Capitolo 6

891 Words
CAPITOLO 6 IL PUNTO DI VISTA DI CLARA Lo shock era un blocco di ghiaccio nelle mie vene, ma la rabbia che seguì fu un torrente di lava. Non mi mossi. Non potevo. I miei tacchi sembravano saldati al prezioso parquet. «Si sieda, Clara», disse Alessandro, con una voce dolce come velluto avvelenato. Indicò con la mano le sedie di fronte alla sua scrivania. «Cosa ci fa lei qui?» riuscii a sputare, la voce strozzata dall'emozione. Un sorriso quasi impercettibile sfiorò le sue labbra. «Si sieda. Lei è venuta per un colloquio, no?» La razionalità lottava contro la tempesta in me. «Sì, ma non… non mi aspettavo di vederla qui.» Le sue sopracciglia si inarcarono, fingendo sorpresa. «È così che mi ringrazia? Dopo che l'ho salvata dalle grinfie di un ladro ieri sera?» Il ricordo della mia vulnerabilità, della sua mano sul mio portachiavi, attizzò le braci della mia umiliazione. «Mi ha salvata per finirmi meglio? Mi ha licenziata, Alessandro! Dopo che… dopo aver fatto sesso con me!» La maschera della falsa cortesia cadde. Il suo sguardo si fece più intenso, più scuro. «Non è vero. Non ho "fatto sesso con lei". Lei si è data a me. Volontariamente. Con una voracità che quasi mi ha spaventato. Ho solo preso quello che offriva.» Il fiato mi mancò. Era la verità, nuda e cruda. La verità che rifiutavo di ammettere a me stessa. La mia armatura di seduttrice era stata solo un'illusione. Lui aveva visto attraverso. «È vero», lasciai uscire, lo sguardo puntato su di lui, sfidante. «Fare sesso con lei era uno dei miei fantasmi da molto tempo. Il più torrido, il più proibito.» Feci un passo avanti, posando le mani a palmo sulla sua scrivania, affondando lo sguardo nel suo. «Ma non sapevo che il prezzo da pagare fosse il mio lavoro.» Lui alzò appena le spalle, con una freddezza insopportabile. «Peccato.» «Perché?» scoppiai. «Perché la trovo qui? Cos'è questo gioco?» Allora si alzò, con la lentezza deliberata di un predatore. «L'azienda di mio padre è un'impresa familiare. La dirigo, ma non ne sono il proprietario ultimo. Qui, da Sylvestre & Associati, sono il mio padrone. È il mio impero.» I pezzi del puzzle si incastrarono in un fragore assordante. «Quindi… mi ha licenziata da casa di suo padre… perché venissi a lavorare per lei? Qui?» Fece il giro della scrivania, avvicinandosi a me. L'aria divenne improvvisamente rarefatta, carica di un'elettricità familiare e odiata. «Sì.» Sentii un misto di terrore e di colpevole eccitazione invadermi. «Mi dica la ragione esatta. Quella vera. Perché mi ha licenziata?» Era ora molto vicino. Il suo profumo, quel miscuglio di cuoio e di qualcosa di selvaggio, mi avvolse. Lui alzò una mano e, con la punta delle dita, sfiorò il mio braccio, dalla spalla al polso. Un brivido incontrollabile mi percorse la schiena, sollevando la pelle d'oca. Volli indietreggiare, ma i miei piedi si rifiutarono. «Mi risponda», sussurrai, la mia voce che tradiva un tremore. Ignorò la mia richiesta. La sua mano risalì, le sue dita si persero tra le ciocche ribelli che incorniciavano il mio viso. Giocava con loro, come si accarezza la seta, il suo sguardo fissato sulla texture dei miei capelli. «Ti ho licenziato dall'azienda di mio padre», disse infine, la sua voce un sussurro grave contro il mio orecchio, «per poterti controllare qui. A casa mia.» Le sue parole erano un veleno e un elisir. «Dopo quello che è successo nel mio ufficio là… non voglio correre il rischio di commettere il minimo errore. Abbiamo scopato insieme, Clara. E mi è piaciuto così tanto che ucciderei per riviverlo. Lo rifarei una seconda volta senza esitare.» Il mio cuore batteva all'impazzata, un tamburo selvaggio nel petto. L'odio e il desiderio combattevano una guerra senza quartiere nel mio sangue. «Ma non voglio scoparti nell'azienda di mio padre. Mio fratello, Lucas, potrebbe scoprirlo. Lo direbbe a nostro padre. E questo potrebbe avere un impatto sulla mia eredità. Finché mio padre è in vita, intendo rispettarlo. Quindi, ecco la ragione. Ti ho allontanato dal nido familiare per portarti nel mio.» Si chinò, le sue labbra così vicine al mio collo che ne sentivo il calore. «Qui», mormorò, la sua mano che lasciava i miei capelli per posarsi sul mio fianco, bruciante attraverso il tessuto del mio tailleur, «ho intenzione di prenderti in tutte le posizioni possibili. Su questa scrivania. Contro questa vetrata. Su quella poltrona. Se, naturalmente, sei d'accordo.» I suoi occhi, di un blu glaciale eppure così intensi, si immersero nei miei. La domanda fluttuava tra noi, pesante di conseguenze. E il peggio è che sentii il mio corpo rispondergli prima ancora che la mia mente potesse protestare. Un calore umido e familiare infiammò la mia fica. Il mio cuore batteva all'impazzata, non più per la paura, ma per l'attesa. L'odio era reale, il tradimento era reale, ma il desiderio che lui aveva acceso in me era un fuoco che non si spegneva. Si avvicinò ancora, la sua fronte quasi contro la mia. «Allora, Clara? Sei d'accordo che scopiamo in ogni angolo del mio ufficio?» Le parole erano bloccate nella mia gola, soffocate dal conflitto lacerante tra il mio orgoglio infranto e il mio corpo che lo reclamava. La mia bocca si aprì, ma nessun suono ne uscì. Solo un piccolo soffio ansimante, una risposta silenziosa e umiliante di tutto il mio essere.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD