Capitolo 7

1348 Words
CAPITOLO 7 IL PUNTO DI VISTA DI ALESSANDRO Il suo silenzio era una sinfonia. Era lì, ferma, magnifica nella sua rabbia impotente. Il suo tailleur nero, armatura troppo stretta per una battaglia già persa. I suoi occhi verdi, quei laghi di fuoco dove si rifletteva tutto il suo odio… e quella luce innegabile, quella brace che riconoscevo così bene. La brace che avevo acceso e che non chiedeva altro che di consumarsi di nuovo. Lei non diceva nulla. Nessun "sì", nessun "no". Solo quel respiro corto, affrettato, che sollevava il suo petto. Il suo corpo parlava per lei, un linguaggio molto più franco delle sue parole avvelenate. «Prenderò il tuo silenzio per un sì», mormorai, la mia voce un ronzio contro la conca del suo orecchio. Non avevo bisogno del suo consenso verbale. Leggevo in lei come in un libro aperto. Un libro di cui avevo già sfogliato le pagine più intime. «Lo so, Clara. So che il tuo corpo mi reclama. Lo vedo.» I miei occhi si posarono sul suo petto. Sotto la camicetta immacolata, vedevo la forma dei suoi seni, e al centro, la punta dei suoi capezzoli, duri e sporgenti contro il tessuto. Un tradimento fisiologico, irrefrenabile. Il mio stesso sangue si scatenò, scacciando ogni pensiero freddo, non lasciando spazio che a un desiderio primitivo, possessivo. «Posso vederli, i tuoi capezzoli. Si stanno indurendo per me.» La mia mano si alzò, sfiorando dapprima solo il tessuto, a pochi millimetri dalla tentazione. Vidi le sue palpebre battere, un brivido percorrerla. Le sue labbra, quelle labbra scarlatte che mi avevano tanto schernito, tremavano. Ora erano pallide, semiaperte su una confessione silenziosa. Fu troppo. Avvicinai il mio viso al suo collo. La sua pelle sprigionava un calore, un profumo di vaniglia nera e paura mescolati che agiva su di me come la più potente delle droghe. Vi deposi un primo bacio. Dolce. Quasi casto. Una semplice promessa. Lei fremette in tutto il suo essere, ma non indietreggiò. Anzi, la sua testa ruotò leggermente di lato, offrendo maggiormente la nuca, una resa muta. La bestia in me grugnì di soddisfazione. Il secondo bacio fu meno dolce. La mia bocca si aprì sulla sua pelle, umida e calda. Succhiai, dolcemente all'inizio, poi con più voracità, marchiando il mio territorio. Il suono ovattato della mia bocca contro la sua carne, il suo piccolo gemito soffocato… era una musica ammaliante. Continuai la mia opera, lasciando una scia di baci umidi e succhi nascenti lungo la colonna del suo collo, fino all'attaccatura della spalla. Ogni marchio era un sigillo. Ogni brivido del suo corpo, una vittoria. E lei si lasciava fare. Era questo, il più inebriante. Questa resa. Quella donna così forte, così orgogliosa, che si scioglieva sotto la mia bocca. Le sue dita si aggrapparono al bordo della scrivania, le nocche che sbiancarono. Un piccolo suono, tra il sospiro e il singhiozzo, sfuggì dalle sue labbra. Passai una mano dietro la sua schiena, premendola contro di me. Il suo corpo abbracciò il mio, plasmò la sua forma contro la mia. Potevo sentire i battiti impazziti del suo cuore contro il mio petto, il fremito dei suoi muscoli tesi. Era mia. Non nell'azienda di mio padre, con i suoi rischi e le sue costrizioni. Ma qui, nel mio regno. Dove le regole erano le mie. E questo era solo il preludio. --- IL PUNTO DI VISTA DI CLARA Il primo bottone della mia camicetta cedette sotto le sue dita. Poi il secondo. Il tessuto si schiuse, rivelando il bordo dentellato del mio reggiseno di seta nera, prima che lui lo scostasse con un gesto secco. L'aria condizionata dell'ufficio sfiorò i miei capezzoli, già duri, già doloranti di attesa. E poi… la sua bocca. Non una carezza, no, un possesso. Le sue labbra si chiusero intorno al mio capezzolo, la sua lingua che vorticava con una precisione che mi fece gemere. «Cazzo…» La parola mi sfuggì nonostante me, soffocata in un soffio. Lui rise contro la mia pelle, un suono vibrante che risuonò fin tra le mie cosce. «Sei così reattiva, Clara. Come se avessi aspettato questo tutto il giorno.» La sua voce era rauca, quasi cattiva. E aveva ragione. Avevo aspettato. Per settimane. Da quello sguardo in riunione, quando i suoi occhi si erano attardati un secondo di troppo sulle mie labbra. Le sue mani non tardarono a scendere. Sotto la mia gonna. Sulle mie calze, prima, tracciando il contorno delle mie cosce prima di trovare la pelle nuda sopra il reggicalze. Fremetti, le gambe strette nonostante me, come se potessi ancora proteggermi. «Apri ti.» Un ordine. Non una richiesta. Le sue dita sfiorarono il tessuto umido del mio perizoma, e io obbedii, allargando le ginocchia appena quanto bastava per dargli accesso. «Così va meglio», mormorò, soddisfatto, prima di infilare due dita sotto la dentellatura. «Sei fradicia.» Non potei rispondere. Il suo palma premette contro il mio clitoride, un movimento circolare che mi fece vedere le stelle. «Alessandro...» La mia voce si spezzò. Lui accelerò, le sue dita che scivolavano dentro di me con una facilità oscena, mentre il suo pollice continuava a girare, a premere, a spingermi verso un precipizio che sentivo arrivare, inesorabile. Poi si fermò. Gemetti di frustrazione, i fianchi sollevati verso la sua mano, supplichevole. «No, non fermarti—» Ma lui aveva già indietreggiato di un passo, lasciandomi vuota, tremante. «Non così in fretta, Clara», disse, un sorriso carnasscio sulle labbra. «Il meglio deve ancora venire.» Prima che potessi protestare, afferrò i bordi della mia gonna e la sollevò con un gesto brusco, esponendo il mio perizoma nero, già macchiato del mio desiderio. «Guardati.» La sua voce era un ringhio. «Sei magnifica così. Mezza vestita, mezza offerta.» Volli coprirmi, ma lui afferrò i miei polsi, trattenendoli contro i braccioli. «No. Lasciami guardare.» E poi la sua bocca fu su di me. Non un approccio timido, un attacco. La sua lingua tracciò un solco bruciante lungo le mie labbra, prima di immergersi tra di esse, esplorando ogni piega con una voracità che mi fece urlare. «Oh mio Dio...» Le mie dita si infilarono tra i suoi capelli, tirando quasi dolorosamente, come se potessi tenerlo prigioniero del mio corpo. Lui grugnì contro la mia carne, un suono animalesco, e sentii le sue dita affondare nelle mie cosce, tenendomi aperta, vulnerabile. «Hai un sapore…» Si interruppe per leccare più profondamente, la sua lingua che si avvolgeva intorno al mio clitoride prima di succhiarlo con una pressione che mi fece vedere bianco. «…divino.» Cominciai a tremare. Non brividi, scosse, violente, che partivano dal mio ventre e irradiavano fino alle dita dei piedi. «Alessandro, io... sto per...» Lui lo sapeva. Certo che lo sapeva. Ma invece di finirmi, rallentò. La sua lingua disegnò cerchi lenti, pazzescamente precisi, intorno al mio punto più sensibile, senza mai toccarlo direttamente. «No», mormorò contro la mia pelle. «Non ancora.» Urlai, quasi. «Ti prego!» La mia voce era irriconoscibile. «Ho bisogno...» «So di cosa hai bisogno.» Le sue dita tornarono, scivolando dentro di me con una lentezza torturante, mentre la sua bocca catturò infine il mio clitoride tra le sue labbra, aspirando con una pressione che mi fece esplodere. O quasi. Perché nel momento in cui stavo per precipitare, lui si raddrizzò. Ero ansimante, le guance in fiamme, il corpo coperto da un sottile strato di sudore. «Che c'è…» La mia frase morì in un gemito quando vidi la sua espressione. I suoi occhi brillavano, scuri, quasi feroci. «Te l'avevo detto. Non così in fretta.» Si asciugò le labbra con il dorso della mano, un gesto osceno che mi fece rabbrividire. «Aspetterai. Mi supplicherai. E quando deciderò che lo hai meritato…» Si chinò, le sue labbra che sfioravano le mie senza toccarle. «…solo allora ti darò quello che vuoi.» E mi lasciò lì. Sola. Tremante. La fica pulsante, i seni all'aria, la gonna sollevata come un'insulto. «Alessandro!» Gridai il suo nome, ma la porta dell'ufficio si era già richiusa dietro di lui, lasciandomi con il peso del mio desiderio insoddisfatto e l'eco della sua promessa: il meglio deve ancora venire. Non avevo mai odiato aspettare quanto quella sera.
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