– Ho l’incubo – pensò Dias, soffrendo. Si svegliò del tutto, inquieto, già nervoso, con una sottile, indistinta paura. Accese un’altra sigaretta, si rimise a fumare; ma la sigaretta gli cadde di mano, a metà, e si spense sul tappeto; egli era stato ripreso da quel torpore. Adesso, sognava. Brandelli di scene gli riapparivano innanzi; il cavallo che era andato a vedere, nella scuderia di Giulio Carafa, quel cavallo che scalpitava, nel suo box; egli udiva lo scalpitìo, distintamente nel suo cervello; poi quel rumore si aumentava; era un battere di muratori e di becchini, sopra una lapide di marmo, in una cappella; udiva quei colpi, nella testa, e capiva che muravano sua moglie, nella tomba. Come si trovava, poi, nel suo sogno, nel gran salotto di Luigi Caracciolo, entrandovi, trovandovi sua

