Colazione-4

2011 Words
Senza badare all’ultima, straziante confessione del burro, Brando riprendeva già la corsa verso l’orlo del ripiano, mentre le ultime grida di Candia sparivano nella cucina dei Dudenti. Pomponio scosse il capo e ripeté come a se stesso: “Non c’è più nulla da fare. La piccola Dudenti ha sete.” “ E non versarne neppure una goccia. Sai che Gesù piange ogni volta che sprechi il cibo, o che rifiuti quello che ti fa crescere sana e bella?”, diceva la signora Formighelli alla sua ultimogenita, accompagnando l’avido sorseggiare di lei dalla bottiglina acquistata la mattina precedente. Era per farla abituare al sapore del latte fresco: una sana abitudine che purtroppo i fratellini parevano intenzionati a perdere il prima possibile. “ E allora? Com’è?” Affascinata dallo scintillio dell’elegante bottiglina in vetro, Ada non si arrese finché non ebbe trangugiato fino all’ultimo sorso. “ Posso tenerla?” “ Ma certo, tesoro. Buono il latte, eh?” “ Buono. Ce n’è ancora?” “ No che ti fa male. Se stamani il papà ne trova un’altra in questa edizione limitata per bambini, l’acquisterà soltanto per te.” Ada annuì contenta dai cuscini che rialzavano il ripiano della sua seggiolina, poi chiese a Nicola di passarle la sua barretta di cioccolato per la merenda “extra” all’asilo. “ Niente merenda per te, che ti sei già ingozzata di latte”, replicò il fratello, geloso delle attenzioni della madre. “ Mamma, Nico non mi dà la cioccolata!” “ Nico, passa la barretta a tua sorella.” “ L’ho già mangiata io, guarda!” Crudele, il bambino fece per leccare l’involucro, attirandosi immediatamente gli strilli impazziti della sorellina. Immediatamente a tavola scoppiò il finimondo: i gemelli non aspettavano altro per riprendere la guerra delle briciole di pane, Mariella rischiò di scivolare su un toast imburrato lasciato cadere sul pavimento, e Lucky, il labrador di casa, cominciò ad abbaiare credendo fosse finalmente giunta l’ora delle feste. “ Da’ qua, monello!”, ingiunse finalmente la signora Amanda, mettendo fine alle moine di Nicola e strappandogli dalle mani il cioccolato. Ada si riappropriò della sua merenda, ma i pianti e le convulsioni ricominciarono quando si accorse che la barretta si era spaccata in due, giusto nel mezzo. “ Ben ti sta”, fu la ciliegina sulla torta del fratellone. Il casino riprese più forte di prima, fin quando Casimiro Formighelli, toccato il limite dell’esasperazione, sbatté un pugno sul tavolo (tintinnii di posate, crollo sul pavimento del vasetto di marmellata che per fortuna non si ruppe) e gridò con voce stridula per lo sforzo: “ Silenzio, banda di matti!” Tutti si voltarono scioccati da quell’inusuale sbocco di rabbia: Ada restò con un singhiozzo bloccato in gola, e Amanda fu la prima a recuperare l’uso della parola: “ Ti sembrano modi? Sono bambini…” “ E allora? E allora, proprio i bambini dovrebbero imparare a non giocare col cibo, e ad apprezzarlo di più”, fu la scusa del padrone di casa, già rosso di vergogna. “ Puoi portarli a scuola tu? Sono sicura che apprezzeranno qualcun altro dei tuoi insegnamenti, strada facendo.” Senza aggiungere altro, Amanda si alzò e con un cenno del capo lasciò a Mariella il compito di provvedere allo sparecchiamento della tavola. Casimiro sbuffò, ripiegò il giornale e si alzò per sistemare il grembiule alla piccola: “ Coraggio, compreremo un’altra barretta prima di arrivare a scuola. Sbrigatevi a preparare gli zaini, voialtri.” Se questi erano i risultati della dieta, ne valeva davvero la pena? Ormai lo stomaco aveva già dimenticato l’indigestione della sera prima e reclamava la sua prima dose giornaliera di grassi e zuccheri: anche l’umore era stato contagiato da quel malessere viscerale e lui l’aveva trasmesso all’intera famiglia. Si poteva essere più stupidi e volubili? Per tutto il tragitto da casa a scuola, e poi al suo ufficio, Casimiro Formighelli si torturò per trovare una soluzione al suo recente, ineludibile conflitto con la dieta alimentare. La schiena spezzata e il morale a pezzi, il signor Benatti fu trasportato d’urgenza nello studio della senape, perché fossero rese ufficiali le condizioni disperate dell’ultima vittima della colazione dei Dudenti. “Neppure la morte mi ha voluto! E io dovrei restare qui, così, mutilato a vita!”, gemeva il paziente, suscitando lacrime e gemiti di commozione a non finire nella platea a lutto. Pipino provò a consolarlo così come già aveva fatto col povero ovetto Love, ma al solito le parole non gli uscirono delicate e indolori come avrebbe voluto: “Non c’è che un’unica, continua linea di frattura, signor Benatti. Non potrà più star dritto in piedi, ma almeno è ancora cosciente, e la confezione è intatta.” “Scartatemi allora! Scartatemi e scaraventatemi dabbasso! Non sono più io, così ridotto! Volete capirlo? Sono un rifiuto, ormai… uno sfregiato dai Dudenti!”, riprese quello più accorato, strisciando sul ripiano per portarsi verso il bordo dell’abisso. Intervenne madama Salada, che nel tempo libero faceva da infermiera ai pazienti più bisognosi del dottor Pipino. Aiutata da un paio di caritatevoli prezzemoline, riuscì a riportare alla ragione, per un breve lasso di tempo, il cioccolato impazzito: “La veda dal lato positivo, signor Benatti. Da questo momento in poi caleranno le possibilità di esser scelto per la prossima colazione. Ci farà compagnia qui a Firgi ancora a lungo…” “Ancora a lungo?”, ripeté quello, stranito. “Non aveva forse paura di finir divorato dalle fauci ad artiglio di quei mostri? Ha pagato forse con una frattura la sua libertà, ma almeno è stato miracolato!” “Parla bene lei, che di qui a qualche giorno finirà di sciupare il suo fogliame. Diverrà pestilenziale liquido di fogna, e buonanotte al creatore!” “Mi scusi?” Salada restò a fissarlo ad occhi spalancati, poi spostò l’attenzione alle damigelle che stavano ad aspettare lo scoppio della tempesta. “Che ha voluto dire? Io sarei futura acqua di fogna, per lei?” “Non le toccherà mica aspettare un’eternità qui, mutilata dai cerberi che l’hanno rifiutata!” “Io mi rifiuto…” “Si rifiuti! Si rifiuti pure, signora. Riverisco!” E fu così che il signor Benatti, approfittatisi dell’attimo di confusione dei suoi sorveglianti, si gettò nel vuoto oltre il ripiano delle conserve. Pipino gridò che si soccorresse il mutilato due volte fratturato, ma i ravanelli barellieri se la presero con comodo: chi avrebbe potuto sopravvivere a un volo di oltre mezzo metro giù fino al cassetto della verdura? “Ma Benatti, ovviamente!”, esclamò il capo-portantino Moio. Trovarono il cioccolato gemente ma ancora in possesso delle sue facoltà cognitive: “Non sono ancora morto? Non posso muovermi… non vedo più, ma ancora sento! Oh vi prego, fate in modo che sia finita!” “Non agitatevi, compare! Voi siete benedetto dal destino. Evviva il miracolato di Firgi!”, gli gridò sul viso tumefatto, per tutta risposta, il ravanello. Fratturato in più punti, i piedi ridotti quasi in farina di cacao, Benatti fu portato in lenta, compunta processione fino all’austera Sala Zero, e qui osannato suo malgrado come simbolo della “resistenza alimentare” contro i Dudenti. Unica del seguito a non applaudire, madama Salada non smetteva di torturare le sue assistenti coi suoi abusati quesiti esistenziali: “Finirò acqua di fogna? Mi si imputridiranno le vesti? E con le vesti il cuore? E l’anima mia dove se ne andrà?” “Da nessuna parte se non qui, nell’ufficio in cui abito da settimane, e che ancora a lungo spero di occupare. Se ho imparato qualcosa in questi lunghi giorni di sorveglianza, donna Ginevra, è che un pezzo di formaggio serve più la comunità senza esporsi in primo piano, piuttosto che pendendo dai capricci dell’opinione pubblica.” “Siete diventato saggio, capitano. E proprio quando meno necessità avevate d’esserlo.” Ginevra, bel tocco di pancetta ancora di bell’aspetto nonostante i segni di qualche volgare affettatura, guardava con aria assente la processione che portava alle alture della Sala Zero il corpo scomposto di Benatti. Nonostante volesse far la parte dell’afflitta al rifiuto del capitano Pantaleo, sulle labbra le si disegnò poco a poco un ammiccante sorriso di soddisfazione. “Ma riflettete, un imperatore a Firgi non si vede dai tempi del compianto Picardi, lo sciroppo d’acero finito a scolarsi in lavandino dopo mesi di inacidimento…”: Pantaleo guardava la pancetta di spalle, e invano cercava di penetrare le riposte ragioni per cui proprio allora ella era uscita dal suo volontario esilio, per sedurlo con la proposta del comando assoluto del regno. Imbattibile nell’utilizzo della forza bruta e inflessibile nel rispetto delle regole, il parmigiano difettava però di sensibilità e di una certa arguzia di ragionamenti, soprattutto quando si trattava di avere a che fare con “animi sottili” come quello della pancetta Ginevra. Candida di grasso e seducente nelle rare strie rosate delle sue carni, questa si voltò di scatto a sottrarlo alla sua ambascia: “Pensavo a Borci, mio marito.” “Il salame?”, cadde letteralmente dalle nuvole Pantaleo. Il suo tono apparve così incredulo alla signora, che ella se ne ebbe a male: “Il salame. E allora? Mio marito è l’unico a essere in grado di riportare la legalità a Firgi, e quel senso di dignità, di fiducia in se stessi che gli ultimi avvenimenti hanno messo in serio pericolo. Voglio dire… l’unico dopo di te, Pantaleo.” A quell’ultima osservazione, piazzata al momento giusto, il capo della polizia arrossì lusingato. Seguì lo sguardo della pancetta e intravide nella lunga coda della processione il dischetto dorato che faceva da copricapo a Snorbo, il vasetto di yogurt light nemico di lunga data dei salumi. “Hai intenzione di indire delle nuove elezioni? Voglio dire, coi comitati di p********a e tutto il resto?” “Oh, se ce ne sarà bisogno certo. Ma non ho notizia di altri aspiranti imperatori. Che io sappia…” “Neanch’io, ti assicuro. Beh, si dovrà convocare al più presto il consiglio degli anziani, per conoscere il loro parere.” Ginevra si voltò e lo fronteggiò con disinvoltura, esibendo il solito sorriso vezzeggiativo sulla faccia pallida, grassoccia e simbolo di sopraffina grazia alimentare: “Questo è uno dei motivi per cui sono qui, Pantaleo. Appoggerai la candidatura di Borci, non è vero? Sarebbe fantastico poter contare sull’approvazione di un pezzo grosso come te.” Vide compiaciuta il parmigiano innalzarsi di ben quattro centimetri sopra la sua statura media, e considerò compiuta con successo quella delicata parte della sua missione. Lo salutò sfiorandogli le mani, ma fu bloccata sulla via della discesa al ripiano inferiore dal vasetto di yogurt dietetico, che saliva a interessarsi al suo solito dei fatti altrui. “Snorbo.” “Donna Ginevra, onorato.” La signora ritirò la mano, con malcelato ribrezzo, non appena lo yogurt ricoperto di gelida condensa vi ebbe poggiato le labbra tumide. Correva voce che si avvicinasse la data di scadenza per quel tipo di cibo così a lungo sdegnato anche dalle loro crudeli divinità, e questo aggiungeva una giustificata “ansia da contagio” all’istintiva diffidenza degli alimenti nei confronti dello yogurt in genere. “Non ho potuto proprio fare a meno di ascoltare qualche battuta del vostro interessante dialogo”, se ne uscì quello, con la sfacciata disinvoltura di chi ormai non ha più alcuna reputazione da difendere. Condannato più volte per spionaggio ai tempi di Picardi, Snorbo aveva abbassato la cresta proprio nel lungo periodo di interregno che era seguito alla sua caduta in disgrazia. “E come le malerbe la rialza al profumo della stagione propizia”, rimuginò livida Ginevra, che si costrinse a sorridergli per dar via libera alle provocazioni di lui. Sarebbero fioccate le sfide e le maldicenze sia per lei che per suo marito, prima o poi; quindi tanto valeva cominciare subito, e allenarsi a partire proprio da quel verme di Snorbo. “Non era un colloquio privato. Presto avrò anzi l’onore di renderlo pubblico.” “Beh, candidare un salame per il governo di Firgi richiederà tutto il vostro coraggio, madama.” “Meno di quello che occorre per ascoltare le perfidie di un traditore, mio caro.” “Ex, ex traditore. E comunque assolto dalla tragica fine di tutti i suoi vecchi accusatori.” “Non bastano le disgrazie dei giudici, per pulire la coscienza dei malfattori, Snorbo. Ti lascio col nostro capitano. Se eri venuto per lui…” A testa alta e senza degnarlo di uno sguardo, Ginevra si preparava già alla discesa, quando la raggiunse uno insulto a mezze labbra perfettamente scandito: possibile che l’avesse udito lo stesso parmigiano, che immediatamente si avvicinò ai due con aria tetra. “Regno e onore ai grassi, disgrazie e gran salassi.” “E questo cosa vorrebbe dire?”, s’inalberò Ginevra, stringendo i pugni e riappressandosi fino a un palmo dalla faccia tosta dello yogurt. “Oh, ma perfettamente nulla, signora. È un detto che da un po’ di tempo a questa parte va di moda, soprattutto tra gli anziani.” “Mio zio Stracotto fa parte degli anziani. E il vecchio Alvise. E nessuno mi ha mai riferito…” “Oh, ambasciator non porta pena… Se vuole il mio parere, bisognerebbe che i cibi più grassi e… lardosi uscissero per un po’ di tempo dalle scene. A parer di molti, e questo non significa che tra i molti ci sia anch’io… sarebbero proprio questi depositi di ciccia e calorie ad attirare le unghiute gole dei Dudenti. Ergo, se voi voleste ascoltare un mio umile consiglio…” “Sparisci, infame! Come osi rivolgerti così a una signora?” Pantaleo gli fu addosso prima che lo yogurt avesse il tempo di riaversi dall’inaspettata aggressione: sotto lo sguardo vitreo, inespressivo di Ginevra, fu spinto giù dal ripiano quasi di peso, con un grido acuto che arrivò fino alle uova dirimpettaie rimaste al capezzale di Love.
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