Capitolo terzo

2209 Words
Capitolo terzo Nel cuore di ogni uomo c’è un nervo segreto che risponde alle vibrazioni della bellezza. (Christopher Morley) Febbraio 1996 Nevicava senza convinzione su Castagnole. Giorgio era uscito dalla doccia e, frizionandosi i capelli con l’asciugamano, ciabattò fino in camera. Fermo davanti al finestrone, osservava i radi fiocchi scendere nella còrt. Solo i teli dell’Iveco Daily dell’azienda di famiglia si stavano imbiancando. Un’occhiata al termometro che aveva fissato al davanzale gli aveva strappato un sorriso ironico: -4,5 °C. Da dicembre si parlava dell’ondata di gelo polare che la perturbazione battezzata Burian avrebbe portato sulla penisola. Le previsioni apparivano disastrose, ma i segnali, fino a quel momento, sembravano annunciare un inverno comune e senza picchi di gelo da annali. Sulla scrivania c’era il suo Mac con in vista le videate del sito di Meteo France che sembravano mostrare un atteggiamento più moderato nei confronti del tempo in atto. Accese lo stereo, passò in rassegna l’alta rastrelliera di legno che ospitava la sua raccolta di CD e scelse Under the pink di Tori Amos. Mentre si sfregava con l’accappatoio, la suoneria del Nokia coprì le note malinconiche di Bells for her. Afferrò il telecomando e mise in pausa l’esecuzione, si buttò sul letto e prese il cellulare. «Pronti». «Ci becchiamo al Ligure», gli annunciò Valerio, entusiasta. «Al Ligure? Sicuro?». «Sì, dai! Ho un gancio con Manuela e delle sue amiche, stasera butta bene...». «Butterà bene per te». Giorgio pensava alle alternative per quella che sembrava annunciarsi come una serata noiosa. Valerio occupava i primi posti nella classifica dei belli nell’Astigiano, un esemplare da sera col quale era davvero difficile competere. «Pensi sempre troppo, Martinengo, ogni tanto lasciati guidare dal picio, che anche lui ha bisogno. Cazzo, è sabato sera, giovane! Il Ligure è pieno di figa, bisogna pur pasturare, no? Allora ventuno, ventuno e trenta davanti al Ligure e, mi raccomando… adeguato», mise giù. Adeguato… Giorgio si osservò nello specchio dell’armadio, spettinato, l’ombra dorata di una barba sempre timida e l’accappatoio ancora addosso. Valerio viveva nell’ossessione dell’adeguatezza, dell’essere sempre a posto, in ordine e giusto. Era un pavone con la ruota sempre aperta e i capelli impeccabili. C’erano volte che lo trovava imbarazzante e lontano da lui anni luce, eppure la loro improbabile amicizia reggeva fin dai banchi del liceo. C’era un candore dettato dall’insicurezza di un adolescente cui non bastava la sua avvenenza per sentirsi accettato da un mondo sempre più esigente e selettivo e la vicinanza di Giorgio sembrava dargli un agio incomprensibile. Più volte gli era balenata l’idea sgradevole che Valerio si puntellasse a lui per aumentare un contrasto che sfolgorava agli occhi degli altri. Negli anni in cui il ruggito del berlusconismo riverberava ancora tra le fila della borghesia ansiosa di elevarsi dalla massa, le ansie di un giovane ambizioso e insoddisfatto diventavano un male dal quale liberarsi poteva essere arduo. Adeguato… Il fastidio di quella raccomandazione gli si era insinuato nei pensieri come una zanzara nell’orecchio. Bar Ligure ad Asti, locale storico, elegante, stile sabaudo, uno dei poli dei vecchi viveur che nel fine settimana calamitava la bella gioventù cittadina, contendendo la palma di luogo à la page della città al leggendario Cocchi. Sbuffò. Aprì l’armadio. Si vantava di non seguire le mode, a meno che non si proponesse qualcosa che gli piaceva. L’estate passata era morto il nonno paterno, il coriaceo Pinòt e, tra le varie cose, aveva ereditato il suo guardaroba. Abiti di taglio classico realizzati su misura da un sarto di Costigliole. Completi in lana, di velluto, di fustagno, giacche di tweed, un paltò tre quarti nero degno di Tim Burton. Se n’era innamorato. Pezzo per pezzo aveva fatto adattare i capi alle sue misure, allungando maniche e pantaloni e stringendo in vita. Lo stile era di un’eleganza impeccabile, ma con quel tocco di ruvida rusticità che ammorbidiva il tutto. La voglia di sbattere in faccia ai figli di papà astigiani le sue origini contadine, il suo essere vinificatore, lo spinse a ignorare l’eleganza raccomandata da Valerio. Buttò sul letto i suoi jeans più sbiaditi, un’inevitabile camicia scozzese, un gilet di velluto a coste e una giacca confezionata nel medesimo tessuto. Infilò le polacchine di cuoio, una sciarpa e, scendendo le scale, mugugnando saluti e assensi alla sua raccomandante madre, s’intabarrò nel cappotto. Il Range Rover Classic bianco riposava in garage. Nuovo, intestato all’azienda. Giorgio aveva fatto serigrafare la scritta MARTINENGO VINI sulle fiancate con caratteri svolazzanti che richiamavano l’attorcigliarsi dei pampini lungo le modanature laterali. Mise in moto, infilò Ten dei Pearl Jam e partì alla volta di Asti. In città non nevicava più. Tirava un vento che sapeva di montagna e di pulito e l’aria era sclinta tanto che le stelle gelide scintillavano oltre i coppi. Scelse di parcheggiare in piazza Alfieri e farsi un pezzo a piedi perché passeggiare gli piaceva e Asti, il sabato sera, sapeva apparire bella, così dorata dalle luci dei lampioni. Oltrepassò il Cocchi, gremito di avventori, percorse il tratto d’isola pedonale e raggiunse il Ligure. Il locale faceva angolo con l’antica via Gobetti, sotto i portici dei Cestai. Poteva udire il vociare della bella gente già all’inizio del corso; una piccola folla che entrava e usciva dal bar tra saluti, telefonate e sigarette. Un’arrogante BMW M3 era parcheggiata proprio davanti ai portici a dare sfoggio della carrozzeria lucida, i cerchioni da 17 pollici e il sottinteso potere economico che rappresentava. Appoggiato come un cavaliere a fianco del suo destriero, riconobbe Valerio Cortese. Il ragazzo splendeva in tutti i suoi venticinque anni. Possedeva quella chiave che apriva con incredibile facilità molte porte; possedeva la bellezza. Era alto e prestante Valerio, un po’ dinoccolato; il volto nobilitato da una regolarità di tratti che era rara in quella terra di contadini e bei capelli di un nero corvino, lisci e forti, che pettinava come voleva. Il colorito acceso da regolari sedute di lampada abbronzante e un sorriso candido come la camicia bianco ghiaccio che sembrava lampeggiare da sotto il cappotto nero. Reggeva un old fashioned di Negroni come fosse un’appendice del suo corpo e gesticolava con spontaneità, impegnato in una conversazione con due ragazze calamitate di fronte a lui. Giorgio lo raggiunse alle spalle, Valerio era troppo impegnato dalle sue parole per accorgersene e continuava imperterrito nel raccontare. Parole su parole in un discorso che non riusciva a comprendere. Osservò le ragazze, due bionde truccate per la discoteca e issate su tacchi vertiginosi, che ridacchiavano; gli occhi sgranati a riempirsi di uno dei partiti più quotati della provincia. Avrebbe potuto dire numeri a casaccio, come facevano a volte le comparse dei film, e loro avrebbero annuito rapite, senza perdere una sola cifra tra quelle che avrebbe enunciato. «Ciao, Valerio», sbraitò infine. Il giovane si girò sorpreso, gli sorrise e lo squadrò da capo a piedi. «Ciao, Martinengo, ma... come cazzo ti sei vestito? Sembri mio nonno…». «Vero. Fantastici, i pezzi del nonno». «Ma al Medi ti rimbalzano, conciato così…». Scosse la testa, bevve un sorso e strizzò l’occhio alle ragazze, che risero, argentine. Da alcune casse stereo piazzate all’esterno del Ligure proveniva dell’acid jazz gradevole e dalle vetrine si poteva osservare il sommovimento di schiene pigiate dentro. Giorgio si sarebbe preso volentieri un cognac, ma la folla lo scoraggiava. «Dai prenditi qualcosa, Martinengo, fai mettere sul mio conto e vieni a tenerci compagnia». Giorgio fece un passo verso l’ingresso poi si girò per presentarsi. Valerio gli disse i nomi delle due bellezze e lui strinse loro le mani intirizzite. Come entrò nel bar, aveva già dimenticato come si chiamavano ed era quasi certo che le ragazze avessero cancellato il suo in automatico. Valerio stava pasturando, in nottata avrebbe soltanto dovuto decidere quale delle due prendere e la notte al Mediterraneo sarebbe stata l’inderogabile tappa successiva. Giorgio odiava il Mediterraneo. Dentro il bar c’era un calore palpabile, fisico, quasi come quello pesante ed espirato delle stalle, con la differenza che la “stagnanza” era quella del fumo che aleggiava attorno ai faretti in una nebbia azzurrina. Sgomitò fino al bancone di legno intarsiato; dietro, due baristi in camicia bianca lavoravano frenetici miscelando alcolici e preparando caffè. Attorno a lui, il vociare confuso e indistinguibile della bella gioventù astigiana. Ordinò il cognac, gettò un’occhiata a Valerio, ancora appoggiato all’auto, le due cascate di capelli biondi che annuivano alle sue confuse parole. Aggiunse un Negroni e due caipiroske per le ragazze, pagò e con le mani piene raggiunse l’uscita. «Offre la Martinengo vini», annunciò. «Anche lui è imprenditore», sottolineò Valerio. Una delle ragazze si girò a guardarlo, sembrava che si fosse accorta di lui soltanto in quell’istante e Giorgio a sua volta colse l’occasione per squadrarla meglio: di media statura, nobilitata dai tacchi, gambe ben tornite, inguainate in calze nere. Il tubino la fasciava con efficacia e una canottierina ricoperta di strass dava lustro alla scollatura. Aveva grandi occhi verdi esaltati da un trucco marcato; un po’ troppo per i suoi gusti, ma era attraente e lui non poteva esimersi dal contemplarle le gambe. «Non mi ricordo il tuo nome», disse lei, candida. «Giorgio». «E non vieni al Medi?». «Difficile». Guardò Valerio che stava sussurrando qualcosa all’orecchio dell’altra giovane. Si sentì di troppo. Si passò la mano fra i capelli, scompigliandoli. «Forse vado a una jam session di jazz, a Torino». «Peccato», gli rispose archiviandolo, poi richiamò l’amica informandola della situazione. Valerio non perse l’occasione: «Posto in macchina ce l’ho, ragazze». Una Opel Calibra bianca scivolò sul pavé di corso Alfieri e fermò dietro alla BMW di Valerio, ne scese un ragazzo snello con la coda di cavallo e un pizzetto geometrico che Valerio salutò col bicchiere iniziato. «Omar, ciao Omar!». Si batterono un cinque che schioccò nell’aria leggera. Giorgio lo conosceva di vista; bazzicava un po’ tutti gli ambienti, qualche volta l’aveva visto in giro per la provincia a scorrazzare con un Daily blu, probabilmente un padroncino che viveva al di sopra delle sue reali possibilità. Sorbì il cognac, ma lo stare al freddo ne limitava gli aromi. La serata lo stava annoiando più del previsto, nonostante le belle ragazze e l’energia densa di tensione e aspettative tipica del sabato sera. «Vado dentro», annunciò indicando la porta. Valerio sollevò il pollice continuando a parlare fitto con l’Omar. Il Ligure si era un po’ svuotato quando un paio di compagnie se n’erano andate dopo aver deciso il prosieguo. Giorgio andò a sedersi a un tavolo attaccato alla vetrina che dava sul corso, quando passò il cameriere ordinò un Afrodite’s friend e dalla sua postazione osservò Valerio che si scambiava gran pacche con l’Omar. Infine entrarono anche loro e le bionde. Osservandole meglio, com’era inevitabile la più carina e disponibile l’aveva agganciata Valerio, mentre l’altra, rincuorata dal non aver dovuto ripiegare sulla sua compagnia, cercava di guadagnare il terreno perso rispetto all’amica; questo mentre Omar sembrava intento a studiare attentamente ogni sua forma da dietro. Avrebbero bevuto qualcosa tutti assieme e poi organizzato le macchine per andare al Mediterraneo. Come da manuale. Sentì la curva sardonica piegargli le labbra. Valerio avrebbe fatto scacco matto comunque, ma lui quella sera gli aveva permesso un attacco perfetto per sedurre le bionde. La verità è che non aveva avuto voglia di gareggiare contro di lui. Si aggrapparono al banco, poi Valerio si staccò dal trio e lo raggiunse al tavolo. Ora sembrava dispiaciuto. «Ma che hai, stasera? Avevo preparato il terreno alla perfezione, io con Veronica e tu con Giada, cazzo… Mi sa che se la fa Omar…». « Non è il mio stile», gli rispose senza rancore. «Ma che cerchi? Moglie? Giada fa la commessa in boutique, non è tipo da maritino, lei cerca ï sòld…». Girò il capo a guardarla di spalle, lo scosse come sconsolato. «È una bella ciulata e niente più». «Può darsi, ma non mi dice niente. Non mi intriga…». «L’importante è che succhi». Si ravviò i capelli aggiustando un paio di ciocche sulla fronte e si sedette di fronte a lui; rivolse un gesto rassicurante agli altri e assunse un’aria circospetta. «Sei troppo intelligente, Martinengo», sussurrò e con l’indice si batté la tempia. Gesticolava come i gangster in un film di Tarantino quando era ispirato. «Pensi le tue cose su tutto e su tutti, ti vedo, sai? Parli poco e osservi molto, questo ti aiuta a capire un mucchio di cose, ma non a ciulare…». «Lo dici tu». «Giada stasera era una scopata sicura, è un mese che si è mollata col suo tipo…». Giorgio osservò la ragazza preso da un improvviso, animale pentimento, indugiò su quei polpacci dritti e i tacchi delle décolleté. «È una scopata sicura per te». Valerio ridacchiò, un suono un po’ stridulo, ma la luce della vanità gli scintillava negli occhi. «Ti sta sul culo Omar?». «Sì e molto». «Perché?». «Guardalo. Gira su una Calibra da cinquanta milioni e fa il padroncino con un dannato furgone. Sicuro che quella macchina l’ha presa in leasing. Quanto, al mese? Sei? Settecentomila lire di rata? Ci si faceva un mutuo per la casa, invece scorrazza con la Calibra come un gadàn, a girare piano in città per farla vedere e perché altrimenti lo beve anche di traverso. Me lo immagino a mettere ventimila lire di super per volta… Capisci? Gente così si brucia le prospettive di vita per pura vanità. Quanti anni ha? Trenta? Trentacinque? Tra un po’ finirà di essere sulla cresta dell’onda. È un individuo effimero che conduce una vita effimera». «Vedi che sei intelligente? Cazzo, gli hai fatto la radiografia, e giusta anche. Però hai sbagliato una cosa. Avrebbe tutti i problemi di soldi che mi hai spiegato e che io non avrei mai capito solo a guardarlo un paio di volte come te, se non fosse per la sua attività parallela». «Quale?». «Shhhh», gli fece Valerio, misterioso. Gli strizzò l’occhio, finì il Negroni e si alzò. Offrì un altro giro alle ragazze, confabulò con Omar e con il barista, poi si allontanò diretto verso i bagni. Quando uscì dalla toilette, Valerio aveva il volto ancora più acceso e gli occhi lucidi come biglie di vetro, poi la porta del bar si spalancò lasciando entrare assieme al freddo nevoso della notte, una nota floreale che a Giorgio ricordò le magnolie. Tre ragazze fecero ingresso nel locale, cambiando tutto, quella sera.
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