Colazione-2

2019 Words
“Facile vincere con una bottiglia rigida! Sono contento almeno che Candia abbia visto coi suoi occhi di che pasta sono fatti i traditori!”, si sfogava intanto Gualtiero, accorso coi suoi a prestare aiuto al compagno. Love venne risollevato, tamponato, mantenuto cosciente per quanto possibile fino all’arrivo della senape. “Guarda cos’hai combinato. Potevamo schiacciarli benissimo anche senza di te”, sibilò Brando a Romulo, voltando le spalle alla scena pietosa e rendendosi conto con dispetto che Candia e le altre bottiglie del latte erano tutte concentrate sul dramma delle uova. Romulo scrollò il capo, lasciando che il cappuccio aperto del dosatore oscillasse da una parte all’altra, comicamente: “Scusami tanto, allora. A me sembrava che quell’energumeno te ne stesse dando di santa ragione…” “Ti sbagli!” “Sarà… Allora è come dici tu. Mi perdoni?” “Soltanto se mi giuri che non ti intrometterai mai più!” “D’accordo, d’accordo.” “E basta con questa storia che siamo parenti!” “Ancora incredulo? Non è rosso pomodoro il sangue che mi scorre nelle vene? Non ricordo io stesso il calore del sole che maturò i miei, di frutti? E così, quando la loro salsa mi fu pompata nelle vene, assieme all’aceto e al limone, allo zucchero e alle spezie…” Brando gli si parò davanti, furente: “Basta così! Non voglio più sentir parlare di passata, tanto meno da uno come te!” “Oh, non era mia intenzione…” Ma già al ketchup si era stampata sul viso la risatina ironica che lo rendeva così odioso a mezzo frigorifero: si guardò intorno quasi temendo di attirarsi addosso un’altra rissa, e s’inchinò rispettoso al suo parente presunto, prima di tornarsene ai piani alti. Alvise era il solo adulto che, per tutta la durata del dramma, non si fosse lasciato andare a grida di denuncia o di tifo per una delle due parti in causa. Quando Pipino, la senape, si fu portato via l’uovo incrinato, e il ripiano fu sgombrato degli ultimi residui della battaglia, scosse appena la nipote per farle riaprire gli occhi: “Coraggio, non c’è più nulla di cui aver paura.” “Oh, zio. A causa mia?”, chiese la giovane, specchiando la lucentezza del suo latte dolce in quello opaco di lui. “Ma è sempre a causa della bellezza, che si cimentano i più forti in campo, cara mia. Ti ho mai raccontato della leggendaria lotta tra cacio e taleggio per la conquista della più tenera mozzarellina di bufala che mai fosse entrata in un porta-formaggi?” Ma il racconto di Alvise fu troncato dal brusco “permesso?” della maionese, una signora un po’ avanti degli anni di nome Carola, che cercava di nascondere l’ingiallimento alla radice dei capelli con qualche ridicolo filamento di plastica della vecchia confezione. “Non consentirete mica a vostra figlia di dar qualche pegno d’interesse a uno di quei bruti?”, aggredì immediatamente Isotta, quasi ne andasse di mezzo l’onore di tutti gli alimenti a base di latte del frigorifero. La madre di Candia, smarrita, si consultò col marito che bloccò sul nascere ogni nuova contesa: “Non è stato deciso ancora niente, Carola. Certo, se dovesse continuare così…” “Ma certo che continuerà così! A cosa vuole che porti questo sfregio alla classe delle uova, causato per di più dall’entrata in campo di quella stupida salsa speziata? Oh, e se le uova dovessero chiedere il mio intervento? Lei sa, lei sa Cassio mio, che io e Gualtiero siamo imparentati…” Divertito senza darlo a vedere, Cassio diede un colpetto affettuoso col collo sul coperchio della maionese: “Sono convinto che una signora come voi non si spingerebbe mai così in basso…” “Può dirlo forte, questo non si discute! E tuttavia…” “E tuttavia”, proseguì Isotta, un po’ malinconica e già stanca di tutta quell’inutile melodramma, “la primavera è bella finché dura.” “Che volete dire con questo?” “Che fin quanto si è giovani ci si può permettere di far la preziosa, e tenere in aspettativa uova e pomodori. Quando poi l’inacidimento avanza…” Carola si scosse tutta, avvampando in viso al sospetto dell’illecita allusione: “Vorreste forse dare vostra figlia in pasto a uno di quei manigoldi?” “Lungi da me, lungi, signora mia”, sospirò tristemente Isotta. “Soltanto, non vorrei che troppo brusco fosse per la mia bambina il risveglio da questa dolce, inviolata freschezza. Non ha ancora tre giorni, e il suo latte è così poco…” Candia voltò lo sguardo interrogativo alla visitatrice, che stimò prudente ritrarsi per non dar peso ai presentimenti della sua buona mamma. Nessuno osava ancora immaginare, in quelle prime ore della mattinata in casa Formighelli, quanto stessero per rivelarsi veritieri i sospetti della bottiglia di latte intero. Gualtiero, intanto, era stato persuaso dai suoi a non lasciare impunito l’ultimo affronto di quei vegetali all’onore delle uova, tanto più che proprio alla fine si erano avvalsi dell’aiuto di un “esterno” alla disputa, violando i mutui, impliciti patti di cavalleria che avevano sempre regolato ogni loro scaramuccia. “Ha rischiato di uccidere uno dei nostri, e tutto per una bottiglina…” “Forse non ha tutti i torti. Forse è vero che infondo il guscio non è nulla, e che siamo fatti soltanto di gelatina… Molli…”, sussurrò Love nel delirio. Pipino gli teneva alzata la testa, perché la falla nel cranio non lasciasse scorrer fuori tutto l’umore: era risaputo che se un uovo perdeva una sola goccia del tuorlo, sole e vita concentrati nel loro essere, sarebbe stata la fine. “Non sforzarti. Gliela faremo pagare, lo sai.” “Mi sento così debole, capo. Magari è tempo di farla, questa frittata.” Gli occhi lucidi di lacrime, Gualtiero si rivolse a Pipino che ritenne opportuno parlargli in privato. Si ritrassero all’altro estremo del ripiano, lontani dal cartone dove Olaf e Moon, assieme alle altre uova, facevano da corona all’invalido delirante. “Per lui la battaglia è finita. Non potrà più rotolare, e dovrà porre massima attenzione a ogni movimento: la ferita è stata tamponata, ma non tarderà a riaprirsi e ad estendersi per qualsiasi mossa troppo brusca”, confidò la senape, dominando con lo sguardo la Sala Zero dirimpetto, e il sottostante reparto dei formaggi. Aveva assistito a parecchi decessi d’uova fresche durante la sua lunga esistenza lì nel regno di Firgi, e aveva capito che per ogni uovo ferito, sarebbe stata mille volte da preferire la morte a una vita di stenti e privazioni invalidanti. “Dice che ha perso la dignità, che sa di essere solo della gelatina…”, si lasciava andare Gualtiero, intanto. Aveva perso ogni ritegno e singhiozzava liberamente, sapendo di poter confidare nella discrezione dell’abile dottore. “Parole senza senso. Dovete considerare che è stato a un passo dalla morte…” “La chiami pure frittata! È questo il gergo per la fine, tra noi uova. Ci prendono tutti in giro per la nostra fragilità, perché sotto l’apparenza di una corazza sottile come una foglia di prezzemolo, non nascondiamo altro che una poltiglia d’albume e arancio. Ma lo sanno loro, dottore…? Lo sanno quelli che ci giudicano, in che paradiso di calore, e dolcezza, e palpitanti viscere noi siamo stati concepiti?” Pipino tossì per invitarlo a darsi un contegno, ma aspettò che concludesse il suo patetico sfogo. “In noi sta rinchiuso il giallo della vita, la matrice cellulare per la nascita del dio dell’uovo, e della carne, e di tutta la materia che popola l’universo! Da un uovo, dottore, da un uovo è nato tutto questo!” E Gualtiero si volgeva intorno a indicargli ripiani e mensole, formaggini e wurstel, tonno e cipolline. Il dottore annuì col capo più per fargli piacere che per convenire con le sue balzane teorie: “Sono convinto che a Isotta e Cassio non sarà sfuggita la nobiltà della vostra stirpe. Contrariamente a quello che si pensa, le uova sono alimenti essenziali, importanti per la vita di molti altri esseri dipendenti dalla catena alimentare…” “È quello che cerco di ripetere a quei palloni gonfiati dei pomodori, dottore! Che hanno di meglio da offrire, loro, a una così delicata, soave bottiglietta di latte?” “Sono sicuro… Vedrà che un giorno o l’altro l’evidenza di questa vostra tesi…”, balbettò il dottore, volgendosi speranzoso a un ticchettio di vetro sulla mensola, segno dell’arrivo di un nuovo visitatore. Allo sporgersi di Carola da dietro uno dei vasetti di alici, Pipino colse l’occasione per congedarsi e dare le ultime raccomandazioni al capo-uovo sulla cura dell’ammalato. “Si è già ripreso, dottore?”, ruppe il ghiaccio la maionese a mo’ di saluto. Ricevute le poche, essenziali informazioni, seguì l’uovo al capezzale di Love. Gualtiero pareva seccato della sua visita; “e a ragione”, sospirò Carola in cuor suo. Nondimeno si fece forza e gli raccontò in presenza di tutti il suo colloquio con i genitori di Candia, omettendo ovviamente i suoi consigli di lasciar perdere entrambi i corteggiatori: “Mi è dispiaciuto non essere intervenuta, ma sai come può essere imprevedibile Romulo. Vedi il lato positivo: anche Alvise si sarà reso conto che non c’è da fidarsi dei pomodorini e dei loro subdoli alleati. Resti solo tu in piazza… devi farti avanti finché sei in tempo.” Carola parlò tutto d’un fiato, dicendo in verità assai più di quello che voleva lui sapesse; si stava pugnalando il cuore con le sue stesse mani, e forse lui non l’avrebbe mai neppure sospettato. In effetti, Gualtiero non si scosse dal suo rigido portamento: “Non sono affari che ti riguardano. Sarei andato io a parlare coi suoi genitori.” “Ma loro non ti avrebbero neppure ricevuto, lo sai! C’è Alvise che si è autoproclamato tutore della ragazza!” “Alvise è solo un cartone di latte avariato!”, gridò Gualtiero, lasciando finalmente andare tutto il suo malumore. Love alzò a fatica il capo dal giaciglio, sorridendo debolmente. “Sei tu, sei tu che sbagli. Cosa ci troverai in una bottiglietta esile come un gambo di sedano, con del sangue che pare acqua pallida…” Carola si portò le mani alle labbra, temendo di scoppiare in singhiozzi prima di finire la frase. Che senso avrebbe avuto dichiaragli il suo amore, se lui ormai non aveva occhi che per quella lì? Non era bastato neppure il ferimento di uno dei suoi compagni più fidati, per raffreddare la sua insana passione per Candia. In effetti Gualtiero parve non badare alla sua commozione; continuava a fissare Love che si riappisolava, poi sembrò che nemmeno si rivolgesse a lei in particolare: “Va’ da Pantaleo. Rassicuralo su quanto è successo, e digli che almeno a breve non ci saranno ripercussioni. Se vuoi aiutarmi, devi farlo accanto a lui.” “Già”, ribatté Carola, asciutta e ormai a sangue freddo. “È lui il pezzo grosso. Più denso, e duro, e grosso di quanto mai uno qualsiasi di voi ovetti potrà mai aspirare a diventare.” La maionese si voltò e lasciò le uova al loro ammalato, taciturne e interdette, senza aspettare commenti. Gualtiero si appressò a Love quasi in punta di piedi, e con un cenno del capo chiese ai compagni di allontanarsi per richiudere sul ferito la confezione ormai vuota. Il silenzio dietro lo sportello del frigorifero cominciava ormai a essere interrotto sempre più di frequente da rumori e voci di Dudenti affamati, quando Brando osò richiamare l’attenzione della bella Candia dal cassetto delle verdure, per mezzo di una prezzemolina lautamente ricompensata. Ingannando lo zio con una scusa banale, la bottiglietta del latte si sporse da un angolo dello scaffale dove abitava, per parlare al suo coraggioso pretendente. “Mi dispiace per oggi. Non avrei voluto farti assistere a uno spettacolo così violento”, le si rivolse Brando, celando l’imbarazzo dietro il suo colorito eternamente acceso, come di fuoco rappreso. Non poté celare il suo Candia, pur sempre splendente di purezza e dolce aroma di latte appena munto: “Non fartene cruccio. La mamma dice che la decisione spetta comunque a me.” “E zio Alvise…” “Zio Alvise capirà.” Candia sospirò, e Brando approfittò di quell’attimo di simulata debolezza per saltare sul bordo del ripiano e farsi a un passo da lei, occhi negli occhi: “So che di noi due preferisci me. So che in cuor tuo hai già scelto.” “Brando. Tu non sai niente.” “Dimmelo allora, che preferisci quel guscio pieno di niente. Uno che friggerebbe soltanto a tenerti la mano…” Il riso divino, incontenibile di Candia fu rovinato dall’appressarsi di Alvise, che immediatamente ingiunse alla nipote di rientrare. Ormai sicuro della preferenza della ragazza, Brando non si ritrasse, ma restò a sfidare il vecchio pur con lo sguardo fisso alle forme vitree, leggiadre di lei. “Sei un pazzo, se speri di farla tua in giornata”, fu tutto quello che ebbe da dirgli il latte scremato, prima di voltargli le spalle. “Forse non oggi, ma domani, chissà. So che la signora Isotta non mi è ostile!” “Sei imprudente come l’altro. Da voi due, non potrebbe nascere un pretendente valido neppure a impastarvi assieme.” “Voi mi giudicate male…” “Ti giudico per quello che sei. Un incosciente!”, si voltò finalmente Alvise, avvicinandoglisi di scatto fin quasi a fargli perdere l’equilibrio. “Non sai che è ora di colazione, e che la sorte di Candia fu decisa sin dall’ora in cui mise piede per la prima volta qui a Firgi?” Brando rimase a silenzio per un tempo che sembrò a entrambi eterno, denso di minacce e di un’invincibile tristezza: “La colazione…” “Lei è preda consacrata ai Dudenti. Preda di una sola mattinata…” “Non tornerà?” “È troppo piccola, troppo ingenua. Non tornerà.” I rumori dietro lo sportello si fecero d’un tratto più forti: sul frigo discese la nuova, spettrale atmosfera che annunciava una nuova stagione di mietitura.
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