Capitolo 3
17 agosto 2009
MAVI 9:44
Pranzo con Bianca.
ADRI 9:51
Perché?
MAVI 10:02
Ho voglia di parlare con una donna.
ADRI 10:02
Perché?
MAVI 10:02
Te lo spiego stasera.
ADRI 10:03
Nuda?
MAVI 10:03
Porco.
ADRI 13:03
Vorrei essere con te.
MAVI 13:03
C’è Bianca.
ADRI 13:04
Ti amo.
MAVI 13:04
Ti amo.
«A chi scrivi?» domandò Bianca.
«A mio marito» rispose MaVi.
«Sa leggere?»
«Tu e Adriano dovete smetterla, nelle mie condizioni ho bisogno di positività.»
«Allora dovevi sposare un altro.»
Erano in un bar del centro di quelli con la distesa in zona pedonale. Soffiava un vento caldo che stiracchiava le nubi bianchissime appoggiate sulla tela turchese.
«Smettila Bianca, mi piacerebbe che mio marito e la mia migliore amica fossero in rapporti civili.»
«Hai sposato uno stronzo, MaVi.»
L’altra sorrise e si allungò sulla sedia. Era in quella fase della gravidanza in cui si ha sempre sonno, ma non poteva bere tutti i caffè di cui sentiva il bisogno.
Molti resti del pranzo erano sparsi sul tavolo: Bianca, ballerina classica, mangiava per modo di dire; MaVi, sopraffatta dalla nausea, cercava di mangiare solo ciò che poteva vomitare.
«Sei dimagrita, MaVi, è normale?»
«No, sono le tette enormi che fanno sembrare tutto il resto rimpicciolito.»
Se le toccò, soppesandole.
«Finiscila, abbi pietà di una prima scarsa.»
«Fanno un male del diavolo.»
«Almeno ci sono.»
«Smettila di lamentarti. I ragazzi hanno sempre preferito te. Occhioni da cerbiatta, gambe chilometriche, portamento da strafiga... il mito della ballerina contro la maestra sferica.»
«Curvy.»
«Sempre più curvy.»
MaVi sollevò la maxi maglia e mostrò la calotta che si stava sviluppando al posto della pancia piatta che aveva avuto fino a qualche settimana prima.
Bianca allungò d’istinto la mano e accarezzò quella collinetta abbronzata.
«Si muove già?»
«A volte mi sembra di sentirlo. Come se mi volassero le farfalle nella pancia.»
«Dallo stomaco alla pancia... fra un po’ le caghi e torni in te.»
«Cretina. Lo amo proprio tanto.»
«Hai gusti di merda. Ci sta attento, almeno?»
«Ma sì. Non è il porco che credi. Se ti sforzassi un po’, finirebbe per piacerti.»
«È solo un figo pazzesco senza un briciolo di cervello.»
«È mio marito, Bianca.»
Quando Bianca passava il segno, MaVi la richiamava. Lei non ritrattava, ma almeno taceva.
«Stai diventando acida. Da quant’è che non scopi?» chiese MaVi
«Dal tuo matrimonio» confessò l’altra.
«Eh!? E con chi!?» Il sottinteso era: perché lo scopro solo adesso?
«Formazione classica: damigella - testimone dello sposo.»
«Con Pietro Scacci!?» Era allibita.
«Eh sì, MaVi, l’integerrimo Pietro Scacci fa sesso occasionale, soprattutto se la damigella ubriaca fradicia gli infila le mani nei pantaloni.»
«Gli hai messo le mani nei pantaloni?»
«Ero molto ubriaca, ma temo che lo avrei fatto anche da sobria.»
«Non ho capito perché ti sei ubriacata.»
«Una damigella deve ubriacarsi.»
«Se lo dici tu. E poi niente sesso da allora? Sono passati più di tre mesi, non sei mai stata tre mesi senza sesso... direi dalla quinta elementare.»
Bianca sbuffò e provò a guardare da un’altra parte.
«Diciamo che lo fai tu per entrambe.»
«Non si può scopare per conto terzi.»
«Sono impegnata, MaVi. La tournée in America sarà massacrante... sono concentrata su quello.»
«Il ballo non ti ha mai impedito di darti da fare. Devi trovarti un ragazzo. O anche più di uno.»
«Non mi va in questo momento.»
«A me invece va sempre, in questo momento. Dev’essere la gravidanza...»
«Non lo voglio sapere, MaVi!»
«Non fare la pudica adesso, ci siamo sempre dette tutto. Essere sposata con un maniaco sessuale è un’esperienza che mi sento di consigliarti!»
«Basta! Non voglio avere visioni di te e il pervertito che scopate.»
MaVi ridacchiò divertita.
«Sei in una preoccupante fase di rifiuto dell’altro sesso. Speriamo che la licenziosa America ti sblocchi.»
Bianca non replicò.
«È frustrante non poter condividere con te le gioie del matrimonio.»
«Mica tutte hanno la fortuna di accalappiare un ingegnere bello e stronzo.»
«Il mondo è pieno di uomini belli e stronzi.»
«Soprattutto stronzi.»
Pagarono il conto e poi si avviarono a piedi nel centro semideserto dell’ora di pranzo.
I negozi erano chiusi e il vento caldo si infilava sotto i portici, sollevando le loro gonne larghe.
Una bassa e una alta, una mora e una bionda, una secca e una tonda. Sempre più tonda.
Camminavano dondolando, una per il portamento a papera inflitto dalla danza, l’altra perché incinta.
«Perché lo stronzo non poteva venire, oggi?»
«Collaudano una macchina.»
«Ed è più importante dell’ecografia?»
«Faccio ecografie in continuazione.»
Bianca rimuginava, mettendo (con grazia) un piede davanti all’altro.
Che bisogno c’era di metterla incinta subito? Non poteva aspettare? Ma no, lo stallone non aveva resistito, aveva dovuto dimostrare tutta la sua virilità.
Nessuno gli aveva detto che si può scopare come conigli anche senza riprodursi?
La ginecologa di MaVi aveva l’ambulatorio in un palazzo antico che dava su Piazza Del Duomo.
L’anticamera era buia e fresca e non c’era nessuno.
Mentre sedevano in silenzio, aspettando che la dottoressa le chiamasse, Bianca strinse la mano di MaVi.
«Sembriamo due lesbiche» ridacchiò l’altra.
«Non farei mai sesso con te, ma ti amo.»
«Lo so, lo so.»
MaVi le accarezzò il viso. Anche se Bianca era quella con la volontà di ferro, la forte, delle due, era sempre stata lei.
«Sono felice, Bianca, felice come non mai.»
«Meno male, se no l’avrei già ammazzato.»
La voce pacata della dottoressa le interruppe.
«Signora Maria Vittoria Abregal.»
«Sono io.»
Era Bianca quella che non riusciva a staccare gli occhi dalla striscia lucida della stampa dell’ecografia.
Mentre camminavano verso la macchina, la ragazza girava e rigirava quel foglio tra le mani.
«Ha detto che è un feto perfetto. Non molto fotogenico, forse...»
«È un’ecografia, Bianca, non uno scatto di Oliviero Toscani.»
«Sembra molto una rana, se gli restano così le ossa del bacino, potrebbe fare danza classica.»
«Ha i miei geni, dubito che ci sia un ballerino o una ballerina nella mia pancia.»
«Adesso vediamo, magari è tutto sua zia.»
MaVi rise, una sorella non avrebbe potuto amarla di più.
Il vento non si era calmato. Erano arrivate alla macchina di MaVi, nell’assolato parcheggio appena fuori dal centro, l’aria calda e pesante del pomeriggio scompigliava loro i capelli e i vestiti.
Bianca rese all’amica le foto.
«Posso tenere uno scatto?» le domandò.
«Certo.»
MaVi piegò l’ultimo fotogramma e lo tagliò, facendo attenzione a non strapparlo.
«Ci sarai quando nasce? Non voglio Adriano in sala parto. Sarà dura... e...»
«Certo che ci sarò. Ti ho mai mollata?»
«Mai.»
Bianca sarebbe partita il giorno dopo per gli Stati Uniti, era l’ultimo pomeriggio di cazzeggio passato con la sua migliore amica, con la persona con cui aveva condiviso ogni esperienza emotiva a partire dalle elementari.
Si abbracciarono, la pancia dura e tonda di MaVi premette sul ventre duro e piatto di Bianca.
Le farfalline sfrecciarono vibrando nel corpo di entrambe.