Colazione
“ D itemi voi, compare, se è lecito amareggiarsi, farsi venire il sangue chiaro e insipido come l’acqua, per via di questo limbo, mondo parallelo e intermittente d’ombre e cataclismi, in cui per qualche crudele sortilegio siamo obbligati a vivere.”
“Sortilegio? Siete sospettoso, compare. Io, dal canto mio, più fatalista. Vedete quel palco lassù? Quello di Gualtiero e compagni?”
“Gualtiero. L’acerrimo nemico del mio pupillo?”
“E non solo suo, credetemi. Quel giovane è però un segno di speranza per noi tutti, e per il futuro a lungo termine a Firgi. Anche qui possono scoppiare passioni, divampare gelosie, nascere nuovi amori…”
“Anche qui, proprio come in un supermercato? Ma ragionate, compare Pipino, ragionate assieme a me…”
E così compare Pipino e l’amico Romulo se ne andavano su e giù per il terzo ripiano, conversando amabilmente e talvolta indulgendo in ingenue provocazioni per ingannare il tempo interminabile di quella prima mattina.
A Firgi si avvicinava l’ora delle intrusioni del Fato orrendo e imprevedibile nelle pacifiche vite dei suoi abitanti. Molti l’aspettavano facendo finta di niente e preparandosi impavidi alle beffe crudeli del destino, come i nostri due amici; altri se ne stavano acquattati il più lontano possibile dalla frontiera, come madama Salada e le sue attendenti. Frusciante nei mille verdi strati del suo vestito, attenta a ogni minima imperfezione della tessitura, Salada spiava ad ogni momento i palchi di fronte: una delle “ragazze” era appena tornata dal piano inferiore, e ciononostante non riusciva a resistere all’attesa estenuante.
“Gliel’hai ripetuto che mi si seccano le foglie? Già qua, osserva, uno e due strati di verde cupo, spento ormai. Devo strapparmi l’anima per convincerla a venire?”
La servetta, trafelata e non ancora ripresasi dalla lunga corsa, continuava ad annuire e a lisciarsi la chioma precocemente appassita:
“Sapete com’è fatta la Longa, signora. Non riesce neppure più a piegarsi, poverina.”
“Piegarsi? Le basterebbe anche un piccolo inchino! È piena fino all’orlo, disperata me!”
E Salada continuò a portarsi dietro la coda di veli sfrangiati per quasi una mezz’ora, quando a un sussulto dello sportello giunse la tanto attesa pioggia d’acqua fresca:
“La Longa! Finalmente!”, corse ad affacciarsi la serva dal cassetto.
Le attendenti e la padrona ridevano e si schizzavano con vezzi di bambine, beandosi dell’istantaneo, ritrovato rigoglio delle vesti di smeraldo, delle lunghe ciglia di filamenti vegetali che quasi intercettavano e sorbivano l’umidità serpeggiante nell’aria gelida di Firgi.
“Quando la Longa vuole… La Longa può!”
Ma il buonumore di Salada dovette presto soccombere all’altra, terribile conseguenza della pioggia di vita di poco prima. Lo sportello aveva tremato, e la Longa s’era inchinata per un motivo tutto sommato plausibilissimo.
“Signora, i Dudenti…”
Il sorriso si smorzò sulle labbra fresche e redivive di madama Salada, che raccolse le vesti e tornò a rannicchiarsi, come morta, in un angolo del cassetto. Le “ragazze” le si disposero attorno a corona, mentre un paio di ripiani sopra, anche i due compari Pipino e Romulo si rizzarono immobili sull’attenti, come due statue di cera mai svegliatesi al primo respiro della vita.
Sempre a lasciare svitato il tappo dell’acqua. Se continuava a perdonare ai gemelli quelle disattenzioni, andava a finire che si sarebbe trovato un mare di grattacapi da risolvere per il prossimo weekend. Erano gli unici due giorni in cui i Formighelli avrebbero potuto passare del tempo insieme senza le incombenze di scuola o lavoro, ed era un peccato amareggiarsi ad ogni momento per uno stupido incidente come quello che gli aveva appena inzuppato le pantofole.
Gli era venuta addosso una cascata d’acqua. Pazienza.
L’ingegner Casimiro Formighelli andò scalzo, il capo ancora ciondoloni per il sonno, a prendere uno straccio dal lavandino. Per fortuna era riuscito a sollevare la bottiglia prima che si riversasse intera sulle piastrelle: tanto per cominciare, occorreva tamponare il danno. Gli cadde l’occhio sul cartone del latte scremato, rimasto lì sigillato da un paio di settimane, e si chiese se non fosse finalmente giunto il momento di passare a una colazione light. Mettersi a dieta… perché no? Cinque o sei giorni fa si era pesato ed era subito scappato dalla bilancia non appena l’ago aveva indugiato su quei cinque chili di troppo messi su dall’ultimo natale. Non che i suoi gliene facessero una colpa, però aveva notato certe occhiate accusatorie della moglie quando la mattina precedente aveva stentato ad abbottonarsi i pantaloni, che così impeccabilmente gli erano andati fino a un paio di mesi prima. Meglio non sbagliarsi… meglio iniziare subito da una colazione senza grassi. Anzi no, digiunare: avrebbe preso una sciocchezza al bar più tardi, andando in ufficio.
Avvertì dei passi dietro di lui e si voltò con un sorriso colpevole, lo straccio già tutto inzuppato accanto alle pantofole.
“ Lasci, faccio io signor Casimiro. Che è successo? Roba da nulla, dia a me.”
Mariella, la signora che aiutava sua moglie Amanda in casa, si impadronì del mocio lavapavimenti dall’angolo dietro il frigo e in un attimo fece sparire ogni traccia d’umido dalle piastrelle:
“ Preparo subito la colazione. Uova anche stamane?”
“ Oh no, la ringrazio. Prenderò un caffè più tardi, al bar.”
La donna stette a fissarlo un secondo di troppo, l’asta del mocio ancora salda tra le mani:
“ Non dovrebbe mangiare al bar, se può farlo qui a casa. È più sano…”
“ Sa com’è…”, fu costretto a giustificarsi Casimiro, prendendo le pantofole e salvandole dalla spazzolata di Mariella prima che fossero spinte via sotto il frigo, “Sarebbe bene che iniziassi un po’ di dieta…”
“ Ma non dalla colazione, nossignore! La colazione è sacra, l’aiuta ad affrontare la giornata… Se poi a pranzo mangia poco o niente, come fa?”
E dagli lui a spiegarle che quella mattina non aveva proprio appetito, che magari al bar oltre al caffè avrebbe preso anche un cornetto, e che a pranzo non si sarebbe accontentato di un’insalatina insipida come quella delle modelle della pubblicità in televisione.
Già di malumore, e risoluto a tenere il puntiglio nonostante lo stomaco avesse preso a brontolargli in protesta, il signor Casimiro Formighelli si sedette a tavola con il quotidiano del giorno prima, e aspettò che il resto della famiglia si presentasse in cucina per il primo pasto della giornata.
“Ma dico io, un po’ di ritegno!”, brontolò Alvise, il cartone del latte scremato, al vedere la Longa bistrattata senza ragione, dopo che si era lasciata andare a quella doccia d’acqua benefica sulla povera Salada.
Le due bottiglie di latte intero, Isotta e Cassio, aiutavano la vittima a sistemarsi meglio sul loro scomparto adiacente allo sportello, mentre intorno si affacciavano curiose le testoline degli altri alimenti appena scampati al primo “saccheggio” della giornata.
“Questi Dudenti”, mormorava Isotta, soffiando via le ultime goccioline dal collo della bottiglia d’acqua, “non si accontentano di succhiarci il sangue. Ora vogliono che lo gettiamo pure agli strofinacci…”
Dal canto suo la Longa, ormai rassegnata alle invadenti ingerenze del destino, lasciava fare. Tossì, si scosse un po’ per sistemarsi, poi pensò bene di rassicurare la compagna di scomparto:
“Non angustiatevi, Isotta. Va meglio. Non ne ho persa molta.”
“Intanto, sarà meglio che madama Salada si accontenti di farla al rubinetto, la doccia. Non sia mai che per avere fresche le foglie, dobbiate rimetterci voi.”
“Nessun disturbo, vi ripeto.”
“Sempre troppo buona, voi…”
Intanto Alvise seguitava a borbottare dall’angolo suo, ostinato, reggendo per il collo Candia, la bottiglina figlia delle altre due grandi e grosse di latte intero. La giovinetta tremava e non si arrischiava a chiedere ai genitori il motivo di tutto quel frastuono: era nuova di Firgi, lei, e non aveva neppure capito chi fossero di preciso quei mostri che avevano usato una violenza così terribile alla “zia” Longa.
“Mamma e papà li chiamano cerberi, ma poco fa una delle prezzemoline di Salada ha parlato di Dudenti…”, si decise a intavolare il discorso con Alvise, che alla fine interruppe l’incomprensibile borbottio per accennarle un sorrisetto di benevola commiserazione:
“Dudenti perché hanno denti duri, piccolina mia. Ma a noi non riguarda: è una minaccia di cui devono preoccuparsi solo i cibi solidi.”
“Nessuna minaccia per noi?”, fece Candia, speranzosa.
“Un’altra, semmai. Quelli a noi bevono il sangue.”
“O dio, che cosa…”
E subito la bottiglina si accostò alla madre che aveva appena finito di ripulire la Longa. Era così graziosa lei, tutta in vetro e con un’etichetta supplementare sul bavaglio che diceva “edizione limitata”: in effetti rispetto alle altre bottiglie di latte intero, in plastica e tutte bombate in vita, lei era una delle pochissime a esser stata fabbricata in scala ridotta, snella e affusolata, con un aspetto che ricordava i tempi d’oro della vendita del latte porta a porta.
“Mamma”, stava per chiedere accorata, “lo zio Alvise ha appena detto…”, quando fu interrotta da un fischio assai familiare che giungeva dalla mensola superiore. Candia arrossì e si rimangiò subito la domanda.
“Ancora lui? Ma quando metterà a posto il capoccione?”, fu la reazione di Cassio, che nonostante la seccatura non poté trattenersi da volgere a moglie e figlia un sorrisino divertito, in aspettativa di quel che sarebbe accaduto a breve.
Era proprio lui, Gualtiero l’uovo, ad aver così richiamato l’attenzione del reparto bottiglie. Pretendente “clandestino” alla mano di Candia, si contendeva quest’onore con l’altro aspirante fidanzato, il giovane e panciuto pomodoro Brando. Il fischio aleggiava ancora la sua eco per i ripiani superiori del frigo, che già quest’ultimo aveva fatto capolino coi suoi scagnozzi, dal cesto dove i freschi frutti maturi erano stati riposti in attesa della passata di mezzogiorno.
“Oè, ovetto! Di buonora stamattina!”, gridò volto allo scomparto delle uova, puntando con la crestina vegetale al più grosso e paonazzo dei sei che occupavano la confezione semiaperta.
Gualtiero cozzò il capo calcareo contro il vicino di seduta, e gli urlò qualche insulto reso incomprensibile dagli schiamazzi degli altri cinque.
“Sta’ calmo, o ti si crepa il guscio!”
“Palla di succo!”
“Ammasso di gelatina!”
“Sali qui sopra se hai il coraggio!”
“Scendi tu, o hai paura di spiaccicarti ai piedi della tua bella?”
La faida iniziò anche tra gli scagnozzi delle parti avverse: i pomodorini che facevano da guardie del corpo a Brando, Mondo e Tondo, sputarono semini in direzione degli equivalenti di forma ovoidale, Moon e Olaf. Moon si sporse tanto che a un certo punto perse l’equilibrio e precipitò di sotto, praticamente addosso al cespo di lattuga che attutì il colpo e gli salvò la vita.
“Attenzione! Mi stropicci il vestito!”, si scrollò madama Salada, mandando a rotolare Moon dall’altro lato del cassetto della verdura.
“Ehi Gualtiero! Non vieni a salvare il tuo amico? Mira al morbido prima di buttarti, però!”
Alla battuta di Brando fecero eco gli sghignazzi delle prezzemoline e dell’intero cesto dei pomodorini; il capo-uovo non si fece ripetere l’invito due volte e si lanciò in uno spericolato rotolamento lungo gli scaffali della margarina, delle alici sott’olio e del tonno in scatola. Approdò infine giusto ai piedi dei genitori di Candia, che si erano ritratti perché il fragile alimento non si sfracellasse contro i loro solidi contenitori.
“Questo è indecente!”, commentò Alvise, arrossendo assieme alla nipote per l’inaspettato oltraggio. Il ridicolo ovetto si era spinto troppo innanzi, senza neppur chiedere formalmente la mano di Candia; se ora si aspettava di ottenere così all’improvviso l’ambita ricompensa, in sfregio all’impertinenza del pomodoro…
“Via di lì o ti frantumo il guscio!”, giunse la minaccia di Brando, precipitatosi a salvare la sua principessa.
“Visto che sono qui”, sorrise Gualtiero per meglio istigare il rivale, “ne approfitto per testimoniare alla pregevol forma d’ogni autentica bellezza, che dal primo giorno mi ha stregato il cuore…”
“Via di lì, ti ho detto!”
E Brando prese la rincorsa per urtare l’uovo e farlo schizzar via dal ripiano della loro amata. Candia strinse le pallide labbra in una smorfia di raccapriccio, e Alvise se la tirò di fianco per evitare che assistesse all’ormai inevitabile frittata.
“Questo è troppo…” digrignò fra i semini Brando, udendo i lamenti dei suoi fratelli pomodori, dal cesto in cui (fortunatamente per lui) era andato a precipitare l’uovo catapultato. I compagni di quest’ultimo, Moon, Olaf e Love gli davano già man forte per aiutarlo a raddrizzarsi e a fronteggiare il nemico più dignitosamente.
“L’affronto è a tutti noi! È guerra! È guerra!”, strepitavano già gli altri pomodori, riavutisi dallo shock e controllandosi la lucida buccia per riconoscere graffi o lesioni.
La crestina puntata contro gli ovetti alla carica, i pomodori stornarono a stento l’impeto della prima rotolata. Un uovo più grosso del solito stava quasi per vincere la resistenza di Brando e spremergli qualche goccia di succo, quando una botta inaspettata lo mandò a incrinarsi sulla parete del frigo.
“Romulo!”, esclamò Brando, rialzandosi e dando a vedere dall’espressione seccata di non gradire affatto quell’intromissione.
La bottiglia del ketchup, il cappello alle ventitré e la solita aria strafottente da so-tutto-io, salutò tutti con un rigido inchino e si mise accanto al pomodoro per sfidare Gualtiero e i suoi.
“Siamo parenti, no?”, si giustificò con Brando, strizzandogli l’occhio.
“Ma è solo una questione tra uova e pomodori!”
“Amico, mio, perché sporcarti con quella gelatina? Guarda là com’è conciato il poveretto…”
E sempre sogghignando Romulo indicò al cugino e agli altri il povero Love, rantolante col guscio ammaccato, in una pozza di gelatina che continuava ad allargarglisi ai piedi.