CAPITOLO 5
Il suono del telefono squarciò il silenzio soffocante del mio appartamento. Sussultai, il cuore subito in allarme. Un'ondata di speranza, acuta e dolorosa, mi attraversò. Era tardi, troppo tardi per un normale recruiter. Ma forse…
«Pronto? Clara Duvall?»
Una voce maschile, posata, professionale.
«Sono io.»
«Buonasera. Mi chiamo Martin Leroy, sono il responsabile delle risorse umane da Sylvestre & Associati. Abbiamo ricevuto la sua candidatura per il posto di direttrice amministrativa. Il suo profilo ci interessa molto. Sarebbe possibile che venisse a un colloquio domani mattina, diciamo alle 10?»
Sylvestre & Associati. Un nome prestigioso, uno studio di consulenza strategica rinomato. Il posto era un sogno, un vero trampolino di lancio. Sentii un capogiro prendermi, un misto di incredulità ed euforia.
«Domani? Sì! Certo, è perfetto», risposi, sperando che la mia voce non tradisse l'immensa ondata di sollievo che mi stava sommergendo.
Dopo aver annotato l'indirizzo e gli ultimi dettagli, riattaccai, le mani tremanti. Mi alzai, incapace di stare ferma. Percorsi avanti e indietro il soggiorno, una risata nervosa sulle labbra. Sylvestre & Associati! Era questa la mia rivincita. La prova che Clara Duvall esisteva al di fuori di Alessandro, che valeva più di un ufficio e una busta di licenziamento.
La scena dell'aggressione, l'incontro umiliante con Alessandro, tutto sembrò svanire, coperto da quel bagliore di speranza bruciante. Ero così impaziente che facesse giorno che la notte mi parve un'eternità. Andai a letto, gli occhi spalancati, a ripetere i miei argomenti, a immaginare la stretta di mano, lo sguardo ammirato dei miei nuovi colleghi.
La mattina dopo, mi preparai come per una battaglia. Tirai fuori il mio tailleur più affilato, un nero che modellava le mie forme senza un'oncia di compiacenza. La mia camicia bianca era immacolata, i miei tacchi neri affilati come lame. Avevo raccolto i capelli in uno chignon severo, ma lasciai perdere l'idea del rossetto scarlatto. Oggi era il potere attraverso la competenza, non la seduzione. Mai più.
L'edificio di Sylvestre & Associati era una torre di vetro e acciaio, moderna, impressionante. L'aria odorava di soldi ed efficienza. Annunciai il mio nome alla receptionist, il cuore che batteva all'impazzata.
«Il signor Leroy la aspetta. Ma il direttore, il signor Sylvestre, desidera incontrarla prima. Al momento è in videoconferenza. Se volesse attendere qualche minuto.»
Certo. Il grande capo voleva vedermi. Era un buon segno. Mi sedetti sul divano di cuoio dell'accoglienza, raddrizzando la schiena, incrociando le gambe con eleganza. Passavo mentalmente in rassegna i miei punti di forza.
Qualche minuto dopo, la receptionist mi fece cenno. «Può andare. Ufficio all'ultimo piano. L'ascensore alla sua destra.»
Il mio sangue fece un giro. Ultimo piano. Ufficio del direttore. Era reale. Premetti il pulsante dell'ascensore, un sorriso di vittoria sulle labbra. Nella cabina a specchi, controllai un'ultima volta il mio riflesso. Impeccabile. Inarrestabile.
L'ascensore si aprì su un pianerottolo silenzioso, tappezzato di moquette spessa. Un'unica porta, in mogano massiccio, si trovava in fondo al corridoio. Mi avviai, il clic dei miei tacchi attutito dalla moquette. Feci un respiro profondo, raddrizzando le spalle. Era il mio momento.
Toc, toc.
«Avanti.»
La voce era neutra, un po' attutita dalla porta. Spinsi la pesante porta ed entrai nell'ufficio.
La stanza era immensa, con una vetrata che offriva una vista mozzafiato su tutta Parigi. Dietro una scrivania monumentale, una poltrona di cuoio nero, imponente, dava le spalle alla stanza, il suo alto schienale che nascondeva completamente l'occupante. Il direttore guardava la città, contemplando il suo impero.
«Clara Duvall, per il colloquio», annunciai a voce chiara, sperando che non tremasse.
La poltrona cominciò a girare. Lentamente, con una grazia orrifica. Il cuoio scricchiolò. Il mio sorriso professionale era ancora congelato sulle labbra.
Poi vidi le mani. Mani che conoscevo. Che si erano passeggiate sul mio corpo con una brutalità possessiva. Che avevano firmato il mio licenziamento.
Il mondo si capovolse. Il pavimento sprofondò sotto i miei tacchi.
La poltrona completò la sua rotazione.
E mi ritrovai faccia a faccia con Alessandro.
Era seduto, perfettamente a suo agio in quella poltrona di potere, le dita intrecciate sotto il mento. Il suo sguardo blu acciaio, dove non leggevo più passione né rabbia, ma una freddezza assoluta, si posò su di me. Non sembrava sorpreso. Per niente.
«Clara», disse, e il mio nome nella sua bocca fu una sozzura.
Un rumore stridulo squarciò il silenzio. La mia borsa, che stringevo convulsamente, era scivolata dalle mie dita intorpidite ed era caduta a terra. Il tonfo risuonò nella stanza come uno sparo.
Volevo fuggire. Gridare. Strappargli gli occhi. Ma le mie gambe si rifiutavano di obbedire. Ero inchiodata al suolo, paralizzata da uno shock così violento che era quasi fisico. Il mio cuore non si spezzò, no. Si fermò. Un arresto glaciale, seguito da un dolore così acuto che portai una mano al petto.
Sylvestre & Associati. Doveva essere una filiale. Un'acquisizione recente. Lui aveva saputo. Aveva saputo tutto. Dall'inizio.
Non era un colloquio. Era una messa in scena. Una dimostrazione di potere ultima.
Mi aveva lasciato sperare. Mi aveva lasciato ornarmi, credermi forte, credermi libera. Solo per schiacciarmi meglio.
Lo fissavo, incapace di distogliere lo sguardo, sentendo il gusto amaro della sconfitta totale riempirmi la bocca. Ero tornata al punto di partenza. Peggio, non avevo mai lasciato il gioco. E lui ne aveva sempre tenuto i dadi.