Capitolo secondo

1956 Words
Capitolo secondo Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni. (Giovanni Verga) Gennaio 2016 Impiegò oltre due ore per arrivare a Milano. Da Alessandria, inoltrandosi verso oriente, la nebbia, in banchi spessi come barriere di bambagia, si era alternata a una foschia vaporosa, che svelava campi di terra brulla, caramellata dal ghiaccio. Alla barriera s’indovinava un sole senza raggi, sospeso tra i palazzi e le antenne come una luna piena fuori posto. Il traffico meneghino si snodava e diramava lungo gli svincoli e le tangenziali in code lente e nervose. Giorgio imprecò. Tutto a Milano era contagioso, la fretta, il mito di efficienza e dinamicità, l’ambizione di concretezza, tesa verso un irrealizzabile stampo di carattere anglosassone. Giorgio si sentiva un estraneo sempre e comunque e a lui, che aveva viaggiato in lungo e in largo l’Europa, succedeva soltanto lì. Londra, Parigi, Heidelberg, Amsterdam, Barcellona… i percorsi classici degli interrail li conosceva a menadito, gli sembrava di attraversare quelle strade ferrate come un pastore seguiva un tratturo. A Parigi e Berlino appariva talmente a suo agio che i turisti lo fermavano per chiedergli informazioni. A Milano sembrava risvegliarsi la sua ancestrale natura di uomo di campagna e si aggirava confuso tra lo stress dei suoi abitanti, che le linee della metropolitana sembravano essudare come icore oleoso e irritante. Nella guida l’ansia si gonfiava come una mongolfiera e così si protendeva in avanti, aggrappato al volante come un vecchio miope, sempre pronto a mettere la freccia terrorizzato dalla prospettiva di sbagliare l’uscita e inoltrarsi nel ginepraio stradale dell’hinterland. La sede della MidaGest era poco oltre Assago e svettava dagli ultimi piani di un grattacielo dalle vetrate color quarzo, dominando la piana strinata dal gelo che si stendeva davanti: l’immenso zerbino della città. Parcheggiò il Land Rover dalle fiancate ancora schizzate di fango in mezzo a SUV e berline tedesche lucide e s’incamminò con passo lento verso l’androne; alla fine era arrivato con un quarto d’ora d’anticipo che gli parve un buon compromesso. Arrivare ancor prima avrebbe potuto denotare un eccessivo nervosismo e quindi un’insicurezza ben poco spendibile sul lato professionale; spaccare il secondo avrebbe comportato troppi rischi pratici, mentre un ritardo sarebbe stato intollerabile. Nonostante tutto, aveva la sensazione di riuscire a mantenere ancora un certo controllo, dosando i tempi. Al banco c’era una giovane donna impettita in una giacca blu. Era truccata, capelli lisci e corvini; probabilmente aveva anche una laurea con ottimi voti, ma da certi portoni ci passi solo col giusto pedigree. Lei, intanto, aveva messo un piedino oltre la soglia, nel vestibolo, in attesa. Si presentò esibendo il tesserino. La donna lo prese fra le dita affusolate, aggrottò, fugace, l’ampia fronte liscia e aprì un sorriso meccanico come il movimento dell’otturatore di una macchina fotografica. Sollevò il cordless e parlò, concisa e seriosa, con qualcuno ai piani alti. Gli restituì il tesserino e indicò le porte a specchio di un ascensore. Giorgio ringraziò, ma lei era già assente, assorbita dalle sue mansioni. Approdò a un corridoio con il pavimento listato di legno wengé. Ficus a decorare gli angoli, stampe che pubblicizzavano i prodotti finanziari e i servizi della banca d’investimenti. Volti giovani, felici, illuminati da un’eterna estate che inondava di luce case moderne ed eleganti. Un immaginario patinato che aveva sempre considerato agghiacciante per falsità e ipocrisia. Al fondo del corridoio individuò una sala d’aspetto deserta. Vicino a un finestrone, con vista sull’orizzonte velato di smog e polveri sottili, era sistemato un divanetto di pelle nera, sul quale prese posto. Mancava una manciata di minuti all’appuntamento, ma voleva farsi trovare seduto comodo. Tra le mille passioni e interessi che attraversavano di continuo la sua vita, c’era stata una fase da scacchista che aveva impegnato non poco del suo tempo libero all’epoca dell’università. Aveva letto diversi fra i testi considerati fondamentali, come Il centro di partita di Romanovsky, Anthology of chess combinations e Il mio sistema di Nimzowitsch. Si era spinto a disputare qualche gara provinciale, con risultati dignitosi e quella forma mentis dell’anticipo, dell’impostare attacchi e difese lavorando sul predire le mosse avversarie gli era rimasta, salda e continua, in tutte le sue relazioni. Come diceva Bronštejn, l’arma più potente a scacchi è quella di avere la prossima mossa. Abbozzò un sorriso tra sé, estrasse il telefono dalla tasca interna del montgomery e vide che erano trascorsi sei minuti dall’ora dell’appuntamento. L’espediente di far attendere come simbolo del potere, della libertà di disporre del tempo degli altri. Poco elegante, ma in quella sottile arroganza c’era lo stile italiano dell’autorità. Capì che non avrebbe parlato con Krüger, ma si sarebbe misurato col Cazzaniga. Ecco, l’attesa. L’inutile generatore di ansia che nella vita quotidiana lavorava sempre a pieno regime, un’idrovora d’anime. Udì dei passi rintoccare sul parquet. Secchi, nervosi. Passi di donna. Si aprì la porta che aveva davanti e si affacciò sull’uscio una signora di bassa statura, capelli di un rosso fiammeggiante e sintetico, sollevata su aggressivi stivali di cuoio nero. Il volto possedeva la tensione di un drastico lifting e le labbra sporgevano nello spesso turgore del silicone iniettato. Poteva essere stata interessante una volta, erotica anche, indovinando un petto generoso e gambe fasciate in nylon nero, ma l’angoscia di un mondo che non ammetteva più vecchiaia, morte e il trascorrere del tempo, l’aveva spinta a investire una fortuna in trattamenti chirurgici che d’estetico avevano soltanto l’aggettivo. «Il dottor Martinengo?». Aveva la voce roca delle fumatrici indefesse. Avvicinandosi, Giorgio colse delle note di tabacco secco sovrapposte all’ascetica acqua di colonia che si era distribuita a gocce su polsi e lobi. «In persona». «Si accomodi». Si fece da parte invitandolo a entrare. L’ufficio del Cazzaniga guardava verso il cuore della città, oltre Buccinasco e, spingendo l’occhio, aiutato da giorni più limpidi, si sarebbe potuto intuire il centro, Porta Ticinese, forse addirittura Brera. L’arredamento era quello essenziale che andava per la maggiore in quegli ambienti. Dietro l’ampia scrivania dal ripiano di mogano sedeva il Cazzaniga, un uomo sulla cinquantina inoltrata, pelato, corporatura robusta che stava sfociando nel grasso. Il Cazzaniga era sull’orlo del decadimento, ma non si era ancora lasciato andare. Sicuramente faceva un vita più sedentaria che dinamica, ma il viso abbronzato testimoniava una ripresa. Forse il sabato a tirare di racchetta in qualche campo da tennis della cintura o addirittura il golf. Aveva occhi chiari e vivaci, accesi di un entusiasmo che non sapeva nemmeno più lui quanto vero e quanto costruito. Si alzò, ma senza andargli incontro. «Buongiorno, dottor Martinengo. Finalmente c’incontriamo!». Un piazzista. Avrebbe scommesso su di un suo passato da piazzista, magari i primi lavoretti da studente, a contarla a casalinghe solitarie sulle meraviglie dell’aspirapolvere multiruolo che aveva sotto al braccio. Quel sorriso sempre luminoso e aperto. «Si accomodi!». Gli strinse la mano con energia e tornò a sprofondare nella poltrona anatomica. Giorgio prese posto posando la borsa a terra, vicino alle gambe, come una piccola stampella. Il Cazzaniga tirò fuori una cartelletta e da essa un dossier coi fogli tenuti da una spirale di plastica; la posò di fronte a lui, chiusa. «Queste sono le informazioni di base del soggetto». Sulla copertina era ben visibile il logo dell’azienda: forma curatissima per poche pagine di rapporto e un curriculum vitae allegato. Giorgio non resistette e squadernò davanti al manager i suoi lucidi e i preventivi disposti in ordine di costo crescente. Il sorriso dell’altro parve raggelarsi in uno schieramento d’avorio. «Mi piace, Martinengo», gli disse con convinzione sospetta. «Preciso, professionale… sabaudo. Ecco, in lei c’è un’austerità sabauda». Alla lusinga Giorgio avvertì la sensazione di aver riacquistato il controllo della conversazione, si accomodò meglio sulla sedia e accavallò le gambe. «Quindi?». Cazzaniga aprì il dossier, uno sguardo freddo era balenato nel medesimo istante, comunicandogli così che i preliminari erano finiti. «Il soggetto è la dottoressa Vittoria Squassino, la nostra Senior Account Manager per il Piemonte». Giorgio incrociò le mani sul ventre e le strinse con forza. Annuì a labbra serrate, mentre la scossa finiva di attraversarlo. L’inaspettato era quel fattore che poteva destabilizzare ogni idea, ogni pianificazione, vanificare progetti e pregiudicare il buon esito di un’indagine. Giorgio aveva improntato una vita nell’anticipare l’inaspettato e sconfiggerlo, ma quando esso colpiva, l’impatto era sempre traumatico. E doloroso. La pagina del dossier si apriva con una grande foto del viso della donna. Bella, di quella bellezza altera, lineamenti fini e regolari, il volto allungato, una leggera sporgenza del mento che le donava decisione. Gli zigomi sporgevano aguzzi sopra guance lisce e candide, capelli lunghi di un castano fresco e intenso. Gli occhi, verdi, fissavano l’obiettivo con trasparenza felina. «Lo so, gran fica. Una così può arrivare dove vuole. Ha superato i quaranta, chi lo direbbe?». Controllo. La mente di Giorgio lavorava frenetica per il controllo: di sé, della situazione, delle reazioni. Era bravo a controllare. E a controllarsi. Il linguaggio del corpo parlava a insaputa dell’individuo, ma i segni più plateali, quelli sapeva occultarli bene. Non si mosse, non gesticolò. Rimase seduto con le mani compresse sulla pancia scegliendo con prudenza ogni singola parola: «La sua infedeltà in cosa consisterebbe?». «Vendita di un portfolio clienti importanti alla concorrenza...». «Non dovrebbe essere difficile risalire alla sua intermediazione», mormorò Giorgio mentre si concentrava sui fatti al di là della persona. Il Cazzaniga esitò, si mosse sulla poltrona come colto da un improvviso e imbarazzante prurito e si schiarì la voce: «Non è solo quello...». «Ah, ecco», commentò Giorgio con soddisfazione. L’infedeltà all’azienda si poteva facilmente risolvere grazie all’indagine di un ispettore interno. Aveva sospettato che fosse un pretesto fin dal giorno prima. Cazzaniga abbassò la voce: «La siura sta intrattenendo stretti rapporti con un personaggio che gestisce una società nostra controllata. Per la sua ristrutturazione, sulla base delle relazioni della Squassino, noi ci abbiamo investito dei milioni, sopra. Nutriamo il sospetto che parte di questi fondi siano stati distratti per effettuare investimenti con la concorrenza». Giorgio si accarezzò il mento. Stava rievocando le nozioni di economia e finanza di quando aiutava sua sorella a preparare gli esami all’università. Banche d’investimento, dealing, brokerage, private equity. Anglicismi sterili che riempivano la bocca e ammantavano ogni operazione di un’aura di competenza, davanti alla quale solo una mentalità ottusa e tutta provinciale vi si poteva inchinare con deferente servilismo. Il Cazzaniga ci sguazzava, in quel linguaggio. Scosse la testa. Il nuovo cliente gli stava tratteggiando una situazione complessa ed elementi insufficienti. «Un momento. Un momento solo, dottor Cazzaniga». Il Cazzaniga sbarrò gli occhi : «Mi dica!». «Qual è la società controllata?». Cazzaniga si corrugò davanti allo schermo del computer. «La Enosalus spa di Cortese Valerio». Giorgio incassò con una smorfia. Se lo sarebbe dovuto aspettare, ma il passato, per quanto avesse potuto marchiare, spesso finiva riposto nei cantoni più oscuri davanti alle esigenze del presente. Quando ritornava alla luce, era sempre un abbaglio. Valerio, Vittoria e lui. Un triangolo fumoso che aveva attraversato la sua esistenza, mellifluo e a tratti sgradevole, come un bagno nella gelatina. Giorgio si schiarì la voce e si piegò in avanti: «Com’è controllata?». «Era entrata nel portfolio clienti grazie proprio alla Squassino. Cortese aveva questa catena di beauty farm caratterizzate da trattamenti a base di vino e mosto. Sei spa tra Astigiano e Albese. Progetto interessante, ma la società aveva dei problemi di liquidità e solvenza. La Squassino aveva presentato un piano di acquisizione della Enobeauty tramite la creazione di una società veicolo...». «Leveraged Acquisitions», citò Giorgio, mentre i termini riaffioravano man mano in mente. «Esatto», rispose ammirato il Cazzaniga. «Ma la signora avrà presentato le rendicontazioni di spese e investimenti, come pensate che abbia distratto fondi alla banca?». «Sembra che lo stile di vita della dottoressa Squassino abbia subito un’impennata notevole negli ultimi mesi e, stando alle relazioni ricevute dai nostri ispettori interni, delle sei spa soltanto una risulta a regime. Per il resto, è compito suo indagare e appurare. Allora, accetta?». «E cosa vi fa pensare che il tutto sia riconducibile all’attività di un concorrente?». «Accetta o non accetta?», ripeté il Cazzaniga. Stavolta la voce possedeva un sottofondo più freddo, come una lama nascosta tra le piume di un cuscino. Giorgio rigirò con due dita il dossier di Vittoria. Ora il volto aristocratico lo fissava con quella sua avvenenza che non lasciava nessuno indifferente. Anche dalla foto, metteva soggezione. Deglutì. Dopo vent’anni poteva ricordare le sue labbra e provarne ancora languore. «Accetto», mormorò. L’affare era concluso, un ingaggio sicuro e molto ben retribuito, ma, lo stesso, Giorgio non riusciva a togliersi di dosso il retrogusto amaro della sconfitta.
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