Capitolo primo

1241 Words
Capitolo primo Un essere umano è una creatura estetica prima ancora che etica. (Joseph Brodsky) Gennaio 2016 La convocazione gli arrivò con una telefonata mattiniera, mentre nell’aria si spandeva l’aroma del caffè e lui spegneva il fuoco. Giorgio si recò frettoloso nello studio e sollevò la cornetta del vetusto apparecchio di bachelite nera dopo appena due squilli. «Parlo col dottor Martinengo?». La voce dall’altro capo del filo, oltre a rivelargli una ostentata austerità, tradiva uno smaccato, scivoloso accento milanese. «Parla col dottor Martinengo». «Della “Martinengo Indagini”?». «Esatto». «Buongiorno, sono il dottor Cazzaniga, Safety manager della MidaGest». «Buongiorno». «La chiamo per motivi professionali», iniziò il Cazzaniga. Si schiarì la voce e tirò su col naso rivelando uno stato influenzale che il suo probabile stacanovismo aveva di certo ignorato. «La ascolto», lo incoraggiò Giorgio, la penna in mano e un’agenda aperta davanti a sé. «Saremmo interessati a ingaggiarla a causa di un nostro… definiamolo problema interno. È disponibile per un incontro di approfondimento?». Giorgio si sporse sulla scrivania come se stesse guardando giù da uno strapiombo, mentre con un occhio controllava che la telefonata fosse in fase di registrazione. «Problema interno è un’espressione vaga perché io possa farmi un’idea precisa». «Guardi, dottor Martinengo, Milano pullula di professionisti e agenzie grandi e strutturate, ma il nostro problema necessita di una presenza radicata sul territorio di riferimento. Questo non ci impedisce di guardarci attorno...». L’immediata, piccata risposta del Cazzaniga provocò in Giorgio la morsa improvvisa di una rabbia viscerale. All’arroganza che gli veniva sbattuta in faccia non riusciva a opporre il suo abituale aplomb. Ritornò a sedersi in posa più composta. «Per principio non rifiuto mai un lavoro e, proprio perché lo voglio fare al meglio, devo decidere in base alla maggiore quantità di informazioni che il cliente mi può fornire. Lei mi ha infiocchettato un discorso molto formale, ma io rimango senza sostanza per darle risposta». Ci fu una pausa da Milano, nel microfono distingueva un respiro lontano e i fruscii di chi gesticolava con l’apparecchio in mano. «Bene, dottore, ci avevano informato che lei era un puntiglioso. Apprezziamo il puntiglio e la perfezione, sa?». Il Cazzaniga aveva tentato la sua sbruffonata e vista la reazione aveva mutato tono. Giorgio si distese contro lo schienale. «Naturalmente, capisco che non possa entrare in dettagli così, per telefono. Mi serve però sapere di quali ambiti stiamo parlando quando ci si riferisce a un “problema interno”», rincarò assumendo il suo tono più professorale. «Fedeltà», si sbottonò il Cazzaniga. «Fedeltà di una nostra dirigente». Giorgio scarabocchiò qualche riga d’appunti annuendo. «Perfetto», sorrise alla finestra, i vetri lattei per la bruma che ammantava Valle Tanaro e risaliva con le sue spire indolenti fin su bricco Cornajàss. «Quando possiamo incontrarci, dottor Cazzaniga?». «Domani mattina? Alla sede italiana della MidaGest...». Gli lasciò l’indirizzo, lo salutò con decisione e mise giù. Giorgio rimase seduto dopo aver riposto la pesante cornetta. L’odore del caffè che s’insinuava dalla cucina lo chiamava alla colazione, le due righe scritte per scrupolo e abitudine, come se il fissare su carta con inchiostro gli donasse il conforto tangibile e la conferma di un lavoro, lo rassicuravano per il prossimo futuro. A pelle, il Cazzaniga gli suggeriva il tipo d’uomo totalmente votato a un mondo che aborriva, ma che era anche il suo, questo per quanto lottasse per costruirsi una bolla ideale dal quale astrarsene. Il resto della giornata lo trascorse a pianificare il tempo che avrebbe dovuto dedicare al nuovo caso. Era un periodo difficile ed erano sempre meno i clienti che si potevano permettere le sue indagini, il nuovo anno non sembrava promettere ricchezza e, nonostante tutto, la telefonata del milanese avrebbe potuto essere davvero un buon inizio. Il Cazzaniga lo aveva testato con più malizia di quel che aveva immaginato in un primo momento. Sfruttava la sua natura un po’ baüsha per smascherare incapaci e incompetenti. Se lo figurava simile a un grosso ragno appostato nella sua tana, lo sguardo sornione e le mandibole pronte a sbranare la vittima malcapitata. Giorgio se ne rendeva conto ogni minuto di più che trascorreva a ricostruire la dinamica della conversazione che aveva portato alla proposta d’ingaggio. Ne era talmente convinto che dopo pranzo era andato di nuovo in studio a riascoltare la telefonata, tra un sorso di caffè e l’altro. MidaGest. Era andato a cercare un po’ di dati riguardanti i nuovi clienti su internet. Una scorporata de La Bank con una vocazione al radicamento territoriale, in un’ottica di investimenti glocal che negli ultimi tempi tanto piacevano alle amministrazioni locali. Un Giano bifronte con uno sguardo volto alla finanza internazionale e l’altro alle ancora solide e liquide realtà della piccola provincia, con guadagni concreti e parsimoniosi risparmi. Spulciando l’organigramma notò che il direttore responsabile era un tedesco, un certo Edmund Krüger; c’era l’appena conosciuto dottor Cazzaniga e altri nomi, accompagnati da complesse denominazioni anglofone che non accesero la sua curiosità e sulle quali non si soffermò. Squali, pensò. Gente capace di razziare via dalle tasche di un moribondo anche pochi centesimi pur di rientrare nei loro obiettivi e presentare ancora il conto del disturbo alla vedova in lacrime. La crisi li rendeva ancora più famelici e spietati, gelidi, determinati a vendere e guadagnare fino alla fine su ogni briciola, ogni rimasuglio; su tutto. C’erano indubitabili vantaggi a lavorare per clienti come loro; notti insonni, giorni intensi, ma guadagni sicuri. Non badavano a spese, saldavano le parcelle senza battere ciglio, versando i bonifici per lo più entro i tempi previsti dalla fatturazione. *** Il mattino seguente si alzò molto presto. Fuori, le tenebre avevano ancora l’ipnotica profondità della notte e faceva un freddo umido che ricopriva ogni cosa come un gelido sudario. Fece una doccia bollente, indugiando nel box nel tentativo di scacciare dal corpo i madidi brividi che l’avevano attraversato non appena aveva messo i piedi nelle ciabatte; poi decise di radersi, anche se non era domenica. S’insaponò abbondantemente, schiacciando il pennello spumoso sul viso, cercando di ammorbidire la pelle e sollevare i peli della barba, poi passò il rasoio con lentezza, partendo dalle basette e le guance, tirandosele con due dita e ascoltando, nel silenzio del bagno, il piacevole raschiare della lama che scivolava via. Solo pelo, lasciando per ultimi il mento e la gola. S’insaponò una seconda volta e ripeté l’operazione alla ricerca di aree del volto ancora ruvide. Quando ebbe terminato si sciacquò con l’acqua gelida e si esaminò allo specchio. La pelle si era leggermente sgranata sotto al mento e alcune chiazze di sangue rosseggiavano sul suo pallore. Aprì l’acqua bollente e sotto il getto vi inzuppò un piccolo asciugamano di spugna; chiuse l’acqua. Volute di vapore avevano appannato lo specchio. Vi passò la mano umida sopra, per potersi ancora guardare, serrò le labbra e si applicò l’impacco ancora fumigante, premendo forte sul viso. Rimase così a sopportare il calore che dilatava i pori e a respirare profondamente dal naso finché non avvertì l’asciugamano iniziare a raffreddarsi. Si tolse l’impacco e si strofinò con un gel dopobarba dalla forte essenza mentolata. Avvertì un debole bruciore e poi una rivitalizzante sensazione di fresco. Si passò la mano sulle guance, sul mento, accarezzando la pelle finalmente liscia e compatta e, soddisfatto, andò a vestirsi. Decise per il completo di velluto a coste, una camicia chiara e una cravatta di lana verde, poi consumò una rapida colazione a base di caffellatte con molto caffè e due croissant tagliati a metà e riempiti di marmellata d’arancia. Sospirò. Si sentiva ansioso come un maturando il giorno dell’esame. La sottile soggezione, tutta piemontese e provinciale che provava verso l’ipertrofica gràn Milàn si era insinuata in lui come una paura atavica. L’é ün travàj. Si disse. Màc ün travàj. Si paludò nell’abbraccio pesante del suo montgomery e uscì. Quando mise in moto il Land Rover, disturbando la quiete dell’alba con il suo borbottare da trattore, una luminosità dalle sfumature violente contornava la linea ondulata dei bricchi, proprio in direzione di Milano.
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