2.
La bellezza che cura
2018
Non era mai riuscito a dormire se Elena non era a casa.
Nemmeno quando lei andava a qualche pigiama party a casa dei vicini o era in campeggio con la parrocchia.
I suoi genitori si addormentavano come sassi, mentre lui vagava per casa come un fantasma, resistendo alla tentazione di andare a riprendersela.
Con Riccardo non era mai stato così protettivo, nonostante fosse più piccolo di Elena di quasi dieci anni.
Forse perché era un maschio o perché, quando Riccardo era nato, lui aveva già cominciato a fare concerti in giro per il mondo per cui preoccuparsi era abbastanza assurdo.
Ma non era quello il vero motivo.
Quando Elena era nata, lui aveva nove anni e vederla gli aveva mozzato il fiato (letteralmente). Infatti si era quasi strozzato e Giovanni aveva dovuto soccorrerlo.
Era stato come precipitare in un baratro, e lui di baratri ne sapeva qualcosa visto che ci aveva vissuto per otto anni. Ma quello in cui lo aveva cacciato Elena era un baratro diverso. Non era intriso di disperazione e squallore come quello in cui brancolava quando viveva con Samantha, sua madre (che si prostituiva nei giorni pari e si drogava in quelli dispari) e con suo padre (che la picchiava nei giorni dispari e spacciava in quelli pari).
Il “baratro Elena” era un altro tipo di abisso, un precipizio dal quale non volevi e non potevi uscire. Era tentacolare e totalizzante. Come la musica. Era una musica.
E lui c'era caduto dentro il giorno in cui Elena era venuta al mondo e non ne era più venuto fuori.
Tanto valeva suonare il volino.
Nonostante il jet lag e le venti ore di viaggio, non ci pensava proprio a dormire quando Elena era chissà dove, con chissà chi, a fare chissà cosa.
Maddalena e Giovanni avevano detto che lei e lo sfigato che era venuto a prenderla sarebbero andati a una festa di addio al celibato di un collega.
Certo che c’era da fidarsi a lasciarla andare a una festa di addio al celibato di poliziotti (maschi)! A Giovanni e Maddalena, da quando erano andati in pensione, si era spappolato il cervello.
Addirittura erano in partenza per una crociera e lasciavano Elena e Riccardo a casa da soli.
Il fatto che lei avesse 28 anni (e il porto d'armi) e lui 18, non era un buon motivo per lavarsene le mani e andare in vacanza.
Tutte queste considerazioni si accavallavano sgomitando nella mente ottenebrata di Diego, mentre l'archetto sfregava le corde ma, nonostante quella mente fosse da tutt'altra parte, la melodia che ne usciva era sublime.
La casa era immersa nella campagna. La notte la avvolgeva.
Il primo e il secondo piano erano bui e silenziosi, solo la stanza nella torretta all'ultimo piano era illuminata.
Dai quadretti gialli delle finestre si intravedeva la sagoma possente ed elegante di un uomo che suonava il violino.
I capelli neri gli svolazzavano sulla fronte, la mano destra si muoveva frenetica sulle corde tese del manico, mentre l'archetto le stuzzicava. Visto dal cortile, sembrava un pazzo punto da un insetto velenoso, non si udiva un suono poiché i vetri erano chiusi e la stanza insonorizzata.
Elena liquidò il suo accompagnatore scendendo dall'auto così in fretta da non dargli quasi il tempo di spegnere il motore.
Si avviò rapida verso casa, appena fu dentro si levò i sandali che le avevano tormentato i piedi tutta la sera e si precipitò su per le scale diretta alla stanza della musica di Diego.
Bussò piano, poi scostò la porta.
Lui non smise di suonare, nonostante l'avesse vista e sentita immediatamente.
Come faceva da bambina, lei si sedette in un angolo per terra con gli occhi chiusi e rimase in attesa che lui finisse.
Quando la musica cessò, sentì frusciare i piedi scalzi di Diego per la stanza, il violino che veniva riposto, lo spartito chiuso, la luce spenta e la finestra riaperta.
Non era buio pesto, luna e stelle stavano facendo un ottimo lavoro e una luce lattiginosa penetrava dalle tre finestre allungando le ombre nella piccola stanza.
Solo quando sentì una spalla calda accanto alla testa, Elena riaprì gli occhi.
- Sono quasi le due - le sussurrò Diego, dolcemente.
- E?
- Dovresti essere a letto.
- Anche tu.
E lì Diego sentì ribollire tutte le domande da fratello maggiore iperprotettivo, lasciò che si prendessero a cazzotti sulla punta della lingua per decidere quale dovesse uscire per prima; poi le ingoiò con enorme fatica.
- Stavolta quanto resti? - domandò Elena.
- Non lo so... non ci ho pensato.
Rimani. Vai via. Elena non sapeva cosa augurarsi.
- Più di una settimana?
- Penso di sì.
- Anche più di un mese?
- Perché me lo chiedi?
- Perché vorrei che venissi a suonare il violino al centro pomeridiano di Don Fortunato. Ci sono dei bambini... sai quei bambini che vanno tenuti lontani da casa il più a lungo possibile...
Certo. Li aveva ben presenti.
- E io vorrei che sentissero e vedessero qualcosa di bello. La bellezza cura, sai.
- Sì, lo so.
- Puoi venire già questo mercoledì?
- Sì, Pulce.
Elena allora si alzò in piedi.
Diego rimase seduto contro il muro con le ginocchia piegate e le braccia appoggiate sopra. Sollevò la testa per guardarla. Quando era diventata così bella?
Era sempre stata una visione, ma da qualche anno era una visione adulta...
Lei si chinò sul suo viso e lo sfiorò con le labbra.
- Bentornato.
Amore mio.