Merende di mezza mattina -1

2051 Words
Merende di mezza mattina S ola da più di un’ora, affranta per lo strabordo della farcia e ancor più per l’immaginato disprezzo degli altri alimenti nei confronti della sua sgraziata mole, la torta meringata se ne stava a sospirare al centro del vasto ripiano riservato agli avanzi dei dolciumi del giorno prima, nono anniversario della nascita del piccolo Nicola Formighelli. Anche a lei erano giunti gli schiamazzi, le grida guerriere, i cori d’autoincensamento di Light e Calorici alla vigilia dello scontro campale chiusosi con lo sterminio degli yogurt dietetici. E soffriva, la grassona, di non possedere neppure l’agilità sufficiente per spostarsi fino al bordo del ripiano per dare un’occhiata giù, in fondo al cassetto delle verdure, dove immaginava migliaia di leggiadre prezzemoline danzare in tondo per la gloria della loro frusciante, aerea lattuga… “Ahimè, che sorte ingiusta…”, sospirò per l’ennesima volta, lasciando fluire le lacrime di crema pasticciera dalla farcia che le opprimeva l’animella candida, lucente, leggera come uno svolazzo di rughetta. Non conservava più la forma tozza, circolare e compatta che la cuoca le aveva dato al momento della creazione: durante la festa i piccoli mostriciattoli amici dei Formighelli le avevano portato via più di una fetta, eppure la sostanza della giovane torta era rimasta la stessa. Pur così piagata e umiliata nella sua completezza, a Beatrice era rimasto il sogno di levarsi leggera come una piuma fino alle più remote altezze di Firgi. “E perché no? Meglio se ancora più su, fino al soffitto candito del mondo dei Dudenti…” Senza che lei se ne rendesse conto, l’ascoltavano una trentina di olive verdi in salamoia da un vasetto poco distante, grate che i lamenti e i discorsi sconclusionati della torta alleviassero per quanto possibile la noia della loro prolungata sosta a bagno. “Ehi, meringata! Perché non ti trascini un po’ qui con noi? Chi ti ha fatto così grande e bianca?”, si decisero infine a darle voce, dieci olive tutte insieme. Beatrice si voltò a stento, gli occhi ancora gonfi di crema pasticciera: “Non io, olive piccole e belle. Non io. Se avessi potuto scegliere, mi sarei fatta ballerina. Una leggera, soave, esilissima ballerina…” “E che cos’è una ballerina? La mangiano i Dudenti?”, chiese un’oliva dal bordo del vasetto, pronta a saltarle in groppa non appena la torta fosse strisciata innanzi di un altro piccolo passo. “Eh, una ballerina… Una ballerina è la summa di ogni eleganza, la grazia personificata in un alimento: ha ali ampie e leggere come pellicola, piedini affusolati come cime d’asparago, e capelli lunghi, lunghi come fasci di sedano.” “Senza offesa, ma è quanto di meno somigliante a te stessa tu potessi mai scegliere…” E l’oliva le saltò in groppa, sprizzando di panna meringata le sorelle che cominciarono a ridere come matte. “Io lo so, io lo so di chi sei innamorata! Chi potrebbe farti sentire una bella ballerina anche se sei così grassa e bianca”, buttò lì un’altra, la buccia salata che ticchettava contro il vetro. Beatrice arrossì violentemente e vibrò tutta invano per liberarsi di tre o quattro olive che le recavano offesa alle meringhette decorative. “Io non sono innamorata! Ti sbagli! Non amo nessuno… e nessuno m’ama.” “Non è vero! È Brando il pomodoro che ti fa girar la testa! Lo chiamavi stanotte durante il sonno: Brando! Brando mio!” “Stupide! Ho fatto male ad avvicinarmi.” “Brando! Brando mio!”, gridavano quelle a gara, e più insistevano quanto più la povera torta si agitava e strisciava via dalla salamoia. Alla fine, vuoi per uno scherzo del destino, vuoi per quello schiamazzo inverosimile che faceva riecheggiare il suo nome per mezza Firgi, chi apparì da una svolta dietro il vassoio dei pasticcini avanzati? “Ecco Brando il pomodoro! Ecco il cavaliere che viene a trovare la sua dama!”, l’accolsero le olive impazzite. Con un sorriso triste stampato sul vermiglio del viso, Brando s’inchinò ai dolci e chiese la ragione di un così urgente appellarsi al suo valor guerriero. “Ma c’è un fraintendimento, signor pomodoro”, si affrettò a spiegare la torta meringata, sempre più rossa quasi a specchio del suo amato. Visto che nessuno si decideva a chiarire l’equivoco, Brando espose la vera ragione della sua salita al ripiano dei dolci: “Se non è troppo disturbo… La povera Dietisalvi non ha altro luogo in cui rifugiarsi. Dopo la fine dei combattimenti i formaggi avanzati hanno usurpato il suo settore… È una povera vecchia. Se aveste la gentilezza di accoglierla qui con voi, solo finché negli altri ripiani torni la pace…” “Ma certo, ci mancherebbe”, fu la lesta risposta della torta. “Un formaggio in mezzo al dolce, non c’è abbinamento!”, tuonarono svogliate le olive. “Purché sia breve la sosta…”, brontolò un pasticcino, sbadigliando nell’orecchio del compagno. “Nonnina… coraggio. Non sarà per molto, ve lo prometto.” Trascinandosi nella pellicola trasudante muffa, gli occhi cisposi semiaperti nella ferita d’arma bianca ormai cicatrizzata, Dietisalvi augurò a tutti la buona mattinata. “Anche voi impedita nei movimenti”, sospirò Beatrice, tornata malinconica. “Non quanto vorrei, bambina mia. Troppo sveglia per esser così vecchia, e troppo vecchia per avere ancora così tanto desiderio di vedere il mondo.” Il gorgonzola sorrise all’aspirante ballerina, e tra le due si instaurò subito un rapporto d’istintiva, fidata amicizia. Quando Brando si dispose al congedo, convinto ormai di lasciare la vecchia in buone mani, la torta commise tuttavia un passo falso chiedendogli di rimanere ancora un po’: subito e le olive impertinenti ne approfittarono dalla salamoia. “Brando mio, dove vai che t’amo?” “Monelle…”, rise il pomodoro, un tantino imbarazzato. Bastò a Dietisalvi un rapido sguardo d’insieme alla situazione in cui era capitata, per accorgersi, semplicemente dall’atmosfera e dal tono delle voci, quale fosse la verità sulla sofferenza della torta: “Forse potresti far visita alle olive… e alla povera meringata di tanto in tanto. C’è così tanta pace qui, e desiderio di compagnia. Inoltre, anche tu hai bisogno di distrarti un po’.” Brando provò a schermirsi, irritato: la tragedia del Caraglia gli aveva fatto comprendere come il sacrificio della bella Candia non fosse argomento da archiviare con una bella elegia funebre. “Era il simbolo della grazia e della leggerezza, qualcosa di talmente bello e puro da dover elevarsi nei secoli a simbolo della libertà alimentare!” E nella foga del sublime pensiero, al pomodoro si tese la buccia che sembrò lanciare fiamme guizzanti da vermiglie braci. “Ahi! Ahi! Ahi!”, cantilenarono le olive crudeli. “Qui bisogna esser leggeri, e affusolati e aggraziati per conquistare il bel cavaliere!” “Non siate impertinenti!”, sbottò finalmente, seccata, Beatrice. Come se l’umiliazione avesse finalmente vinto sull’innata timidezza, osò apostrofare direttamente il pomodoro ancora assorto nel ricordo della sua bella: “Dunque per voi conta più la rozzezza dei contenuti, la povertà delle forme, piuttosto che il dolce amalgama di ingredienti scelti, e un impasto a regola d’arte? Perdonate, ma faccio fatica a immaginarmi un quarto di latte intero come simbolo di un così vasto regno alimentare!” Sbigottito da tanta schiettezza, il pomodoro provò a difendersi: “Non la conoscevate. E poi, quella che voi chiamate rozzezza, io la definisco poetica semplicità…” “Capisco, voi ne siete ancora innamorato. Se un giorno vorrete invece schiudere il cuore ad altre prelibatezze… posso assicurarvi che oggi vale molto di più una farcia di cacao, panna e crema alla ricotta. Persino un salume ricco e grasso come Borci dovrebbe tirarsi indietro, al paragone…” La povera torta alla meringa non poté più continuare, sopraffatta dall’emozione. Brando, che aveva cominciato a intravedere l’esito del discorso, ritenne opportuno svicolare per salvare la dignità di entrambi: “Sono sicuro che è come dite voi. Ma purtroppo voi capirete che, nelle delicate condizioni sentimentali in cui mi trovo…” “Tu? In che condizioni credi di essere, proprio tu che l’hai lasciata partire?”, li raggiunse una voce sin troppo conosciuta, riparata dal grosso vaso delle olive. Dietisalvi, Brando, Beatrice e i pasticcini allungarono il capo per individuare Gualtiero e i suoi, finalmente esposti alla luce lontana del led: “Salute a te, compagno di scaramucce.” “Non hai bisogno di portarti dovunque i tuoi servitori: di sporcare la spada con la tua gelatina non ho più voglia né motivo”, sibilò Brando, arretrando in direzione del gorgonzola, quasi temesse un’imboscata. “Chiami spada quel pungiglione da vespa? Ci vuole ben altro per scalfirmi il guscio, ti assicuro. Piuttosto, perché non ti metti con qualcuno alla tua altezza? Vedo questa bella, paffuta torta di meringhe appropriata ai tuoi gusti campagnoli…” Moon e Olaf, gli scagnozzi di Gualtiero, scoppiarono a ridere assieme alle olive più burlone. L’uovo alla fine avanzò e si godette le luci della ribalta: “Non fai più l’arrogante, senza il ketchup a difenderti?” “Tu di’ solo un’altra parola!”, digrignò i semini il pomodoro, mentre Dietisalvi tossicchiava per attirare l’attenzione: “Vi sembra il caso, su un ripiano che non vi appartiene? Ci sono dei ragazzini e una giovane, qui presenti.” “Non siamo mica bambini!”, puntualizzarono i pasticcini alla pasta di mandorle, seccati. Già Brando si preparava all’attacco, nonostante l’uovo si fosse prontamente messo al riparo dei due compagni, quando il portale di Firgi si riaprì e un lungo braccio tentacolato si avvicinò minaccioso al loro ripiano. “Ha un’arma!”, ulularono le olive in coro. “Si salvi chi può”!, e giù a tuffarsi nelle profondità melmose della salamoia. Tremarono i pasticcini, le uova rotolarono via, persino a Brando mancò il fiato mentre il cucchiaino fatale avanzava sempre più, fino a sfiorargli quasi la buccia livida di terrore. “Ahi, ahi, ahi!”, gemette a un certo punto Beatrice. “Ahi, ahi, ahi! Mi uccide!” Fu questione di un paio di secondi. L’arma del Dudenti tornò a ritrarsi, si richiuse il portale tra i mondi. “Tutto ok? Cos’è successo?”, Brando si premurò d’informarsi, avvicinandosi alla vecchia “ferita” a cuneo che trinciava un buon terzo della torta di meringhe. “Una sciocchezza… Una sciocchezza, non temete”, si sforzò la vittima per rassicurarlo, nonostante fosse palese la sofferenza per il recente affronto. Il cucchiaino era affondato proprio nella parte più appetitosa, molle e sensibile del dolce, asportando una notevole quantità di crema pasticciera, del cacao in scaglie e persino un paio delle meringhette più carine e sopraffine. “Che tristezza, povera piccola”, giunse anche il conforto di Dietisalvi, rimasta ferma e impavida nonostante la traumatica invasione. Brando avvampò d’ira e alzò lo spadino contro lo sportello indifferente: “È questo quello a cui mi riferivo, quando parlavo di libertà alimentare! La libertà di non farci più sottomettere da questi dei infami, creatori o cerberi che siano! Rivogliamo la nostra dignità, la sicurezza per i nostri cari!” E col sottofondo di Beatrice singhiozzante, forse commossa per le ultime, affettuose parole del pomodoro, Gualtiero tornò alla luce rotolando, umiliato: “Perché non fai una campagna tutta tua, allora? Fonda un partito rivoluzionario e lancia lo slogan: un pomodoro contro i Dudenti. Io inizierei a scommettere già da adesso.” Senza prestargli attenzione, Brando si voltò verso Dietisalvi e si congedò di corsa, diretto verso il cesto dei suoi fratelli per controllare che stessero tutti bene. Il gorgonzola aspettò che anche le uova si fossero ritirate, ormai paghe della loro inutile provocazione: “Non ti crucciare, bambina mia. Sai qual è la verità? Che tu sei superiore a tutti noi cibi sempliciotti, qui a Firgi. È per questo che anche gli dei non possono fare a meno di te, e ti vogliono tutta per loro.” La torta si asciugò le lacrime zuccherate, e scosse appena il testone tondo: “Non piango per me, ma per gli altri che non si accorgono di quanto valgo. Avete visto anche voi, nonnina, come se n’è andato senza neppure salutarmi.” “E tu lascialo andare. Quel ragazzo è tormentato dall’ansia di una guerra che non potrà mai vincere. Sai tu qual è il fine di ogni alimento? Possiedi un intelletto ricco e composito, e so che non mi deluderai.” “So… so che finiremo mangiati, tutti”, rispose Beatrice, improvvisamente cupa. “Ecco ciò che intendevo: lascia che il destino faccia il suo corso. Nel frattempo goditi la tua maestà, e sentiti la vera regina di Firgi. Non hai che del formaggio ammuffito, un pugno di olive e un set di pasticcini d’avanzo a farti da sudditi, ma è assai più di quanto potrà mai gloriarsi di possedere la maggior parte degli alimenti del regno…” Al compunto discorso della vecchia, anche le olive si azzittirono spaesate. Con una lacrima di riconoscenza negli occhi addolorati, la torta di meringhe tornò a sognare di essere una ballerina. Era dura resistere, soprattutto quando come al solito per badare ai ragazzi non era riuscita neppure a imburrarsi alla chetichella una fetta di pane tostato. Lo stomaco le brontolava, e nonostante i chiletti di troppo lei a mettersi a dieta non ci pensava neppure: bastava il pensiero di quella succulenta torta meringata lì in frigo, ignorata e quasi disprezzata dai Formighelli, per darle i tormenti tra una faccenda domestica e l’altra. Mariella Duarte conosceva bene i disagi fisici legati a una cattiva alimentazione, e ancor più quelli morali causati da una situazione economica e familiare difficile. Figlia di genitori peruviani, sin dalla più giovane età aveva conosciuto la differenza che passa tra bambini ricchi e bambini poveri. Innanzitutto i ricchi non si chiamano tali, ma “benestanti”; quanto ai poveri, quando gli va bene sono aggettivati come onesta e brava gente. Nel caso poi che per sopravvivere siano costretti a rubare o a macchiarsi di qualche piccolo misfatto, ecco che diventano delinquenti, paria, gente da galera o con cui è meglio non avere a che fare.
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