“Ai vostri posti! Ordine, ordine!”, echeggiava per i ripiani la voce di Pantaleo, il parmigiano capo della polizia.
Brando non ebbe neppure il tempo di asciugarsi le lacrime che involontariamente avevano preso a rigargli la buccia: cadde all’interno dello scomparto delle bottiglie proprio mentre lo sportello di Firgi si schiudeva all’ingresso del gigantesco braccio del Dudenti.
“Che ti avevo detto? È troppo tardi”, l’avvertì Alvise, facendogli scudo, suo malgrado, con la sua rispettabile mole. Candia gli si stringeva contro, mentre i genitori si offrivano impavidi alla mietitura del mostro tentacolare.
“Non tremare… sta’ tranquilla…”, Brando si sforzava di rassicurare Candia, benché neppure fosse sicuro se in un tal frastuono le arrivasse la sua voce a un palmo di distanza. Finalmente la vide annuire, poi però strillare inconsolabile all’estrazione di suo padre, Cassio, dal reparto bottiglie.
“Non prenderanno anche te. Te lo prometto…”
Intanto erano spariti la marmellata, il burro e una tavoletta di cioccolato che Bardo aveva conosciuto un paio di giorni prima e con cui aveva stretto grande amicizia. Qualcuno dal mondo di fuori reclamava ancora del latte, e uno speciale riguardo per la confezione premio promessa la mattina prima.
“Sta’ a vedere. Deve ancora arrivare il giorno che l’avranno vinta su un pomodoro…”, sibilò Brando, roso dall’ira e più rosso del peperone Puccio Pepe, suo vicino.
Puntò il codino aguzzo alla mano paffuta di bambino che si avvicinava impunemente alla sua bottiglina, e riuscì a pungergli (solleticargli?) l’epidermide al punto da stornare su di sé l’attenzione del Dudenti. Fu un attimo: i tentacoli rosei gli si appiccicarono addosso, lo spremettero fin quasi a fargli scoppiare le viscere, e lo trascinarono alla luce intensa, innaturale, del mondo di fuori.
“Oh Dio! Mamma! Lo portano via! Lo portano via come il papà!”, gemette la povera Candia, più bianca e splendente che mai nel pallore dell’angoscia.
Isotta non poté far altro che rassicurarla sul ritorno del padre: “Ha ancora molta altra linfa al suo interno. Non lo prosciugheranno per oggi, bambina mia.”
“Ma Brando…”
“Su di lui non so dirti, tesoro. Un pomodoro a colazione, non si è mai sentito a memoria di Firgi.”
Persino il vecchio Alvise scosse il capo, quando Candia cominciò a tempestare di domande anche lui. Indubbiamente il giovanotto si era sacrificato per posporre la sorte ormai segnata della sua nipotina, ma per quanto tempo sarebbe riuscito a stornare l’attenzione di quei mostri dalla vittima ideale dell’alimentazione di prima mattina?
Unico ancora in vena di scenate dopo la chiusura dello sportello, il parmigiano Pantaleo rimproverava aspramente gli alimenti che avevano osato contravvenire alle leggi d’ordine del regno, durante l’ora dei pasti dei Dudenti:
“Che nessuno si azzardi più a lasciare le proprie abitazioni, e i posti assegnati loro dagli dei! La legge vale anche per voi, pomodori indisciplinati!”
A casa Forgmighelli la prima colazione era senza dubbio il momento più caotico e meno organizzato della giornata. Eccitati per l’imminente ritorno ai banchi di scuola, e ristorati dal lungo riposo notturno, i quattro figli di Amanda e Casimiro finivano per trasformare la cucina in un autentico campo di battaglia, senza riguardo per cose o adulti. La signora Mariella era sempre in giro a levare tovaglioli a barchetta dalle mani di uno, e a impedire all’altro di utilizzare forchette e coltelli come soldatini all’attacco: eppure ogni volta c’era qualcosa che le sfuggiva, portando inevitabilmente all’immancabile tragedia che faceva dannare la padrona di casa.
Ah, se fossero stati figli suoi! Un manrovescio e una giornata a scuola senza merenda: ecco quello che ci voleva! Che facevano intanto proprio allora i due gemelli? Si passavano di mano in mano un grosso pomodoro maturo, di quelli che ad atterrare di botto sul tappeto della sala da pranzo l’avrebbero costretta a una fatica in più durante le pulizie di mezza mattina.
“ Posate quel pomodoro, monelli!”, urlò a Leo e Teo, che le risposero con una linguaccia e un tiro di palla più azzardato del solito. Il povero pomodoro atterrò tra i capelli foltissimi, indomabili della cameriera, scatenando attacchi di risa e lazzi nei tre maschietti di casa. Alla fine anche Mariella, recuperato il frutto intatto, sorrise con un sospiro di sollievo:
“ A tavola, adesso. Il latte è quasi pronto.”
L’ultima figlia dei Formighelli, Ada, di appena tre anni, era già alle prese con la sua barretta di cioccolato preferita. Non l’aveva neppure scartata: preferiva prima godersela così, avvolta nella sua luccicante confezione promozionale.
“ Non metterla in bocca, tesoro. È sporca”, l’avvertiva amorevolmente la mamma, che intanto ordinava a Nicola, il primogenito di dieci anni ancora mezzo addormentato, di imbavagliarsi.
“ Posso metterci la nutella sul pane biscottato?”, chiese quest’ultimo, quando alla fine ebbe acconsentito al supplizio del tovagliolo nello scollo della maglietta.
“ Non vorrai mica cominciare a mangiare schifezze dalla mattina presto, amore?”
E Amanda lanciò un’occhiata ironica a suo marito, che di fronte alla sua tazza da colazione ancora intonsa e capovolta, fingeva di leggere il vecchio quotidiano. Si sedettero intanto anche i gemelli: il latte fu versato, il burro spalmato, la marmellata dosata accuratamente su minuscoli biscottini quadrati.
“ Da oggi sono ufficialmente a dieta”, ebbe la premura di annunciare, il più solennemente possibile, il signor Casimiro. Rispose così all’occhiata impertinente della moglie, che ultimamente non perdeva occasione per ricordargli i suoi frequenti fioretti mancati.
“ Beh, avresti potuto deciderlo prima di vuotare il vasetto di crema al cioccolato, stanotte.”
“ Un cucchiaino o due non significano svuotare, cara”, reagì l’uomo, guardando severamente la consorte da sopra gli occhiali.
“ Avrei giurato che fosse pieno per oltre i due terzi, ieri mattina.”
“ L’avranno trovato i bambini per merenda!”
“ Neppure sapevano dov’era nascosto.”
“ Io non lo sapevo, giuro!”, ci mise del suo Nicola, che godeva quando la mamma giocava a stuzzicare il papà nel suo punto debole.
Per tutta risposta, il signor Casimiro ripiegò il giornale e si mise a ticchettare con l’unghia dell’indice sulla tovaglia:
“ Ad ogni modo, la mia decisione è irrevocabile. Mariella, niente porzioni per me, a pranzo.”
“ Signore?”, e Mariella guardò la padrona di casa, che al solito, senza prestare fede alle vane risoluzioni del consorte, negò appena con una mossa del capo.
“ Che cos’è la dieta, papà?”, Leo, di sette anni e mezzo, approfittò per chiedere nello scomodo silenzio sopraggiunto.
Il papà sospirò e guardò nervosamente l’orologio:
“ Poi te lo spiego, magari in macchina. Ora muovetevi tutti che la scuola non aspetta.”
Era la sua scusa preferita per affrettare la conclusione di quello stressante appuntamento in famiglia: poi con l’avanzare della giornata le cose si sarebbero sistemate da sé. Andava sempre così, tutto stava nel non lasciarsi vincere dal malumore quando ci si alzava col piede sbagliato. Certo, se tutto quel cioccolato non gli fosse rimasto sullo stomaco dallo spuntino della sera prima!
Palesemente alterato, Brando atterrò nel cesto dei suoi consanguinei senza più un briciolo d’energia. Non era mai stato tanto a lungo nelle mani dei Dudenti, e non riusciva ancora a capacitarsi di aver avuto salva la pelle, quando mille volte aveva creduto di stare per sfracellarsi sulle piastrelle del pavimento.
“Va tutto bene, capo?”, si premurò di chiedergli Mondo, non appena ebbe riscontrato un evidente segno di ripresa.
“Tutto bene. Me la sono vista brutta, stavolta.”
“Gliel’hai fatta vedere, a quei cerberi”, giunse il commento adorante di Tondo, già in fila per stringergli ossequiosamente la mano.
“Nulla di che. Sono felice che almeno Candia si sia risparmiata un giro sulla tavola di quei mostri.”
“Quel poppante di Gualtiero ha avuto finalmente il fatto suo. Se ha un briciolo di dignità non mostrerà più il suo muso di calcare da queste parti!”, rincarò Rondo, in un impeto d’orgoglio pomodoro.
Brando stette un pezzo a bearsi delle ovazioni dei suoi compagni, poi voltò impercettibilmente il capo verso il reparto bottiglie, dirimpetto al cassetto di frutta e verdura. Candia era come sempre al suo posto, ben protetta dalla madre e dal vecchio Alvise: recarsi da lei subito sarebbe stato forse un po’ azzardato, e interpretabile come un atto di superbia da parte del suo “salvatore”. No, avrebbe lasciato prima che la notizia della sua eroica impresa si fosse sparsa per tutta Frigi: poi in trionfo avrebbe fatto il suo ingresso tra le bottiglie e i contenitori del latte, per chiedere formalmente la mano della bella principessa.
“Alla faccia tua, Gualtiero!”, proruppe in un folle, gioioso grido di sfida che indubbiamente fu udito fino ai piani più alti.
“Alla faccia vostra, ripieni di gelatina!”, ripresero in coro gli altri pomodorini, pazzi di gioia come il loro capo, e pronti già alla più sfrenata festa di fidanzamento mai registrata negli annali del regno.
Per ingannare l’attesa dovuta prima del grande passo, e anche per riprendersi dalla scarica d’adrenalina sopraggiunta a conclusione della sua paurosa avventura coi gemelli Formighelli, Brando si recò in visita dalla saggia di Firgi, una vecchia forma di gorgonzola ammuffito che da tempo immemore se ne stava ad aspettare “l’ultimo pasto” nelle remote profondità del ripiano dei formaggi.
Benché quasi impedita nei movimenti e raccapricciante all’aspetto, la vecchia conservava una mente sorprendentemente lucida e una memoria impeccabile, soprattutto per quanto riguardava i suoi incontri anche remoti coi più disparati alimenti di Firgi.
Riconobbe il suo amico pomodoro non appena questi la chiamò per nome, risvegliandola dal suo sonno profondo:
“Mio caro Brando. Giovanotto mio…”
“Salute a te, Dietisalvi. Da quanto non ti godi la bella luce del regno? Quaggiù arriva sfocata perfino la nuova illuminazione a led regolata da Pipino…”
“Eh, cucciolo mio”, rispose roca la forma di gorgonzola, “se tu avessi così tanto tempo sul groppone come me, la luce sarebbe l’ultima delle tue preoccupazioni. E poi sono quasi cieca; cosa vuoi che mi importi di distinguere forme o colori? Mi basta sentire le mille voci che fioccano dall’alto, e riconoscerle una per una, in sogno così come nella vita reale.”
Brando ne approfittò per rimettersi in primo piano:
“Avrai saputo anche della mia impresa coi Dudenti, allora.”
“E come ignorarla, prode Brando? Ne parlano tutti, dai salumi ai vini. Dicono anche che ti sei guadagnato l’inimicizia di Pantaleo e di tutta la sua cricca di salsicciotti. I più buoni pensano che sei stato patetico a metterti contro gli dei, tu solo con quei pomodorini appena usciti dall’orto.”
Punto sul vivo, Brando serrò i pugni e agitò la crestina contro la vecchia:
“Chi lo dice? Chi ha osato!”
“Te lo chiedi?”, riparò Dietisalvi, con un rigurgito che sarebbe potuto passare anche per risata ironica. “Se pensi che i cerberi possano essere sconfitti da un’armata di verdure, ti sbagli di grosso.”
“Io non ho mai pensato di sconfiggerli. Mi basta che ci lascino in pace. E soprattutto che lascino stare Candia.”
“E con quale diritto vorresti opporti a loro? Dimentichi che hanno creato me, te, e tutto quello che ti vedi intorno.”
La vecchia alzò la mano scheletrica a indicare il ripiano contagiato dalla sua stessa muffa, e poi gli scaffali lontani che si vedevano sullo sportello: tutta opera aliena, tutta fatica di dei impietosi che esigevano rispetto e cieca obbedienza.
“Tu non sai chi sono. Non li conosce nessuno… non puoi sapere neppure quando ritorneranno.”
Altro gorgoglio sinistro: il gorgonzola alzò il capo e a un certo punto parve a Brando che volesse sforzarsi per avvicinarsi meglio a lui, intravedere i suoi occhi attraverso la nebbia da cui erano avvolti quelli di lei:
“Io so tante cose, Brando. So quanti sono, so chi sono. So che sono i demoni del passaggio da questo limbo alimentare al fuoco imperituro delle loro viscere. So che per vivere hanno bisogno di noi…”
“Sai anche che ci hanno creato per distruggerci?”
“Solo per questo”, annuì Dietisalvi. “Otto forme assassine aleggiano nel pantheon oltre i confini di Firgia. Due sono i capi, una è il loro servo, quattro minori sono emanate da loro. E in coda a tutti, ma non meno famelico, c’è il mostro zannuto che va su quattro appendici artigliate…”
Brando si lasciò prendere da un brivido involontario che lo obbligò ad arretrare, per evitare di tradirsi:
“Non mi interessa quanti e chi siano. Io voglio che stiano lontano da Firgi, hai capito? Siamo tanti, possiamo farcela!”
“Povero Brando… Io sono con te, lo sai.”
“Ma non credi che possa farcela!”
“Se potesse bastare qualche parola…”
In quell’istante un grido straziante lacerò il silenzio del regno: i fari a led si erano riaccesi, attraverso la fessura tra i mondi penetrò la luce sinistra del giorno.
“Candia!”, urlò il pomodoro, che aveva riconosciuto la sua amata. Quasi sbatté contro Pomponio da Caraglia, il burro appena rientrato dal tavolo della colazione, e fu una fortuna che incontrasse proprio lui, perché avrebbe rischiato di scivolare di sotto e di farsi riacciuffare dalla furia ludica dei gemelli Formighelli.
“Non c’è niente da fare, amico mio. Calmati. Ehi!”
Piangeva; pareva davvero distrutto da ciò che aveva appena sopportato.
“E tu non l’hai impedito? Eri a quel tavolo; avresti potuto fargli passare la sete di latte!”
“È colpa mia, lo so. Le volevo bene anch’io, Brando.”
“Non è ancora finita! Portami da lei! Riaprite lo sportello!”