2.

2191 Words
2. A qualcuno piacciono i gradini Torino, Piazza Carlo Alberto. Il primo luglio si moriva di caldo. Agata Sforza arrivò dalla stazione, tirandosi dietro il trolley. Avrebbe voluto prendere un taxi, ma la sua situazione economica non era florida, e poi dalla stazione alla piazza c'era meno di un chilometro. La temperatura vicina ai quaranta gradi, si era detta, non era poi così estrema. Era successo di peggio negli ultimi tempi. Una passeggiata di un chilometro con i tacchi e la valigia? Una bazzecola. Rilesse l'indirizzo: Piazza Carlo Alberto n.*, suonare Bottoli. Sì, il portone era quello. Cercò Bottoli sul campanello e suonò. Considerato che non gliene stava andando bene una, fu abbastanza normale che nessuno rispondesse. Controllò l'orario, erano le tre del pomeriggio, e le avevano detto che, a partire dalle due, avrebbe trovato qualcuno per la consegna delle chiavi. Suonò di nuovo, una lunga scampanellata. Niente. Si sedette sulla valigia e pensò al da farsi. Avrebbe potuto chiamare, richiamare a voler essere precisi, il numero che le avevano dato e chiedere che cosa fosse successo, ma poi la sua attenzione fu catturata da un ragazzo che vagava con aria assente per la piazza. Li riconosceva sempre. O, come in quel caso, ne avvertiva la presenza. Poteva avere quindici o sedici anni, indossava una camicia a maniche lunghe (con quel caldo), bermuda blu e un paio di ciabatte. Si capiva che non stava andando da nessuna parte. O s'era perso, o era scappato. Agata abbandonò la valigia dov'era e lo avvicinò. Ci metteva sempre un po' a decidere come rompere il ghiaccio, non c'era un modo che andasse bene per tutti. Alcuni non volevano essere toccati, altri non parlavano... Estrasse dalla borsetta dei cracker e li sbriciolò per terra; poi si sedette su una panchina, mentre i piccioni si facevano sotto. Il ragazzo fu attratto dai piccioni e così il suo vagare si canalizzò verso i pennuti. Dovevano essere uccelli piuttosto storditi, perché, nonostante i piedi lunghi e ossuti del ragazzo fossero a pochi centimetri da loro, non si spostarono di un voletto, anzi continuarono a becchettare le briciole. Impassibili. Un atteggiamento che doveva essere de rigueur in piazza Carlo Alberto. Agata estrasse dalla bustina un altro cracker e invece di sbriciolarlo per i piccioni lo offrì al ragazzo. Lui lo prese senza toccare le dita di Agata e la guardò, indeciso. L'indecisione durò un attimo e, sedendosi accanto a lei, addentò il cracker. Agata cercò di non ridere. I piccioni finirono lo spuntino e si allontanarono verso la statua di Carlo Alberto che troneggiava in mezzo alla piazza. - Agata - disse lei. - Emanuele - rispose lui con quella voce piatta che Agata aveva già immaginato. Il timbro era fondo, una bellissima voce maschile se fosse stata espressiva. - Abiti qui? - domandò, senza guardarlo. - Abito là. - E il ragazzo indicò il portone davanti al quale stazionava il trolley fucsia di Agata. Interessante. - Ne vuoi un altro? Emanuele guardò l'orologio da polso e stabilì che, sì, poteva prenderne due. Agata allungò il secondo cracker che lui mangiò senza smettere di osservare il vuoto intorno a sé. Poi il portone si aprì e uscì di spinta un uomo alto e visibilmente allarmato, che cominciò a guardare con angoscia la strada e la piazza: stava cercando qualcuno. Agata intuì chi stesse cercando, così alzò una mano e l'agitò, sperando che il tizio, lì, la vedesse. L’uomo si accorse quasi subito della coppia sulla panchina, e li raggiunse correndo. - Manu...- disse, fissando il ragazzo. - Papà. - Agata - si presentò da sola lei, tendendogli la mano. - Giorgio - rispose lui. Perplesso. Però strinse quella mano sottile che lei gli lasciò sfiorare appena. La stravaganza non lo turbava, ci era abituato, ma costituiva comunque qualcosa da prendere con le molle. Fissò la tizia seduta accanto a suo figlio e cercò di capire a quale genere umano appartenesse. Era giovane, sulla trentina, bella da levare il fiato, elegante e sofisticata. E perfettamente a suo agio con un quattordicenne autistico. - Sono il padre di Emanuele - continuò Giorgio. - L'avevo intuito. Stavamo mangiando dei cracker - spiegò lei. - Lo ha... - Incontrato. - I piccioni gradiscono i cracker - intervenne Emanuele. La voce era piatta e priva di accento, come quella di un bravo giornalista televisivo. - Dobbiamo rientrare - suggerì Giorgio. - Mh... - Vuoi? - Agata offrì a Emanuele un altro cracker. - Grazie. - Siamo vicini di casa, sai? - continuò lei. - Se qualcuno verrà mai ad aprirmi, potrò entrare nella mansarda che è proprio dentro il tuo palazzo. - Quindi è sua la valigia davanti alla porta? - intervenne Giorgio. - Sì, l'ho lasciata là quando ho visto... - Grazie. - Si figuri... - Non ha le chiavi? - No. Doveva consegnarmele oggi una certa Delia. La conosce? - Sì. Niente di strano che non si sia fatta viva. Può salire da noi, se vuole. Fa molto caldo qui. - È gentile... Agata era in imbarazzo. Non aveva problemi ad abbordare ragazzi autistici per la strada, ma su altre cose era meno disinvolta. Ispezionò Giorgio dalla testa ai piedi. E ritorno. Brizzolato, oltre i quaranta... un po' dimesso, ma quel dimesso che sembrava studiato, un po' figo, insomma. - Non è che lei è uno psicopatico? - s'informò Agata. - Io no. - precisò Giorgio, quasi ridendo. - Oh be', non credo che comunque lo ammetterebbe. - In effetti, no. Agata si alzò e guardò Emanuele. - Posso salire da te? gli chiese. - Sì, vieni. S'incamminarono tutti e tre verso il portone, Agata e Manu davanti, Giorgio dietro a studiarli. Oddio, le gambe chilometriche di Agata costituivano una distrazione continua, ma l'intesa tra quei due aveva dell’incredibile. Da gentiluomo non psicopatico, Giorgio prese la valigia di Agata e aprì il portone. Al di là dell'enorme porta di legno si apriva un cortile interno, sul quale si affacciavano cinque piani di occhiute finestre. In fondo all'androne, sulla destra, c'era un'elegante porta a vetro liberty e oltre quella le scale e l'ascensore. Giorgio premette il pulsante per chiamare la cabina, ma Agata ed Emanuele s'erano già avviati per le scale, senza nem meno prendere in considerazione altre opzioni. - Quanti sono? - domandò Agata e non ci fu nemmeno bisogno di specificare che si trattava del numero dei gradini, perché Emanuele rispose: - 271 fino al mio piano. - E fino alla mansarda? - 300 netti. Giorgio scosse la testa e, trascinandosi dietro la valigia, s'infilò nell’ascensore. Ovviamente arrivò prima degli appassionati di scale e scalini. Agata non era autistica, non secondo i parametri clinici, ma solo con un autistico era in grado di condividere la soddisfazione di contare le cose (piastrelle, gradini, finestre, auto parcheggiate...), perché il resto delle persone questa cosa non la capiva. Per non parlare della frustrazione di scoprire che a volte le quantità erano disomogenee. Perché per esempio nelle scale di uno stesso condominio dovevano esserci numeri differenti di gradini per ogni rampa? Ma lo facevano apposta per farti venire il nervoso, ogni volta che uscivi di casa? Era di questo che stavano discutendo lei ed Emanuele, quando arrivarono davanti alla porta di casa. -Se arrivassimo fino in mansarda sarebbero 300 giusti - disse lui in tono nostalgico. - Sì, ma poi dovremmo ridiscendere. - Già, non avrebbe senso - convennero in coro. - Peccato. Sospirarono entrambi, compiaciuti. Nel sospiro di Emanuele c'era anche una certa invidia, dopotutto i 300 gradini arrivavano alla casa di Agata, non alla sua. Giorgio li stava aspettando davanti alla porta aperta. Li ascoltò, incredulo, ma rimase impassibile come un maggiordomo di fronte alle eccentricità del suo padrone. Entrarono prima Emanuele e Agata, lui li seguì subito dopo, accostò la valigia al muro e poi osò interrompere la dissertazione sui gradini. - Posso offrirle qualcosa da bere? Agata non rispose subito, lasciò che Emanuele finisse di parlare. - Come? - domandò infine. - Ha sete? - ribadì Giorgio. - Bevo solo acqua. Non era una risposta, ma Giorgio la interpretò come una richiesta di acqua; aprì il frigo e le versò da bere. Per sé stappò un birra. Emanuele, invece, consultò nuovamente l'orologio da polso e stabilì che poteva bere un bicchiere di tè, sempre nell'ambito della merenda pomeridiana. - Mio padre beve solo la Guinness - attaccò con il suo tono didascalico. - Il suo colore è marrone molto scuro, e forma una schiuma cremosa di colore beige. È il tostato a dominare completamente il sapore di questa birra Stout , che presenta anche note di caffè e cacao. Il basso tenore alcolico lascia, o meglio non lascia, il segno nel sapore di questa birra, che comunque si fa apprezzare per la sua unicità. - Sorprendente - si complimentò Agata, che non si riferiva a Emanuele, ma alle caratteristiche della birra. Poi il ragazzo si allontanò con il suo tè. Si sedette in una poltrona nell'angolo del salotto e indossò le cuffie per ascoltare la musica. Accese lo stereo e chiuse gli occhi, isolandosi. Un altro po'. Il salotto in cui si era ritirato Emanuele comunicava con la cucina in cui si trovavano ancora Agata e Giorgio. La casa era divisa in due parti, zona giorno e zona notte, e in quella giorno tutte le stanze comunicavano tra loro in una sorta di fuga semicircolare, per cui dalla cucina si vedeva il salotto e più in là c'era una specie di biblioteca con scaffali di libri fino al soffitto. Era una bella casa signorile, molto ordinata ed elegante. Ordinata doveva esserlo per forza, se no uno come Emanuele sarebbe impazzito del tutto. - Grazie di averlo trattenuto. Ero già nel panico… - disse piano Giorgio. Agata alzò leggermente le spalle, come se fosse normale per lei intercettare autistici per strada. - Erano anni che non scappava. Giorgio sentiva il bisogno di parlarne. Strano pure quello, visto che di solito lui non informava nessuno di come gestiva le cose con il figlio. - La settimana scorsa si è sposata sua madre, la mia ex moglie, che ora è in luna di miele... e questo ha fatto saltare i turni con cui ci occupiamo di lui. Agata sbatté le sue belle ciglia e Giorgio cominciò a pensare che per lei fosse più sensato parlare di gradini con Emanuele che interagire con lui. - Provo a chiamare Delia. Ho un altro numero - disse Giorgio. Estrasse il cellulare dalla tasca e cercò il numero della tuttofare del condominio. - Ciao Delia... sono Giorgio. Senti c'è qui da me una ragazza... Agata... - la guardò per farle capire che gli occorreva anche il cognome. - Sforza - aggiunse lei. - Agata Sforza... è la nuova inquilina della mansarda e dice che dovevi essere qui alle due per la consegna delle chiavi... Lunga pausa. - Mh... mh... oh be'... devi venire subito Delia, no non esiste proprio che lei dorma qui... Come perché? Perché no. Muovi il culo e porta qui le chiavi! Sì, subito. Poi riattaccò. - Avrà le chiavi. Fra un paio d'ore, però. - Due ore?! - Sì, be', ora Delia è fuori Torino con il fidanzato. Dice che aveva capito che lei sarebbe arrivata domani. - Eh, no! Ho una sfilza di e-mail e un contratto che... - Conosco Delia come le mie tasche, mente come respira ed è completamente inaffidabile. Mio cognato non la licenzia solo perché sua madre era la tata di quando era piccolo... - Lei è il cognato di Andrea Boeri? - Il viso di Agata si era improvvisamente illuminato. - Ex cognato, ma siamo ottimi amici. Il palazzo è suo. - Lo so. Sono qui per un lavoro. La mansarda dell'ultimo piano veniva spesso utilizzata per ospitare manager o collaboratori dell'industria dolciaria Boeri. Giorgio era abbastanza curioso di sapere a quale categoria ospiti appartenesse la sorprendente signorina che stava appollaiata sullo sgabello della sua cucina, ma era restio a chiederlo. Visto che la conversazione languiva, decise di provare a capire cos'era successo tra lei e Manu in strada. - Come ha fatto a capire che Manu si era perso? - Non si era ancora perso. Stava per succedere, però. Giorgio la osservò, stropicciandosi gli occhi. Anche se aveva rinunciato da tempo a etichettare cose e persone con gli aggettivi normale e anormale, Giorgio si interrogava ugualmente su dove piazzare la signorina Agata nell'impianto aristotelico che ciascuno di noi ha nel cervello e che utilizza per interagire con la gente. - E poi lei è sceso subito. Non credo fosse fuori da molto, non avrebbe fatto in tempo ad allontanarsi dalla piazza. - Non ha senso dell'orientamento. Non possiamo lasciarlo girare da solo - spiegò Giorgio - Comunque non ha risposto alla mia domanda. - Diciamo che me ne intendo. Senta non voglio intralciare i vostri programmi, immagino che lei abbia delle cose da fare. Io potrei fare un giro o... - Non ho niente da fare per i prossimi due mesi - l'anticipò Giorgio. - È davvero gentile, ma non sono abituata a... A cosa? Giorgio avrebbe voluto che finisse la frase, ma lei non lo fece. Forse non lo fece perché Manu era comparso sulla soglia della cucina. - È ora di guardare Guerre Stellari - disse. Giorgio diede un'occhiata all'orologio sulla parete. - Sì, Manu. - Forse Agata non l'ha visto - azzardò il ragazzo. - L'ho visto. Ma è uno dei miei film preferiti - rispose lei. - Ti va se lo guardiamo insieme? - Ma certo. Qual è il tuo personaggio preferito? - domandò Agata, scendendo dallo sgabello e seguendo Emanuele in salotto. - C1P8... e il tuo? - Ian Solo... - sospirò lei. Per le seguenti due ore non volò una mosca. Il sonoro di Guerre Stellari fece da sottofondo al lavoro che Giorgio si ritirò a fare in biblioteca. Ogni tanto si alzava e sbirciava in salotto: sul divano suo figlio quattordicenne (autistico) stava guardando un film ( Il Film , in realtà) con una trentenne mozzafiato. Erano seduti ai lati opposti del divano e nessuno dei due parlava. A lui, che era normale , non era mai capitato. E bravo Manu.
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