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Fammi godere

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Blurb

«Fammi godere, Alessandro.»Le parole mi sono uscite dalla bocca, audaci, cariche di una sfida bruciante.«Agli ordini, bambola mia», mormorò lui, infilando il suo cazzo dentro di me.Quando una assistente personale si azzarda a offrire il proprio aiuto per cose… che non hanno niente di professionale, deve sapere che sta giocando con confini molto più pericolosi di quelli di un semplice impiego.Io, Clara, lo sapevo. Vedevo Alessandro Duvall come l’ultima fortezza da conquistare, l’enigma definitivo. Il mio piano era limpido: varcare la porta del suo ufficio, spezzare il suo controllo con un sorriso, e prendere ciò che desideravo da così tanto tempo. Una vittoria carnale, rapida, folgorante.Credevo di aver previsto tutto. La gonna a matita, la camicetta trasparente, ogni parola calcolata. Credevo di dirigere la danza.Non avevo previsto che il fuoco che accendevo avrebbe consumato anche le mie difese. Né che un semplice gioco di seduzione si sarebbe trasformato in un patto di menzogne, in un contratto dove i nostri cuori avrebbero finito per firmare clausole che non avevamo mai letto.Sono entrata nel suo ufficio da cacciatrice. Ne sono uscita sconfitta, umiliata, licenziata. Ho creduto che fosse la fine.In realtà, era il primissimo passo in una trappola molto più grande. Una trappola che abbiamo tessuto insieme, filo dopo filo, fino a quando la distinzione tra menzogna e verità, tra desiderio e amore, tra accordo e destino, è diventata impossibile da distinguere.Ecco come ho perso il mio lavoro, guadagnato un marito, e scoperto che le cose più belle a volte nascono dagli errori di giudizio peggiori.

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CAPITOLO 1
CAPITOLO 1 Il Punto di Vista di Clara Il sole al tramonto dorava i grattacieli di Parigi, ma io vedevo una sola finestra. Dall'altra parte della strada, il suo ufficio. Quello di Alessandro Duvall. Il cuore mi batteva all'impazzata, un ritmo sordo e insistente contro le costole. Non era nervosismo. Era l'attesa del cacciatore. Nell'ascensore a specchi, controllai il mio riflesso un'ultima volta. La gonna a matita, nera e spietatamente attillata, mi plasmava i fianchi. La camicetta bianca, scelta per la sua trasparenza suggestiva sotto una luce radente, lasciava intravedere i ricami di pizzo nero sottostante. Avevo raccolto i capelli in uno chignon severo, ma avevo lasciato sfuggire qualche ciocca, appiccicata alla nuca. Un tocco di trascuratezza calcolata. Le labbra, scarlatte, si incurvarono in un sorriso che sapevo essere un'arma. Ero pronta. Spinsi la porta del suo ufficio senza bussare. Il suono netto dei miei tacchi sul parquet lucido era una dichiarazione. Una sentenza, come l'immaginavo. Lui era lì, chino sui documenti, le dita strette attorno alla sua costosa penna. L'aria era fresca, profumata di cuoio e caffè, ma da lui emanava una tensione quasi palpabile. Sentii un brivido di trionfo. Era già sui nervi. Per colpa mia? Lo speravo. «Signor Duvall», mormorai, strascicando la voce, rendendola roca, un velluto sgualcito. Posai il fascicolo di Lione sulla sua scrivania con una noncuranza studiata, lasciando che le mie dita sfiorassero il dorso della sua mano. Un contatto da scarica elettrica, così breve, così intenso. Vidi il suo pugno contrarsi. Sussultò, e il suo sguardo, che fuggiva il mio da una settimana, risalì lentamente lungo il mio braccio, si soffermò sul mio collo, poi si fissò sulla mia bocca. Ci passai sopra la lingua, lentamente, uno spettacolo offerto solo per lui. «Davvero, Clara?» La sua voce era bassa, piena di un avvertimento che suonava falso. Cercava di aggrapparsi alla sua autorità. Era commovente. Non arretrai. Avanzai. Il mio profumo, un miscuglio ammaliante di vaniglia nera e muschio, divenne un ponte tra di noi. Mi chinai, le unghie smaltate di rosso che mordevano il bordo della scrivania, accanto alla sua mano. «Forse potrei aiutarla a… scaricare la tensione», sussurrai. Il mio sguardo verde scese intenzionalmente verso il suo cavallo, dove il tessuto impeccabile dei suoi pantaloni tradiva una tensione crescente. «I numeri possono aspettare. Lei, invece… Sembra avere bisogno di qualcosa di più… immediato.» Vidi il muscolo della sua mascella sobbalzare. Era il cedimento che aspettavo. Lui balzò in piedi, la sua imponente figura che all'improvviso dominava lo spazio, bloccando la luce. Il suo sguardo era un misto di rabbia e di quella cosa selvaggia, primitiva, che riconoscevo così bene. «Stai giocando a un gioco pericoloso, ringhiò. Un gioco che non controlli.» Risi, un suono basso e gutturale che gli fece indurire il cazzo, lo vidi dalla sua espressione. Senza interrompere il contatto visivo, portai una mano al petto e sbottonai il primo bottone della camicetta. Poi un secondo. Un terzo. Apparve il pizzo nero, un contrasto violento con la mia pelle. «Sono pronta a correre questo rischio, mormorai, la voce appena tremante. La domanda è… lo è lei?» Qualcosa in lui cedette. Con un gesto brutale, mi afferrò il polso. La sua presa era di ferro, ma il dolore era un piacere acuto. Emisi un piccolo gemito e mi lasciai tirare contro di lui. La collisione fu elettrica. La sua bocca catturò la mia. Non fu un bacio. Fu un assalto. Un possesso. Ed ero più che consenziente; ero complice. Mi abbandonai a quel bacio con una voracità pari alla sua, le unghie che si conficcavano nei muscoli delle sue spalle. Quando mi spinse contro la scrivania, spazzando via i fascicoli con un colpo di mano, una sensazione di potenza mi invase. Avevo fatto cedere l'uomo più controllato di Parigi. Le sue mani sotto la mia gonna trovarono la carne nuda delle mie cosce. Lui grugnì sentendo l'umidità delle mie mutandine di seta. «Cazzo, Clara, sei già tutta bagnata, eh?» Non negai. Aprii le gambe, un invito. «Sì, ammessi in un soffio. È colpa sua. Sempre colpa sua.» Quando si inginocchiò, il mondo si capovolse. La sua lingua sulla mia fica fu una rivelazione, una tortura squisita. Ero in sua balia, ed era esattamente dove volevo essere. I suoi ordini, le sue dita dentro di me, la sua bocca vorace… Mi abbandonai, gridando il suo nome come una preghiera pagana. Quando l'orgasmo mi travolse, fu una deflagrazione che sembrò ripulire tutte le settimane di tensione. Ma sapevo che era solo la prima parte del duello. Quando mi ordinò di succhiarglielo, mi inginocchiai con un senso di trionfo sacrilego. Lì, ai suoi piedi, riprendevo il controllo. Lo sentii tremare, soffocare imprecazioni mentre la mia bocca lo possedeva. Il sapore di lui, il potere di farlo vacillare… Era inebriante. Poi mi sollevò, mi girò, e mi prese con una ferocia che mi strappò grida. Ogni spinta era una rivendicazione, e ogni gemito da parte mia una resa che offrivo con gioia. Ero sua, completamente, e in quell'abbandono mi sentivo più potente che mai. Quando venne dentro di me, sentii il mio stesso corpo convulsare una seconda volta, aggrappandosi al suo in un ultimo spasmo di possesso reciproco. Rimasi accasciata sulla scrivania, il corpo vibrante, la mente annebbiata, il fiato corto. Il profumo del nostro atto mescolato a quello del cuoio e del caffè freddo riempiva la stanza. Avevo vinto. Poi sentii lo scatto metallico della sua cintura. «Sei licenziata, Clara.» Le parole caddero come lame di ghiaccio. Il mondo, che si era ristretto al calore della nostra pelle, si espanse di nuovo, freddo e brutale. Mi girai lentamente, la camicetta a brandelli, il corpo segnato, la fica ancora piena di lui. Era già ridiventato Alessandro Duvall, l'amministratore delegato. Cravatta perfetta, sguardo vuoto. Mi porse una busta bianca. «I tuoi indennizzi. Non tornare mai più.» Lo shock mi tolse il respiro. Per un istante, non capii. Poi la realtà mi schiacciò. Non era stato un duello. Era stata un'esecuzione. Avevo creduto di essere la cacciatrice, ma ero stata solo la preda. Mi aveva lasciato giocare, poi aveva messo fine al gioco. Presi la busta. La carta era liscia, impersonale. Una transazione. Senza una parola, raccolsi i miei vestiti. Le mani mi tremavano. Le mutandine di seta erano strappate. Le lasciai cadere. Un trofeo macabro per il suo ufficio immacolato. Mentre mi rivestivo, le mie dita si rifiutavano di obbedire. Sentivo il suo sguardo su di me, non caldo, ma analitico. Come doveva analizzare una colonna di numeri deludenti. Un ultimo sguardo. Era già immerso nei suoi documenti, il sole al tramonto che gli aureolava la testa di un alone ingannevole. L'uomo che, pochi secondi prima, aveva gridato il mio nome nell'estasi, era già scomparso. La porta si chiuse dietro di me con uno scatto definitivo. Fuori, Parigi scintillava, indifferente alla piccola morte che era appena avvenuta nella sua torre di vetro. Avevo la mia vittoria carnale, ma lui aveva vinto la guerra. La busta frusciava nella mia mano, un povero sostituto dell'impero che avevo creduto, per un istante, di poter conquistare.

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