Capitolo 4

888 Words
Capitolo 4 17 agosto 2009 Adriano entrò in casa e avvertì immediatamente che MaVi era rientrata. «Sono qui» urlò in generale. Non la vedeva da nessuna parte, nonostante il loro appartamento fosse un modernissimo open space. A parte il bagno e la camera da letto, tutto era sotto i suoi occhi. Ma lei non era lì, c’erano solo le sue tracce. La tavola era apparecchiata con cura. I libri che avevano sfogliato la sera prima erano impilati sul tavolino, i più grandi sotto, i più piccoli sopra. Accanto alla pila, l’album del matrimonio. Un bastoncino di qualcosa profumava l’aria. Adriano posò la borsa sul divano e ci lasciò cadere sopra la giacca, poi sorrise in modo diabolico. A MaVi sarebbero partite le paturnie nel vedere quelle due cose fuori posto, avrebbe detto una delle sue buffe assurdità e la serata sarebbe decollata. Subito dopo scalzò i mocassini e lasciò anche quelli scomposti sul tappeto. Poi, per completare l’opera, tirò fuori la camicia dai pantaloni. Aprì l’album, era chiaro che MaVi l’aveva lasciato lì apposta. La prima foto era del motorino di MaVi con cui erano arrivati in chiesa. Un primo piano della vespa rosa tutta infiocchettata e tirata a lucido per l’occasione. Nella seconda, c’erano gli sposi in sella. Guidava MaVi, con l’abito di organza di seta arrotolato, le cosce al vento e un sorriso che bucava carta, obiettivo, cuore e cervello. Poi le foto in chiesa: MaVi distratta, pensierosa, impaziente. Riassumendo: atea. Lui invece pareva tutto preso, investito dal sacramento. Si era sentito doppiamente responsabile, visto che a MaVi dell’aspetto religioso non importava un fico secco. «Siamo una cosa sola, ora» le aveva detto la prima notte di nozze. «Lo eravamo anche prima» era stata la risposta. Per lui non era così, erano stati uniti, saldati e fusi dal sacramento. Lo sentiva con prepotenza e lo portava per entrambi. Non gli pesava che lei fosse allegramente agnostica, che trovasse assurda e poco logica l’idea di un “Dio guardone”, come lo aveva definito sinteticamente dopo una lunga discussione. I rapporti con l’Altissimo li avrebbe tenuti lui a nome di entrambi, dopotutto erano diventati una cosa sola. Continuò a sfogliare. Dopo c’erano le foto sotto la pioggia di riso e i petali di rosa. Quei bastardi si erano infilati ovunque e loro avevano trascorso la prima notte a lanciare chicchi fuori dalla finestra dell’albergo. Tra le altre cose... Poi la festa. Il parco della villa dei genitori di Adriano tutto addobbato con lucine e lanterne di carta. A sua madre era venuto un colpo quando aveva visto che genere di violenza avrebbe subito il suo giardino all’italiana. Sembrava un allestimento da scuola dell’infanzia. Del resto, MaVi insegnava in una scuola dell’infanzia. I loro amici sparsi sul prato, tutti allegri, tutti sorridenti. Guardando le immagini, sembrava di risentire la musica e le risate. Solo Bianca, che compariva praticamente in ogni foto, aveva la solita faccia da culo. Andando avanti, si capiva anche quanto fosse ubriaca. Poi c’era la foto delle damigelle, quella in cui la ballerina, l’étoile!, stava attaccata alla bottiglia come un’alcolizzata, fricchettona e drogata. Le ultime due foto erano degli sposi sulla vespa, la valigia legata con lo spago al portapacchi. Lì guidava lui, lei dietro con la gonna arrotolata fino all’inguine. Che scostumata. La pettinatura disfatta, i ricci biondi rovesciati ovunque. Adriano voltò l’ultima pagina. C’era un rettangolino nero striato di bianco e un cono più marcato in mezzo. L’ultima ecografia. C’era anche stampigliata la data: 17 agosto 2009. Oggi. Nel cono nerastro galleggiava un umanoide con un gran testone e quattro arti stecchiti: il portatore dei loro geni combinati, il distillato dei loro amplessi. Di uno in particolare. Adriano sapeva esattamente quando lo schizzo di sperma aveva centrato l’ovulo. MaVi lo sfotteva, ma lui era sicuro che si era trattato della volta che l’avevano fatto nello studio di suo padre, dieci giorni prima del matrimonio, quando lui si era stufato di riorganizzare per la centesima volta la suddivisione della gente a tavola. Poi sentì il divano abbassarsi. Si voltò di scatto. MaVi era lì, infagottata in un accappatoio bianco e con il turbante in testa. Adriano non perse tempo e le slacciò la cintura. Nessuna sorpresa nel trovarla nuda sotto. «Puoi aspettarmi sempre così» le disse. Lei mugolò. «Ha ragione Bianca, sei un maniaco.» «Sì.» «Un maniaco morto! Che ci vuole a mettere via la tua roba, eh?» Adriano sogghignò, affondando la faccia tra i suoi seni. «Dopo metto via tutto.» «Adesso!» Però gli stava levando la camicia per gettarla oltre il divano, a planare come una vela accanto ai mocassini. Adriano avrebbe voluto morderle le tette, per non ridere più forte e perché era fatta apposta per quello, ma si trattenne: come poteva azzannare l’unica fonte di cibo di suo figlio? Le mani di MaVi erano già arrivate alla cerniera dei pantaloni. «Hai aggiunto la foto dell’imbucato al nostro matrimonio» le sussurrò contro la mandibola, prima di morderla lì, perché da qualche parte doveva affondare i denti. «Be’, c’era anche lui.» «Sì, c’era anche lui. O lei?» «Non si è visto.» «Ha le gambe ora.» «Anche le braccia.» Nudi sul divano come accadeva più o meno tutte le sere. Poi rimasero così, a chiacchierare sul divano, con le gambe incastrate, il fiato scambiato, pancia contro pancia a sentire l’intruso nuotare fra loro.
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