Capitolo 7: Situazione disperata e scelta

1551 Words
La figura di Leo svanì nel grigiore fitto della nebbia tra gli ulivi, come una goccia nell'oceano, lasciando solo il fango calpestato e inzuppato davanti alla porta del capanno. Il vento freddo del mattino, carico dell'umidità della vegetazione, si riversò attraverso la porta spalancata, disperdendo il tanfo pesante delle erbe e del grasso di pecora, e facendo frusciare la paglia ammuffita che copriva Sebas. Marco rimase immobile come una statua, fissando stupidamente il vuoto oltre la porta. Un'ondata di paura e smarrimento, gelida come la marea, lo travolse e inghiottì all'istante. Leo se n'era andato. Davvero andato. Aveva lasciato lui e quel mezzo morto di Sebas in questo posto di merda che puzzava di morte! “Aspetta... tue notizie...“ Marco ripeté meccanicamente le ultime parole di Leo, la voce secca come carta vetrata.“Aspetta un cazzo di notizie... Sebas sta morendo...“ Si voltò di scatto, lo sguardo che cadde su Sebas raggomitolato sul mucchio di paglia. Le condizioni di Sebas erano peggiori di prima. Non si agitava né delirava più, ma il respiro era diventato stranamente rapido e superficiale, ogni inspirazione accompagnata da un sibilo rovente, come un mantice rotto. Il volto era rosso acceso, le labbra screpolate, persino macchiate di piccole gocce di sangue. La paglia che lo copriva era inzuppata di sudore freddo e del liquido che trasudava dalla ferita, di un colore scuro, cupo. La mano sinistra, rifasciata da Leo con erbe e grasso, mostrava comunque un gonfiore innaturale; i bordi della fasciatura erano macchiati di un essudato rosso scuro giallastro, emanando un debole, inquietante odore di putrefazione. L'intero corpo emanava un'aura di decadimento, di vita che sfuggiva rapidamente. Il cuore di Marco si strinse come in una morsa di ghiaccio. La paura quasi lo soffocava. Cosa doveva fare? Come aveva detto Sebas, andare a est, trovare un nascondiglio più sicuro? Lasciare Sebas qui a morire da solo? Sebas era ridotto così per salvare quella bambina... e si era ferito così gravemente coprendo la loro fuga... Ma... ma quanto avrebbe potuto scappare portandosi dietro lui? Gli uomini di Carlo, la polizia, e quei diavoli assassini della villa... potevano apparire da un momento all'altro! “No... no... non si può restare qui...“ Marco scosse la testa nervosamente, i denti che gli battevano per la paura. Barcollò indietro, sbattendo contro il muro di pietra freddo, i sassi grezzi che gli pungevano la schiena. Guardò il volto inanimato di Sebas nella penombra, quella mano gonfia e piena di pus, questo spazio angusto, sporco, saturo dell'odore della morte... Una voce nella sua mente urlava folle:*Scappa! Scappa! Finché sei in tempo! Lascia questo posto di merda! Lascia questo peso morto! Si voltò di scatto, come se fosse stato bruciato, e si lanciò verso la porta spalancata, verso la pallida luce del mattino! Proprio mentre il suo piede stava per varcare la soglia, la mano destra di Sebas - quella che era sempre rimasta serrata, nascosta al suo fianco - ebbe una lieve, debole contrazione! La mano che aveva sempre stretto qualcosa con forza, le nocche bianche per lo sforzo. Il passo di Marco si bloccò come inchiodato, sulla porta. Si voltò, lo sguardo fissato sulla mano destra serrata di Sebas. Quando avevano trascinato Sebas nel capanno e lui era caduto, gli era sembrato di vedere qualcosa in mano a Sebas... Nella confusione della villa, aveva visto anche lui Sebas ficcare qualcosa in tasca... Un pensiero folle, come un serpente, si insinuò nel cervello terrorizzato e confuso di Marco. Soldi? Gioielli? Qualcosa di valore? Sebas aveva afferrato qualcosa nella villa? Ecco perché voleva che si separassero? Si era tenuto qualcosa di prezioso? Il pensiero fu come una scintilla nel buio, accendendo all'istante l'avidità di Marco, schiacciata dalla paura. Il debito con Carlo era una spada di Damocle sulla testa; il massacro nella villa rendeva ogni giorno futuro pieno di terrore. Se... se Sebas avesse davvero qualcosa di valore in mano... Gli occhi di Marco brillarono di una luce strana nella penombra. Deglutì, il pomo d'Adamo che si mosse, il cuore che batteva come un tamburo. Come un ladro, guardò nervosamente fuori dalla porta, verso il bosco silenzioso e nebbioso, tendendo l'orecchio. Nient'altro che il fruscio del vento tra le foglie e il battito del suo cuore. Inspirò profondamente. Con un misto di paura, senso di colpa e avidità, tornò lentamente, in punta di piedi, accanto a Sebas, e si accovacciò. “Sebas... Sebas?“ sussurrò Marco, chiamandolo per provare. Sebas non reagì, solo il respiro rovente e affannoso provava che era ancora vivo. Il cuore di Marco batteva ancora più forte. Tese una mano tremante, con cautela, verso la mano destra serrata di Sebas. La punta delle dita sfiorò la pelle rovente del dorso, una temperatura spaventosamente alta. Ritrasse la mano come se si fosse scottato, poi si morse il labbro, trattenne il respiro, e con due dita, lentissimamente, con estrema cautela, cercò di aprire le dita irrigidite di Sebas. Il pugno di Sebas era chiuso con una forza incredibile, come un ferro rovente, immobile. Marco fece un po' di pressione. Sebas, nell'inconscio, parve avvertire qualcosa. Aggrottò le sopracciglia nel dolore, un gemito indistinto gli uscì dalla gola, il corpo si contorse leggermente. Marco fu preso dal panico, ritrasse la mano di scatto, il cuore che quasi gli esplodeva dalla gola! Guardò terrorizzato intorno, temendo che il minimo rumore avesse attirato qualcosa. Dopo un po', sicuro che non ci fosse nulla di strano, si fece coraggio di nuovo. Questa volta fece più forza per aprire le dita di Sebas, le unghie che quasi gli affondavano nella pelle. Finalmente, con la forza bruta, le dita serrate di Sebas furono aperte una ad una. Qualcosa di freddo, liscio, angoloso, rotolò nel palmo sporco di fango di Marco. Alla luce del mattino, sempre più chiara, che filtrava dalla porta e dai buchi, Marco vide chiaramente cosa aveva in mano. Non erano monete d'oro. Né gemme. Era un gemello da polso. Un gemello di onice nera, levigata, cupa, che luccicava con una lucentezza fredda e dura nella luce fioca. Sulla parte frontale, era inciso in modo semplice e antico uno stemma: un serpente attorcigliato, vivido, come se da un momento all'altro potesse balzare sulla preda! Freddo! Pesante! Di malaugurio! Marco trasalì come se fosse stato morso da un serpente, trattenne il respiro di scatto, la mano che tremava quasi facendogli cadere il gemello! Co-cos'era questo? Il simbolo di una g**g? Il ricordo di un morto? Perché diavolo Sebas aveva tenuto stretta questa cosa maledetta anche in quel momento?! Un'enorme delusione e una paura ancora più profonda afferrarono Marco. Niente soldi! Solo questo gemello a forma di serpente che emanava un'aura di morte gelida! Quella roba non solo non valeva niente, ma era come un segno di morte! “Cazzo! Sebastiano Costa! Sei un pazzo maledetto! Una iattura!“ Marco, accecato dall'enorme paura e delusione, ringhiò. Come se si fosse scottato, scagliò con rabbia il gemello gelido nel mucchio di paglia accanto a Sebas! L'onice nera rotolò via nella paglia, gli occhi del serpente che sembravano guardarlo con scherno. L'ultimo briciolo di esitazione e senso di colpa fu schiacciato da quel gemello di malaugurio. Marco si alzò di scatto, il volto che mostrava solo pura volontà di sopravvivere, guidata dal terrore. “Non... non incolpare me... Sebas...“ borbottò verso Sebas incosciente, le parole confuse, più per convincere se stesso.“Sei stato... sei stato tu a portarci in quel posto di merda... sei stato tu a metterci in questo casino... Io... io non voglio morire... Devo andare... Devo andarmene da qui... Non guardò più Sebas. Come per sfuggire a una pestilenza, barcollò verso la porta. Gettò un ultimo sguardo al bosco grigio, avvolto dalla nebbia. L'oscurità sconosciuta sembrava più attraente di quel capanno che puzza di morte. Si tuffò nella nebbia del mattino, la figura magra che inciampava tra gli ulivi, scomparendo presto nelle profondità della foschia biancastra. Senza mai voltarsi. Nel capanno, il silenzio mortale scese di nuovo, più totale, più pesante di prima. Solo il respiro rovente e affannoso di Sebas risuonava nello spazio angusto. Era ancora incosciente, ignaro del tradimento del compagno e della fuga. La mano destra, brutalmente aperta da Marco, giaceva aperta e inerme sulla paglia, il palmo segnato dai solchi profondi lasciati dal gemello stretto con forza. E quel gemello di onice nera gelido giaceva quieto nella paglia accanto a lui, lo stemma serpentino che luccicava con un bagliore crudele e sinistro nella luce sempre più chiara. La luce dell'alba faticava a penetrare la fitta nebbia e le fessure dei rami, cadendo avara nel capanno diroccato, proiettando chiazze luminose sul volto di Sebas, pallido come la carta, divorato dalla febbre. Era come una bambola rotta, abbandonata dal mondo, distesa sul fango freddo e sulla paglia ammuffita, ad affrontare da solo la minaccia mortale dell'infezione e la caccia che poteva piombare da un momento all'altro. Gli ingranaggi del destino, nel tradimento dei compagni e nella solitudine disperata, continuavano a girare, spietati, trascinandolo verso un abisso più profondo, più oscuro, più sconosciuto. L'arrivo dell'alba non aveva portato redenzione. Aveva solo illuminato la sua disperata solitudine. Il gemello di onice, mezzo nascosto nella paglia vicino alla sua mano aperta, sembrava brillare con una luce più intensa, più minacciosa, nella luce crescente, sigillo di un destino che si stringeva intorno a lui.
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