Capitolo 3

1558 Words
CAPITOLO 3 IL PUNTO DI VISTA DI ALESSANDRO La porta del mio ufficio si aprì senza bussare. Un ingresso che riconoscevo tra mille. Lucas. Mio fratello minore. L'erede presuntivo, almeno nella sua testa. «Alessandro, ho cercato dappertutto il fascicolo di Lione. Clara lo teneva aggiornato, lei sola conosceva tutte le pratiche. Dov'è? La segretaria dice che non è venuta stamattina e non risponde.» Se ne stava lì, una brutta copia di nostro padre con un vestito troppo serio per la sua età. Trasudava quell'aria di sicurezza ingenua di chi non ha mai dovuto lottare davvero per un posto che gli era stato promesso. Non alzai subito gli occhi, prolungando il silenzio, lasciando che la tensione crescesse. Era una danza tra noi, una danza che controllavo io. «Clara non tornerà», dissi infine, la voce neutra, timbrando un documento. Il gesto era di routine, banale. Contrastava violentemente con la tempesta che mi ruggiva dentro da ventiquattr'ore. Il silenzio che seguì fu eloquente. Alzai infine gli occhi. La sorpresa sul volto di Lucas era quasi comica. «Cosa? Perché? Ci ha lasciati?» «L'ho licenziata. Ieri.» Le parole caddero nell'ufficio come pietre. Lucas rimase a bocca aperta. «Hai… licenziato Clara?» Ripeté le parole come se non ne capisse il senso. «Ma… perché? Era l'elemento migliore del tuo servizio! Papà impazzirà… Insomma, stiamo parlando di Clara! Da quando è incompetente?» Incompetente. La parola che avevo preparato, quella che suonava vuota persino alle mie orecchie. Sapevo che la mascella mi si era contratta. Un'immagine fugace: Clara, china sulla mia scrivania, le sue labbra scarlatte a pochi centimetri dalle mie, il suo profumo di vaniglia nera e muschio che invadeva lo spazio. Il ricordo elettrico del contatto della sua pelle. «Non corrispondeva più ai requisiti del suo posto», dichiarai, distogliendo lo sguardo verso la finestra. La stessa scrivania sulla quale, il giorno prima, l'avevo presa con una ferocia che mi bruciava ancora le vene. Avevo ancora l'impressione di vedere l'ombra del suo corpo inarcato contro il legno lucidato. «Ha commesso degli errori. Il suo posto non è in questa azienda.» «Errori? Clara?» Lucas rise, incredulo. «La donna che anticipava i tuoi bisogni ancora prima che tu li formulassi? È un po' facile, Alessandro. Papà chiederà spiegazioni, lo sai. Le voleva molto bene.» Mi alzai, sentendo l'irritazione prendere il sopravvento. L'arroganza, quella corazza così familiare, riemerse a galla. «Non devo giustificare le mie decisioni di gestione davanti a te, Lucas. Sono io che dirigo questa direzione. Sono io che decido chi lavora qui. Punto e basta. » Girai le spalle, fingendo di osservare Parigi. Ma non vedevo nulla. Rivedevo i suoi occhi a lei, verdi e pieni di sfida trionfante, poi la sua espressione di shock assoluto quando avevo pronunciato la sentenza. "Sei licenziata." Il sapore del suo abbandono era ancora sulla mia lingua, un miscuglio inebriante di potere e disperazione. La verità, quella che non potevo gridare in faccia a Lucas, a mio padre, o a chiunque altro, urlava dentro di me. Come confessare loro che avevo perso il controllo? Che quella donna, con i suoi sorrisi-arma e i suoi sguardi che promettevano l'inferno, era riuscita a far crollare la facciata? Che l'avevo desiderata al punto da dimenticare chi ero, dove eravamo? Che l'avevo presa su quella scrivania come un animale, spazzando via fascicoli e dignità con un colpo di mano? Il licenziamento era l'unica via d'uscita. L'unico modo per riprendere il controllo. Su di lei. Su di me. Mandandola via, cancellavo la prova vivente della mia debolezza. Uccidevo la tentazione sul nascere. Era diventata un rischio, una falla nella sicurezza dell'edificio perfetto della mia autorità. Un segreto troppo pesante, troppo pericoloso. «È irrazionale», insistette Lucas, dietro di me. «Hai fatto un errore.» Un errore. L'unico errore era stato cedere. Il resto era solo gestione delle conseguenze. «La questione è chiusa», dissi voltandomi, ritrovando la mia maschera di amministratore delegato inespugnabile. Quello che non aveva gridato il nome della sua assistente venendo dentro il suo corpo appena poche ore prima. «Trovati un'altra assistente. Clara Duvall non è più un argomento di discussione.» Lucas scosse la testa, un misto di frustrazione e disgusto sul volto, e lasciò l'ufficio senza un'altra parola. Quando la porta si richiuse, mi lasciai cadere nella poltrona. Il silenzio era assordante. Il profumo di Clara era sparito, sostituito dall'odore sterile delle pulizie. Ma mi sembrava ancora di sentirlo. Di vedere l'alone di trionfo nel suo sguardo quando aveva creduto di avermi avuto. Aveva avuto ragione su un punto: era stato un duello. Ma si sbagliava sull'esito. Non avevo vinto la guerra licenziandola. L'avevo vinta sacrificando l'unica cosa che, in anni, era riuscita a far battere il mio cuore più forte della brama di potere. --- IL PUNTO DI VISTA DI CLARA I giorni si trascinavano, tetri e silenziosi. Il mio appartamento, un tempo un semplice pied-à-terre tra due giornate di lavoro frenetiche, era diventato una gabbia. La luce di Parigi inondava il soggiorno, illuminando le sottili particelle di polvere che danzavano nell'aria immobile. Le guardavo turbinare, ipnotizzata. Questa era la mia vita, adesso. Polvere in sospensione. Il mio computer portatile troneggiava sul tavolino, schermo nero e muto. Eppure l'avevo costretto a lavorare in quei giorni. Avevo inondato il mercato del mio curriculum, inviato domande a tutte le aziende che sembravano minimamente serie, e anche a qualcuna che non lo era. Avevo personalizzato ogni lettera di presentazione, venduto le mie competenze, la mia precisione, la mia determinazione. Ora aspettavo. Ogni ping della mia casella di posta faceva sobbalzare il mio cuore, per poi lasciarlo ricadere subito: una newsletter, una promozione, uno spam. Mai la risposta. La busta degli indennizzi era esposta in bella vista sul piano della cucina, come un rimprovero. Ogni volta che la guardavo, un'ondata di rabbia mi invadeva. Alessandro. Il suo nome era una maledizione che mi sussurravo per alimentare la collera. Detestavo la sua doppiezza, il suo controllo glaciale, il modo in cui mi aveva usata e poi gettata come un fazzoletto di carta. Ma soprattutto, detestavo la mia stessa ingenuità. Io, Clara, che credevo di tirare i fili. Ero stata un burattino. «Mai più», mi giuravo a voce bassa passando la scopa in salotto, un gesto meccanico per ingannare l'ozio. «Mai più mi lascerò prendere a questo gioco. Il prossimo capo che mi farà gli occhi da cerbiatto può correre lontano.» La rabbia era un carburante, ma non riempiva il frigo. Nel tardo pomeriggio, la realtà prosaica della spesa si impose. Mi cambiai, infilando un paio di jeans e una felpa – un abbigliamento che non avrei mai indossato un giorno feriale in precedenza – e mi diressi al supermercato del quartiere. Sotto i neon aggressivi, tra il balletto dei carrelli e le annunci promozionali, mi sentivo estranea. Una specie in via di estinzione: la dirigente disoccupata. Gironzolavo per i reparti in pilota automatico, buttando yogurt, pane e pasta nel carrello. La mia vita si riassumeva in questo, adesso. Roba base. Sopravvivenza. Fu girando al reparto dei freschi che la vidi. Una sagoma familiare, china su una confezione di formaggio. Sandrine. Un'amica dell'università, con cui avevo condiviso risate e notti in bianco prima che le nostre strade si separassero – lei aveva scelto una vita più tranquilla, nel marketing per un marchio di lusso. «Sandrine?» Lei si girò, e il suo volto si illuminò di un sorriso vero, caloroso e senza calcoli. «Clara! Mio Dio, saranno passati anni!» Ci abbracciammo, una stretta sincera che scaldò un angolo del mio cuore ghiacciato. Mi tenne a distanza con le mani, scrutandomi. «Non sei cambiata! Anzi, sì, hai l'aria… più riposata.» Traduzione: hai l'aria di essere in vacanza forzata. Ricambiai il sorriso, un po' forzato. «Sei gentile. Neanche tu sei cambiata.» «Che fine hai fatto?» chiese, gli occhi brillanti di curiosità. «L'ultima volta eri l'assistente star di un pezzo grosso, no? Da Duvall & Figli?» Il nome risuonò come un colpo alla gabbia toracica. Sentii il mio sorriso congelarsi. «Ah, sì… È finita. In realtà… sono tra un impiego e l'altro in questo periodo. Cerco attivamente.» Le parole erano uscite, troppo in fretta, con un tono che speravo distaccato. Avevo l'impressione di portare un cartello "AFFITTASI" al collo. Il volto di Sandrine si oscurò di compassione immediata. «Oh, Clara, mi dispiace. Il mercato è duro in questo periodo. Ma con il tuo curriculum, troverai in un batter d'occhio, ne sono sicura!» Il suo entusiasmo era sincero, e faceva male. Lei non sapeva. Non sapeva che il mio "allontanamento" sapeva di bruciato e umiliazione. «Lo spero», mormorai, abbassando gli occhi sul mio misero carrello. «Senti, vedrò cosa posso fare per te, d'accordo?» proseguì, posando una mano confortante sul mio braccio. «Mi informerò in giro. Non si sa mai.» Quella semplice offerta di sostegno, quella solidarietà femminile inaspettata, mi fece quasi crollare. Strinsi i denti. Niente lacrime. Non qui. «Grazie, Sandrine. Sei davvero gentile.» «Ma figurati! Dobbiamo rifarci una bella cena per recuperare tutto. Tieni, mi prendo il tuo numero.» Scambiammo i telefoni, digitando i nostri numeri. L'atto era semplice, banale, ma mi restituiva un barlume di normalità, di appartenenza a un mondo dove le persone si parlavano, si aiutavano. «Perfetto! Ti chiamo presto, promesso!» disse stringendomi di nuovo in un abbraccio. «A presto, Sandrine. Contentissima di averti rivista.» La guardai allontanarsi, il suo carrello pieno di vita, e ripresi il cammino verso la cassa. Il mio carrello mi sembrò un po' meno pesante.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD