non lo è!», urlo. Non conosco parole né concetti adatti a spiegarlo, ma so che è tutto reale. Lo sento nelle ossa, nel profondo dell’anima.
Grace torna a sedersi e scioglie la presa su di me. «Ascoltami, penso che tu debba uscire da qui. Hai bisogno di tornare alla tua vecchia routine e alla tua vita precedente. Questo dovrebbe farti ritrovare un po’ di lucidità. Credo che restare qui non ti faccia bene. Gli ospedali sono deprimenti». Rabbrividisce in maniera teatrale.
Sono d’accordo con lei: non tanto sul riprendere la mia vita di prima, ma sarebbe utile uscire dall’ospedale, dove i dottori osservano ogni mio movimento. Inoltre, una volta a casa posso iniziare a cercare Aiden.
«Voglio andarmene da questo posto».
Annuisce, felice della mia accondiscendenza. «Allora quel che devi fare è non dire più niente del marito».
«Si chiama Aiden».
«Giusto… di Aiden e dei bambini». È più una domanda che un’affermazione.
Faccio un cenno d’assenso.
«Se continui a sclerare parlando di loro, mamma ti farà rinchiudere dove ti sottoporranno a migliaia di sedute di psicoterapia. Tu non vuoi che succeda, o almeno credo che tu non lo voglia… non ancora almeno».
«È così. Voglio solo uscire di qui».
«Okay. Allora devi star calma e accettare qualsiasi cosa mamma e Gray dicano. So che sarà difficile, perché non sei tipo da nascondere i tuoi sentimenti, ma per ora devi riuscirci se vuoi essere dimessa. D’accordo?».
Acconsento con un sospiro: «Okay». Sarei disposta a fare qualunque cosa nel breve termine, pur di lasciare l’ospedale e iniziare a cercare Aiden.
«Perfetto. Vado a prendere mamma».
«È qui?»
Grace mi guarda. «Certo. È in sala d’attesa», risponde con un sorrisetto.
«Quindi ti ha mandata dentro a fare da mediatore perché mi crede pazza?». Infastidita, metto il broncio.
Ridacchia. «Sono qui perché lo voglio. Sì, mamma era un po’ sclerata, ma starà bene adesso che ti sei svegliata e tutto va alla grande, giusto?».
«Sì, va tutto alla grande», sbuffo accigliandomi.
In effetti non sono mai stata peggio, ma non lo dico a Grace. È un vero inferno quando chi ami ti dice che la tua famiglia, il tuo intero mondo sono una finzione.
Un’illusione.
Un sogno.
So che si sbagliano. Quello di cui non sono certa è come provarlo… per ora. Ho ancora la mente ottenebrata dalla confusione e dal sonno. Nemmeno io riesco a trovarvi un senso, ma ciò non significa che non sia vero.
«Ehi». La voce rassicurante di Grace si fa strada tra le mie riflessioni. La sua mano è posata sulla mia gamba. «Andrà tutto bene, Mia. Starai bene».
Ho gli occhi colmi di lacrime, ma annuisco. Ciò che più desidero al mondo è che lei abbia ragione, ma c’è un’unica via perché succeda: trovare Aiden.
«Okay. Ottimo. Allora lascia che vada a prendere mamma. I dottori e le infermiere faranno i loro traffici, e poi potrai lasciare questo bruttissimo posto… presto, spero». Mi rivolge un sorriso triste prima di voltarsi e uscire.
«Okay. Grace?», la chiamo prima che se ne vada.
«Sì?». La sua testa rispunta dalla porta.
«Non è così brutto qui».
Mi guarda con aria interrogativa, e io indico i disegni colorati di Regan. «Amo queste opere d’arte. Non vedo l’ora di ringraziare Regan per tutti i bei disegni».
Un sorriso spontaneo le attraversa il volto. «Sarà felicissima di vederti. Chiede sempre di te. Le è piaciuto disegnarli. È una vera artista in erba», dice, il viso che splende d’orgoglio mentre parla della figlia. Poi esce nel corridoio.
Bastano degli scarabocchi fatti con i pastelli su un foglio di carta e una madre subito si illumina d’amore per il suo bambino. Non c’è nulla di paragonabile al sentimento che si nutre per i figli.
Credetemi... lo so bene.