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3So lovely…, mormora Leon De Donno dalla veranda dell’Hotel Candia. Perché temeva di rimanere deluso? Perché fino a tre giorni fa, si teneva lontano dalla città costruita sull’acqua? Okay, lo sguardo di quella pensionata al McDonald’s parlava chiaro. Però, si sa, tutti ammirano Venezia. Tutti la declamano. Fino a che punto ci si può fidare dei luoghi comuni? Finora, Leon De Donno aveva soltanto immaginato la Serenissima. Di più: s’era illuso che la distanza lo aiutasse a immaginarla meglio. Da tre giorni ha la faccia sbalordita di chi osa fare i conti senza l’oste. Si sente sopraffatto dalla gioiosa ignoranza della gente italica, dallo spreco delle emozioni, dalla bellezza indescrivibile che coabita con le nefandezze. Esce dall’hotel. A piedi, si dirige verso il luogo dell’appuntamento. Nota giganteschi tramezzini che fanno bella mostra nelle vetrine dei bar. Sorride ricordando: What incredible tramezzinoes… Attraversando i ponti, sente la città parlargli con i vaghi sussurri di un amante: S-ciaf… S-ciaf… Finora, De Donno ha vietato esplicitamente che le storie incentrate sul dogado di Giacomo Casanova venissero tradotte nell’idioma di Dante. Ciò in base al sospetto che gli Italiani urlassero ai quattro venti le innumerevoli incongruenze tra le invenzioni dello scrittore e la storia della Serenissima. E che, conseguentemente, dall’Italia partisse una campagna denigratoria. Ogni impero, compresi quelli fatti di carta libresca e impalpabili pagine di ebook, può crollare in un nanosecondo. Come tanti altri, De Donno sopravvalutava il sedicente Popolo di poeti, santi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori. Credeva che chiunque nasce nello Stivale goda del dono sublime della scienza infusa oltre a nutrirsi, pasto dopo pasto, di spaghetti e pizza al malinconico suono del mandolino. David Priaruggia rideva, quando Leon gli esponeva queste fisime. Però non ribatteva. Il nuovo editore, De Donno non l’ha mai visto né sentito. È un pezzo talmente grosso che nessuno tra gli autori della scuderia entra in contatto diretto con lui. Chi scrive per i suoi marchi si confronta con i sottoposti, con i vice. Al massimo, con la segretaria del capo supremo. Su un solo punto, De Donno si è dimostrato irremovibile: niente traduzioni in lingua italiana. Proprio il fatto di non aver pubblicato neanche una riga in Italia ha convinto Leon De Donno a trasferirsi nel Bel Paese. Spera che qui nessun antisemita gli manderà pacchettini pronti a esplodere. Ieri ha scelto la casa che intende acquistare. Ha fatto contattare dall’Hotel Candia l’agenzia che tratta l’immobile. Inoltre ha telefonato a un magazzino di Salem, nel Massachusetts. I suoi numerosi libri arriveranno tra circa due mesi. Si è alzato di buon’ora. Ha fatto colazione. Ha fumato due Chesterfield. Si è goduto la passeggiata. E adesso, alle otto e dieci, ha raggiunto il molo privato di Palazzo Fanón, al cospetto del Canal Grande.
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