Prologo
Prologo
La bellezza ci può trafiggere come un dolore.
(Thomas Mann)
Febbraio 2016
La donna spiccava col suo pallore alabastrino dal mosto limaccioso nel quale giaceva immersa fino al collo. La testa reclinata all’indietro, agganciata al bordo del grosso tino di legno, al centro della sala piastrellata di bianco. I capelli, lunghi, pendevano, fuori, impiastricciati: suggerivano la desolazione di un’alga depositata sulla spiaggia dalle onde. L’abbandono della morte ricordava con crudo dolore la materialità dei corpi. Una realtà che Giorgio Martinengo ricordava ogni volta che osservava un cadavere e una realtà ancora più dolorosa, più devastante quando il corpo, in vita, l’aveva amato.
Vittoria… Vittoria Squassino. Una delle donne più belle di Asti.
Attorno a lui si muovevano gli uomini della scientifica. Indossavano spettrali tute in tyvek, si aggiravano lungo la scena del delitto con leggerezza irreale. I colpi di flash del fotografo scolpivano il quadro della tragedia con impietose scudisciate di luce. Giorgio si sentì attraversare da un brivido e si strinse nel paltò nell’inconscia ricerca di un abbraccio consolatorio, ma di fronte a un amore cancellato con violenza definitiva si sentiva solo come un asteroide: prossimo allo schianto.
Dove la pelle di Vittoria non mostrava bianchezza esangue era accesa dalla colorazione intensa e antocianica del mosto. Un porpora cupo e carnale, profondo come un budello. Anch’esso suggeriva morte e aveva imbrattato pavimento e piastrelle con un effetto macello insostenibile.
Giorgio osservava il tutto immobile, rincantucciato vicino all’ingresso del locale. A ogni flash stringeva gli occhi senza staccare lo sguardo da lei.
Udì il vociare discreto della dottoressa Temperino alle sue spalle e torse il collo per sbirciare e strapparsi dalla vista di Vittoria.
Attiguo alla sala bagni c’era un salottino arredato in stile arte povera. Sul divano posto di fronte al banco prenotazioni era seduta la Temperino, magistrato di turno e, vicino a lei, un uomo alto e abbronzato che lui conosceva bene: Valerio Cortese.
Cortese stava sul bordo del sofà, i gomiti aguzzi appoggiati sulle ginocchia, proteso verso la dottoressa, attento. Assomigliava a uno scolaro che pendeva dalle labbra della maestra. La camicia sembrava brillargli addosso.
Giorgio sospirò cercando di scacciare il senso di greve oppressione che gli pesava addosso. Una morte difficile, un caso difficile, la sua posizione difficile. Il nuovo anno era già tutto in salita.
Ritornò a osservare il corpo di Vittoria, quando il medico legale lo stava ispezionando. Chiuse gli occhi, stringendoli forte per impedire alle lacrime di scorrergli sulle guance. L’odore intenso e famigliare del mosto impregnava tutto ed era insopportabile. D’impulso salì i gradini che separavano il luogo del delitto dal salotto e corse a sedersi su una sedia imbottita, vicino a un grosso ficus. Si osservò le mani protette da mezzi guanti di lana nera: tremavano piano, come quelle di un vecchio che piangeva. Si grattò la nuca, si scompigliò i capelli, che per l’inverno aveva lasciato crescere e che così avevano finito per mostrare sempre più fili bianchi, contribuendo a un effetto scolorito che sembrava armonizzarsi coi circostanti campi ricoperti di brina. Si sentiva esausto, stremato dalla consapevolezza che il calvario era appena iniziato.
L’andirivieni di agenti e operatori lo distolse dal suo rimuginare e, sollevando lo sguardo, si accorse che Valerio aveva lasciato la stanza, mentre la Temperino si era alzata e stava bisbigliando qualcosa a un suo collaboratore. Il magistrato spostò poi la sua attenzione su di lui, serrò le labbra e gli indicò il divano.
Giorgio la raggiunse e si sedette di fronte a lei.
Maria Rosa Temperino riusciva sempre a misurare femminilità e freddezza professionale con precisione farmaceutica, appariva attraente e seria nello stesso tempo, in un dosaggio preciso, complici l’abbigliamento formale e una cura attenta della persona. I capelli corvini apparivano freschi di parrucchiere, la pelle fine e chiara aveva la compattezza di chi non lesinava in creme idratanti, il trucco era quello attento e onnipresente che solo una donna del sud sembrava saper portare. Si sedette a fianco a lui lisciando la gonna e intrecciando le dita sul ginocchio in un atteggiamento in apparenza più familiare di quello che lui aveva osservato prima, con Valerio.
«Buongiorno, Martinengo», esordì. Lui cercò una posizione confortevole e salutò. Parlare stavolta gli era faticoso.
La Temperino abbassò la voce quasi a un sussurro, tanto da far sembrare la conversazione il dialogo in un confessionale: «La vedo particolarmente turbato».
«Conoscevo la vittima», dichiarò. Deglutì e lanciò un’altra occhiata all’uscio dal quale il personale della scientifica transitava in una processione dal passo nervoso.
«La conosceva bene?».
«Tanto da aver intrecciato una relazione, in passato», rispose asciutto.
La donna annuì scrutandolo con grandi occhi scuri. «Capisco...».
Un uomo sulla sessantina, magro e pelato, si avvicinò, indossava un camice in tessuto di cellulosa sopra un completo grigio dal taglio classico. Giorgio lo conosceva di vista, era il medico legale che aveva appena esaminato Vittoria. Scambiò poche, inudibili parole con la donna magistrato e lei annuì.
«Ho autorizzato la rimozione del corpo», l’informò. «Allora, Martinengo, come è finito qua?».
«Per motivi professionali», disse lui. «Seguivo l’attività della signorina Squassino da circa un mese». Si strinse nelle spalle mentre entravano gli agenti della polizia mortuaria spingendo una cassa di alluminio montata su una rumorosa lettiga. Da fuori, la nebbia lasciava filtrare una luminosità lattea che ingrigiva ogni ombra. Giorgio sentì una morsa alla gola, spalancò la bocca e si costrinse a prendere una boccata d’aria. «Adesso le racconto».