“ Eh, voi Formighelli. che ne sapete voi della fame vera?”
Prima di accettare la mansione di “donna delle pulizie” e aiuto cuoca a casa dell’ingegnere, era passata per una lunga serie di professioni senza dubbio meno remunerative, e assai più umilianti: impiegata in una ditta di pulizie in carceri e ospizi, badante a tempo pieno presso anziani con disagi psichici, operaia stagionale in ditte ortofrutticole. Mai avrebbe sperato in un colpo di fortuna che le avrebbe assicurato dall’oggi al domani un tetto stabile sulla testa con tanto di vitto gratuito (l’ultima vecchia arpia a cui aveva fatto da badante osava addirittura scalarglielo dallo stipendio).
“ Eh, che ne sapete voi”, sospirò ancora una volta, autocommiserandosi, mentre si avvicinava ancora una volta al frigorifero.
Dio, com’era saporita quella torta di meringhe! Forse per questo non aveva riposto il cucchiaino nel lavello, dopo aver assaggiato uno schizzetto di quella polpa cremosa, zuccherata al punto giusto. Quando mai all’età dei gemelli Formighelli, lei aveva assaggiato una delizia simile? Spesso di domenica, dopo la messa, uno dei suoi passatempi preferiti era starsene a guardare le vetrine delle pasticcerie col naso spiaccicato e lo sguardo da piccola matta calamitato da ogni succulenta esposizione di cannoli, dolcetti farciti, graffe zuccherose, bignè e bombe alla panna, croccanti sfogliatelle… Che felicità quando suo padre, sì e no una volta ogni due mesi, l’accontentava e tornava a casa da lavoro (quando un lavoro l’aveva) col sacchetto profumato d’essenze fruttate!
E ora, dopo aver tanto sofferto, di nuovo sarebbe stata costretta a indugiare mogia alla vetrina di una casa ricca, a bocca asciutta nonostante per un’intera mattinata, sola in cucina, fosse finalmente diventata l’assoluta padrona di quell’assortimento di squisitezze? Un solo assaggio, o magari… altri due cucchiaini di crema meringata e poi basta. Un dolce, certo, avrebbe potuto acquistarlo soltanto per lei alla prossima libera uscita… ma vuoi mettere una tentazione simile? Di fronte a quella torta meringata era tornata bambina, e quella era la sua vendetta dopo oltre quarant’anni di privazioni!
Convinta finalmente di non star facendo nulla di male (di fare il volere anzi di milioni di bambini affamati in tutto il mondo, con quel suo eroico gesto), Mariella riaprì il frigorifero dei Formighelli e si leccò ingorda la sottile peluria sopra il labbro superiore. Da dove iniziare? Dal croccante che ricopriva il pan di spagna, o da quell’indifesa meringhetta rimasta lì in bilico dopo l’ultimo, svogliato assaggio dei gemelli?
“ Sì, ecco. Qui nessuno arriverà mai ad accorgersi del danno…”
E per la seconda volta affondò il cucchiaino nel composto di crema, panna e meringa che copriva la base del dolce.
“ Forse un altro po’, giusto per livellare…”
E ancora, ancora si concesse quel paradiso di sapori, il meritato riscatto di una vita di sacrifici al servizio della classe ricca, viziata, elargente elemosine e frustate morali con la scusa della propria, immeritata superiorità sociale.
“ Basta adesso… Proprio basta…”
Dio, non era mica diventata una golosona con la scusa della lotta di classe, adesso? Lei una fanatica dei diritti degli “economicamente disagiati” non era mai stata: tutta la vita anzi aveva preferito andare avanti a capo chino, sopportando le offese e le umiliazioni della sorte toccatale, contenta di portare a casa anche per quel giorno il suo pane quotidiano. E pensare che quel buon babbione dell’ingegner Casimiro a dieta voleva mettercisi per forza… per esuberanza d’alimentazione!
“ Ah, che pazienza…”
E convinta di aver resistito ancora una volta alle seduzioni del demone della gola (non lo dava a vedere, ma come ogni peruviana di buona famiglia anche lei era cattolica devotissima, e sin da quando poteva ricordarsi non aveva mai perso una messa nei giorni comandati dal Signore), Mariella trasse a sé il vassoio di plastica per camuffare meglio le sue incursioni clandestine nella farcia.
Una lisciata di qua, un’aggiustatina di là… Attenta a non sbilanciare troppo la compatta mole di quella torre di prelibatezze…
Volare, perché no? Se quello che le aveva detto la vecchia corrispondeva al vero, se lei era davvero la summa di tutti gli alimenti presenti nel frigorifero e uova, farina, biscotti, zucchero, latte e agrumi avrebbero dovuto inchinarsi alla sua maestà, perché non avrebbe dovuto anche sperimentare il sublime dono del volo?
Ecco, l’amore più grande della sua vita, Brando il pomodoro, l’aveva rifiutata, e lei si era ridotta a essere il dolce più infelice che avesse mai messo piede in un banco frigo. Perché proprio ora doveva trattenersi, e perdere l’occasione di farsi ammirare dal suo cavaliere, così come lui aveva già ammirato quella volgare bottiglina di latte?
“Io di quel latte sono impastata, Dietisalvi. E lui neppure se n’è accorto”, ribadiva caparbia rivolta al gorgonzola, mentre il cucchiaino lavorava di fianco e all’interno, per limarla e consumarla poco a poco, in uno stillicidio delle forme e dei sapori.
“Non agitarti, adesso. Brando troverà il modo e il tempo di capirlo.”
La vecchia, pur semicieca, sospettava la tragedia in atto e si spremeva per trovare qualche modo di evitarla. Se solo quegli stupidi pasticcini fossero un tantino più coraggiosi, così da aprir bocca e aiutarla a persuadere Beatrice che non era giunto ancora il suo momento di spiccare un volo d’angelo!
“Hai detto tu stessa che posso essere chi voglio! Che tutti dentro di noi abbiamo questo potere!”
“Ma ben dentro di noi, bambina mia. Ci sono le prezzemoline che son nate per piegarsi ai capricci del vento e delle zampate degli ortolani, e le torte raffinate come te che si beano di farsi ammirare anche da immobili.”
“Fatta eccezione per quelle che si sentono nate per qualcosa d’altro, e che ascoltano i pianti della propria anima, strazianti e incessanti, sepolti sotto un doppio strato di pandispagna!”
“Non sporgerti troppo, Beatrice. Ti sento lontana…”
“Non è colpa mia, Dietisalvi. È l’arma affilata del Dudenti…”
“Tu non lasciarti vincere, piccola mia. Resisti!”
“A tanta leggerezza? Per ogni strato di me che se ne va, quell’altra me, la ballerina, vien fuori e vuol volare!”
E millimetro a millimetro la torta meringata che voleva provare l’ebbrezza di un volo nelle bianche profondità di Firgi, strabordava dall’orlo del ripiano assegnatole dal destino. Tra poco sarebbe stata leggera, quasi un niente… e due o tre piani più sotto Brando l’avrebbe vista librarsi a mezz’aria!
Certo un po’ straziata di profilo, vista così di fronte poteva andare. Con una mano Mariella reggeva il vassoio in bilico, con l’altra ripuliva coscienziosa il cucchiaino da ogni traccia di quel volgarissimo peccatuccio di gola.
“ Eh, mettersi a far la bambina quando ci sono ancora i letti da rassettare…”
E forse proprio l’impeto rassegnato di quel sospiro ebbe il potere di farle perdere la presa sul vassoio sottile che reggeva la torta. Uno scatto di lato e patapunfete!, la torta le era finita ai piedi, spiaccicata di faccia sul pavimento.
“ Mamma mia! Il peccato, il peccato per cui Lui mi punisce!”, si diede immediatamente la colpa l’affranta Mariella. E allora via a gettare il cucchiaino nel lavello (non l’avesse mai preso!), a prendere tovaglioli e strofinacci, a tentar di salvare il salvabile con guanti e spatolina!
Bene o male, riuscì a capovolgere quello strazio che ormai sempre meno aveva le forme della torta originale. La rimise insieme come meglio poteva, eliminò lo strato che poteva esser stato contaminato dai germi del pavimento, la spolverò finanche con una buona dose di zucchero vanigliato per mascherare le creme squacquerate e i danni più visibili della caduta.
“ Chi voglio prendere in giro… Mi toccherà confessare e giustificarmi come posso”, si rassegnò alla fine, dopo aver richiuso il frigo su quello zombie alla meringa ricomposto strato a strato. Magari avrebbe comprato un dolce a Nicola la domenica successiva… uno di quelli costosi, per cercare di rimediare al torto fattogli con la sua ingordigia. Figurarsi poi quanto sarebbe importato a quel bambino del suo misero dolcetto domenicale… E nel comparare la vita di Nico Formighelli con la sua passata, a Mariella Duarte si gonfiarono gli occhi di lacrime amare.
“Venite! Salite su subito, è un’emergenza! La povera torta di meringhe, la nostra ballerina in un corpo da barilotto è precipitata!”, gridavano le olive dalla loro salamoia davanti al supplizio di tanta immeritata devastazione, e anche per coprire coi loro schiamazzi i rantoli strazianti dell’angelo caduto.
Si fecero vedere per primi Pipino e Romulo, poi Ginevra con Borci, e una piccola rappresentanza di frutti di stagione accompagnata da maionese, lardo e cetriolini sott’aceto. Accanto alla moribonda, Dietisalvi assisteva mortificata alle sue ultime volontà:
“Un ultimo ballo… un ultimo passo di danza!”
“Non è più in sé, poverina”, commentò Ginevra guardando imbarazzata da tutt’altra parte.
Non pareva, ma la torta meringata notava i gesti di tutti, ascoltava le paroline sussurrate a mezza voce, pur essendo tutta immersa nell’assurdità della propria disperata condizione. Strano a dirsi, non ne era terrorizzata né minimamente amareggiata: le dispiaceva per un’altra cosa, la stessa che già le aveva tormentato i giorni e le notti in passato.
“Quando arriverà il mio cavaliere?”, sillabò alla vecchia accanto a lei, abbastanza forte perché tutti udissero.
“Presto, presto.”
Ginevra lanciò un’occhiata interrogativa al gorgonzola, ma Dietisalvi tornò a rivolgersi al resto della comitiva e proclamò per quanto glielo permettesse la voce roca, tremante:
“Siano fatti gli onori alla sposa ballerina, prima che la raggiunga il suo sposo.”
“Sarà mica uno sposo rosso acceso?”, azzardò una delle olive, ma fu subito zittita dalle altre in prima fila.
Sotto la direzione di Dietisalvi e di Salada, che era giunta nel frattempo accompagnata dalle sue prezzemoline, il disastro della torta di meringhe fu alleviato da una fastosa copertura d’acini d’uva, chicchi di melograno, grappoli di mirtilli. Da sotto quella corona di colori squillanti, la gigantesca ballerina mancata pareva un floscio tendone da circo.
“Sai, Dietisalvi?”, ebbe la forza di confidare alla sua vicina, dopo che bene o male gli altri si erano allontanati, soddisfatti del lavoro volto ad alimentare ultime le illusioni di Beatrice, “Ora che finalmente sono più leggera, e che sono scomposta e fratturata, e pezzi di ciccia cremosa mi scivolano di dosso come se mai mi fossero appartenuti… ora che non mi sento più le gambe, e le braccia mi fanno cilecca: ecco, non riesco neppure a fare un passo per confermare a me stessa che sono di almeno di qualche centimetro più vicina alle aeree bianchezze di Firgi…”
La vecchia le consigliò di non affaticarsi, assicurandola poi che il suo cavaliere sarebbe arrivato a breve.
“Oh, non lui, non lui Dietisalvi! Il mio cavaliere è fatto d’assenza, è talmente leggero che quasi non si vede… è l’ombra che ormai mi si è fatta qui, intorno al cuore, e che gocciola di crema straripata.”
Madama Salada le soffiò via uno bruscolo di zucchero a velo dall’occhio, e s’ingegnò per tirarle su il morale:
“Mai vista una torta più ricca e sontuosa. Saranno più decorazioni che sostanza, cara mia, ma al giorno d’oggi a chi importa? Sarai tu la più ammirata del gran ballo che daremo in tuo onore!”
A turbare le fantasticherie delle tre signore giunsero i richiami allarmati di Pipino, che si era allontanato per discutere con Pantaleo e ora subito tornava trafelato con la notizia più temuta:
“Torna il Dudenti! Tutti al proprio posto!”
Beatrice aprì la bocca sgangherata nel più squallido dei sorrisi, quando finalmente le furono tirati via gli orpelli innecessari della sua devastazione e restò lì, nuda e pronta di fronte al suo destino.
Il peggio che potesse accadere, pensava Mariella coi pugni nelle guance, seduta al gran tavolo immacolato della sala da pranzo, era che la signora pur accettando le sue scuse le ordinasse alla fine di liberarsi del dolce, ormai esteticamente ripugnante, una volta per tutte.
“ In tal caso, signora, permettete che lo finisca io. Sarebbe un peccato sprecare una delizia così…”, fece le prove, fantasticando su un’improbabile capovolgimento della sua posizione d’ingorda.
Ma no! La signora Amanda non gliel’avrebbe mai perdonato: poteva ritenere Mariella colpevole in tutto e per tutto della rovina della torta, e in più responsabile degli assaggi premeditati che avevano portato al reato principale. No, no! Meglio non rischiare.
Che fare allora? Quella torta pateticamente ricoperta di zucchero gridava la sua miseria da un angolo all’altro della cucina: non sarebbe stato forse meglio… E la cameriera ancora una volta agitò il pugno davanti agli occhi, per allontanare la tentazione più inqualificabile di tutte.
Farla sparire… mangiarsela tutta per poi dire alla signora Amanda che nel tentativo di fare ordine tra i dolci se l’era lasciata scappare di mano. Ma non temesse, avrebbe pensato lei a sostituirla, nel caso che Nicola facesse i capricci anche per quella torta dimenticata il giorno prima.
E Mariella Duarte passò dal senso di colpa alla mortificazione, dalla probabile auto-giustificazione a una scusante che unisse per quanto possibile l’utile (salvarsi la faccia a tutti i costi) al dilettevole (la torta succulenta sarebbe stata finalmente tutta per lei!). Smarrita e ancora incerta, lasciò vagare lo sguardo per la cucina adiacente alla sala da pranzo, in cerca del cucchiaino tentatore, già lindo e luccicante nel cestello delle posate.