Capitolo 8

1107 Words
CAPITOLO 8 IL PUNTO DI VISTA DI CLARA Non ebbi nemmeno il tempo di riprendere fiato che lui era già tornato. La porta si aprì con una violenza trattenuta, come se il legno stesso tremasse sotto la pressione delle sue dita. Alessandro. Il suo vestito, di solito impeccabile, era sgualcito alle spalle, la cravatta leggermente di traverso, come se l'avesse strappata in un gesto d'impazienza. I suoi occhi… Dio, i suoi occhi. Mi trafissero prima ancora che potessi reagire. Un bagliore scuro, quasi febbrile, come se avesse passato gli ultimi minuti a consumarmi dentro pensando a me. Mi irrigidii contro la scrivania, le cosce ancora tremanti per il nostro ultimo amplesso, il sapore di lui sempre presente sulle mie labbra. Non mi ero mossa. Non avevo osato. Come se il mio corpo, traditore, aspettasse già il suo ritorno. Lui fece due passi verso di me, le sue scarpe di cuoio che risuonavano sul parquet lucidato, poi la sua mano si chiuse intorno al mio braccio. Non una carezza. Una presa. Le sue dita affondarono nella mia carne con una possessività che mi fece ansimare. «Sei ancora qui.» La sua voce era rauca, come raschiata da chissà quale sforzo per contenersi. «Bene.» Mi tirò verso di sé senza dolcezza, e io inciampai, i miei tacchi che scivolavano sul tappeto persiano. «In ginocchio.» L'ordine cadde come una scure, secco, senza appello. Esitai un secondo per orgoglio, per sfida ma il suo sguardo si indurì, e qualcosa in me cedette. Forse era il ricordo delle sue mani su di me, della sua bocca esigente, del modo in cui mi aveva fatta perdere terreno poco prima. Forse era semplicemente la voglia di vederlo perdere il suo a sua volta. Mi lasciai cadere, le ginocchia che affondavano nello spessore del tappeto, le dita strette sulle mie cosce per tenermi dall'oscillare. Lui si slacciò la cintura con un gesto rapido, il cuoio che sibilava scivolando nei passanti dei pantaloni. «Apri.» Non ebbi bisogno che specificasse. Le mie dita tremavano mentre sbottonavo i suoi pantaloni, liberando la sua erezione già dura, spessa, venosa. Si drizzò davanti a me, quasi minacciosa, la pelle tesa su una lunghezza che mi fece venire l'acquolina in bocca nonostante me. «Cazzo…» Ringhiò quando gli avvolsi le dita intorno, sentendo il suo polso battere sotto il mio palmo. «Sai cosa voglio.» Obbedii. La mia bocca si chiuse intorno a lui, lenta all'inizio, assaporando il peso della sua carne sulla mia lingua, il sale della sua eccitazione. Lui gemette, una mano che si infilava tra i miei capelli per guidarmi, i suoi fianchi che cominciavano a ondeggiare in un ritmo subdolo. «Più profondo.» La sua voce era uno stridore, come se stringesse i denti. Incavai le guance, prendendo più di lui, finché la punta del suo cazzo sfiorò la mia gola. «Così…» Le sue dita si strinsero, quasi dolorose, e io gemetti intorno a lui, il suono vibrante contro la sua pelle. Poi mi strappò via da sé con uno strattone secco. Ansimai, la saliva che mi colava sul mento, le labbra gonfie. «In piedi.» Prima che potessi reagire, mi sollevò come se non pesassi nulla, sbattendomi contro il muro di mogano. Il legno lucido morse la mia schiena attraverso il sottile tessuto della camicetta, e sentii le sue dita affondare nei miei fianchi, tenendomi ferma. «Credi che sia finita?» La sua bocca era contro il mio orecchio, il suo fiato bruciante. «Non abbiamo nemmeno cominciato.» Uno schiocco secco: la sua altra mano che frugava nel cassetto della scrivania. Quando si raddrizzò, teneva il tubetto di lubrificante. Il mio stomaco si contrasse. «Che cosa…» Ma non mi lasciò finire. Spremette una nocciolina di gel nel palmo, la spalmò sul suo cazzo con un gesto rapido, poi «Cazzo!» mi penetrò con una spinta brutale. Urlai. Non di dolore. Non proprio. Solo… lo stiramento improvviso, la pressione implacabile di lui dentro di me, che scivolava senza resistenza grazie al lubrificante. «Sei così stretta…» Ringhiò, i suoi fianchi che sbattevano contro i miei con una forza che fece tremare il muro dietro di me. «Persino così. Persino dopo tutto quello di prima.» Le sue parole erano spezzate, i suoi colpi che mi spingevano sempre più in alto contro il legno, i miei tacchi che lasciavano il pavimento a ogni spinta. «Aspetta…» Provai a parlare, a ricordargli il mio colloquio, le conseguenze, qualsiasi cosa per rallentare quella tempesta. «Zitta.» La sua mano lasciò il mio fianco per chiudersi intorno alla mia gola, non abbastanza da strozzare, giusto quanto bastava per farmi capire. «Un'altra parola sul tuo dannato colloquio, e faccio in modo che tu non ottenga nessun lavoro in questa città. Capito?» Annuii, gli occhi sgranati, il cuore che batteva all'impazzata. Non era una minaccia a vuoto. Lo sapevo. E peggio di tutto… una parte di me non ci badava. Perché le sue dita si strinsero giusto quanto bastava perché sentissi il mio polso battere sotto il suo palmo, e il suo cazzo, spesso, implacabile, continuava a riempirmi, a possedermi, come se nient'altro avesse importanza. «Che ci fai con questo gel?» Ansimai, le parole che uscivano nonostante me, nonostante il suo avvertimento. «Tu… lo usi spesso?» Lui rise. Un suono rauco, quasi sprezzante. «Tutte le notti, Clara.» I suoi fianchi non rallentarono. «Guardando le tue foto. Quelle che hai lasciato in giro sul server.» «Le tue gonne troppo corte. Le tue labbra rosse.» «Il giorno in cui hai incrociato le gambe in riunione e ho visto la tua mutandina attraverso il collant.» «Cazzo, mi hai fatto impazzire.» Scoppiai a ridere. Una risata soffocata, spezzata da un gemito quando cambiò angolazione, colpendo un punto dentro di me che mi fece vedere le stelle. «Sei serio?» «Ti seghi guardando le mie foto di lavoro?» «Sì.» La sua voce era un ringhio. «E ora ti scopo per davvero.» «Quindi zitta e prendilo.» Accelerò. Il gel faceva il suo lavoro: ogni spinta era fluida, quasi oscena, il suono umido dei nostri corpi che si scontravano che risuonava nell'ufficio. «Alessandro...» «Shh.» La sua mano lasciò la mia gola per afferrare i miei capelli, tirando giusto quanto bastava perché inarcassi la schiena, offrendo il mio collo alle sue labbra. «Ora sei mia.» Le parole erano sussurri, quasi teneri, ma il modo in cui mi martellava, in cui mi possedeva, non lasciava dubbi su cosa intendesse. «Io… non sono di nessuno.» Provai a protestare, ma la mia voce si spezzò in un gemito quando lui infilò le dita tra di noi, trovando il mio clitoride gonfio. «Sì.» «Mia.» «E mi supplicherai di ricordartelo ogni dannato giorno.» Sentii l'orgasmo salire in me come un'onda, implacabile, divorante. «No…» «Non ancora.» «Adesso.» E io obbedii.
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