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3422 Words
Quattro giorni dopo, riesco finalmente a muovermi senza sembrare un robot programmato. La cura di antidolorifici e antibiotici sta facendo il suo effetto, e anche il busto che mi sono trovata costretta a indossare, per quanto scomodo possa essere, sta dando il suo aiuto. «Vorrei uscire», esclamo, non appena metto piede in cucina. Sia Ally che Harry si fermano con le posate a mezz'aria, e Ally mi guarda con gli occhi dilatati dalla sorpresa. «Buongiorno anche a te», esclama Harry, con il solito tono da schiaffi. «Vedo che cominciamo a stare sempre meglio, non è che tutta questa cosa che devi startene a casa comincia a piacerti, infondo?» Alzo gli occhi al cielo. «Ringrazia che ti faccio copiare dai miei appunti, piuttosto. O non capiresti una mazza mentre non sono a scuola.» Rispondo. E sento Ally esclamare mentre afferro una tazza: «in effetti, fai proprio schifo.»Harry le lancia addosso dei cereali. «Ha parlato la genia in matematica!» Mi siedo, decidendo però di stare a debita distanza da entrambi: non mi va proprio di ritrovarmi in mezzo alle loro frecciatine. E infatti... Ally non se ne sta zitta al lancio di cereale, che subito dopo ricambia. «Almeno io non faccio pietà in nove materie su undici!» Ahia... Questa ha fatto male anche a me. Eppure Harry ride. Quando invece per me sarebbe stato una tragedia, sapere di essere a rischio di bocciatura, e con così tante materie. Quando si dice: "avere delle priorità". «Lagnosa.» «Testa di cazzo.» «William...» «Non osare...» «Chi è William?» Decido di intromettermi, anche perché potrebbero continuare all'infinito. Guardo Ally con un sorrisetto: «cosa mi sono persa?» Harry scoppia a ridere. «Fidati, rimarresti scioccata, se lo vedi.» «Non è affatto vero!» Si difende Ally, completamente rossa fino al collo. Harry ghigna. «Vuoi scommettere?» «No!» Rido quando Harry le ruba i cereali da sotto al naso. «Ottima scelta!» Per la sanità mentale di Ally, e soprattutto per non vederla esplodere da un momento all'altro, decido di sviare il discorso da tutt'altra parte. «Allora? Che facciamo, oggi? È domenica.» Funziona, e infatti, Ally si illumina. «Io opto per una giornata di shopping!» Harry invece scoppia in un lamento. «Vi scongiuro: tutto, tranne che fare il cagnolino mentre vi provate per ore centinaia di vestiti!» Se gli sguardi potessero uccidere, a quest'ora Ally avrebbe già ammazzato Harry un milione di volte. E un milione di volte diverse. «E se facessimo un picnic?» Propongo. E entrambi mi guardano come se fossi impazzita. «Capisco che tu non esca di casa da giorni, ma ti assicuro che mi si congelerebbero anche le palle, per quanto fa freddo.» Per poco Ally non gli vomita addosso. Sbuffo. «Proponi tu qualcosa, allora!» D'un tratto, Harry si illumina. «Oh, no...» Esclamo. «Quello sguardo non mi piace per niente.» Mi ignora, completamente. «E se andassimo alla festa che hanno organizzato quelli della nostra scuola?» Appunto... «No.» «Sì!» Fisso Ally, incredula. «Fai sul serio? Ma se non conosci nessuno!» Alza le spalle. «E chi se ne frega? Andiamo per divertirci, mica per fare per forza amicizia!» «Così mi piaci! Batti il cinque, ragazza.» Fisso incredula entrambi. Com'è possibile che un attimo prima siano sul punto di uccidersi a vicenda, e quello dopo di andare d'amore e d'accordo? «Fate sul serio?» «Ovvio!» Entrambi rispondono all'unisono, e per l'ennesima volta mi ritrovo con le spalle al muro. Alzo gli occhi al cielo. «Andiamo a questa stupida festa!»   Non appena scendiamo dal taxi, sento già di aver sbagliato completamente: non sarei dovuta venire. Ally, invece, è al mio fianco più eccitata che mai. «Che aspettiamo? Andiamo, forza!» Non faccio nemmeno in tempo a protestare, che Ally mi ha già afferrata. Ringrazio il fatto di sentirmi decisamente meglio, altrimenti a quest'ora mi ritroverei a urlare per il dolore se mi avesse trascinata così soltanto pochi giorni fa. Non conosco la casa in cui ci troviamo, ma c'è abbastanza gente che conosco di vista che frequentano veramente la nostra scuola. È una piccola villetta di periferia, e infatti vedo la maggior parte della gente sparpagliata fuori che non in casa. Ha un giardino grande, con l'erba curata e delle giostrine infondo il giardino. Deduco che in questa casa ci vivano dei bambini, e deduco anche che non sono in casa; e questo può significare solo una cosa: chi ha organizzato questa festa, ha approfittato di due cose. La prima, del fatto che i padroni di casa non sono qui e la seconda, del giorno che ha scelto, perché si sa che la domenica è l'unico giorno della settimana in cui la maggior parte dei londinesi approfitta di questo giorno di riposo per staccare dalla quotidianità.  «Dov'è Harry?» Le chiedo, e mi rendo conto che ci siamo persi completamente di vista. E la cosa non mi fa stare tanto tranquilla.  Ally alza le spalle.  «Sarà andato a salutare qualcuno. O semplicemente a sbronzarsi. Non hai detto che ci sono tutti quelli della vostra scuola, qui?» Annuisco, e Ally mi mostra uno di quei sorrisoni giganti che le nascono solo di fronte a un paio di novità di makeup dell'anno.  «Dai, andiamo!» Ridacchia, e noto un paio di ragazzi che la fissano con sguardi da predatori.  Man mano che ci incamminiamo dentro la folla, per attraversare il retro del giardino, sento la musica diventare molto più alta e un odore di barbeque che si espande nell'aria. Noto anche, seppur con difficoltà, che il retro del giardino è allestito di poltrone in vimini, un gazebo in legno con un paio di sedie attorno a un tavolo circolare e un barbeque a gas e carbonella più in la, con dei ragazzi attorno che cucinano quello che sembra essere odore di hamburger o salsicce. Ci sono dei gruppetti di ragazzi sparsi per il giardino: c'è chi sta seduto sull'erba a bere o a fumare, chi amoreggia appogiato a qualche albero, chi canta e balla al ritmo della musica, chi invece e seduto di qua e di la su cuscini o, per chi è stato più fortunato, sulle sedie sotto il gazebo a mangiare e bere. Noto un ragazzo accanto al gazebo, di fronte a tutti, che si muove a ritmo delle canzoni o della musica che remixa con la sua console da deejay, col cappuccio della felpa sulla testa e un paio di occhiali da sole. Col cielo nuvoloso e senza nessun raggio di sole. Tutto nella norma, in pratica... «Vado a prendere qualcosa da bere e da mangiare. Vuoi qualcosa in particolare?» Urla Ally, per sovrastare il baccano della musica. Annuisco:  «un hamburger... Ma non prendere alcolici per me, sai che dovrò prendere le medicine.» Mi fa cenno coi pollici in sù, anche perché parlare con questa musica alta è praticamente impossibile, e mi chiedo cosa cavolo cantino a fare gli altri se la musica sovrasta le loro voci e nessuno sta a sentirli. Quando Ally si allontana verso la folla del gazebo, decido di andare a sedermi in un punto più sfollato e dove posso vedere Ally in qualsiasi momento arrivare. Trovo riparo sotto un salice piangente, e subito mi sento decisamente più a mio agio: sono comoda, lontana da tutti quegli sguardi curiosi che non hanno fatto altro che guardarmi con stupore e indicarmi per via della questione di Lauren, e soprattutto senza il rischio che i miei timpani possano esplodere da un momento all'altro. Poggio la schiena contro il tronco chiudendo gli occhi, e mi sembra di essere quasi in pace; se non fosse per tutto il baccano che mi circonda, ovvio.  D'un tratto, però, avverto delle voci familiari urlare. Apro di scatto gli occhi, e sono gia pronta a scattare in piedi nel caso dovesse servire, ma, stranamente - o fortunatamente - mi rendo conto che non si tratta di Ally. Tiro un sospiro di sollievo; ero convinta che qualcuno la stesse infastidendo, o peggio, che qualche ragazzo sbronzo la stesse molestando. Mi appoggio di nuovo sul tronco, quando quelle urla mi sembra di sentirle di nuovo, stavolta mentre si avvicinano di più. Guardo da una parte all'altra e, d'un tratto vedo sbucare da lontano, molto più precisamente da dietro un albero alla mia destra, due figure che conosco benissimo; e subito avverto il cuore mancare dei battiti. «Ti ho detto che mi dispiace! Sto cercando di rimediare sul serio!»  Guardo Lauren, nascondendomi dall'altro lato del tronco, e ringrazio qualsiasi divinità esistente lassù per averne trovato uno così grande. E' dietro di Harry, mentre cerca di seguirlo stando al suo passo, ma nonostante le sue urla che gli arrivano da dietro Harry non accenna a fermarsi e continua a mantenere il passo mentre lo vedo estrarre una sigaretta dal pacchetto, portarsela alle labbra e allontanarsi verso il punto in cui ci sono le giostrine per bambini.  «Ti avevo detto di lasciarmi solo fino a quando non mi sarebbe passata, e non hai fatto altro che l'esatto opposto», le dice, e sento un brivido scivolarmi lungo la schiena quando sento per la prima volta la voce di Harry intrisa di rabbia, e di odio e rancore. Ma Lauren non demorde, e infatti, entrambi mi passano davanti e io quasi trattengo il respiro, quasi temendo che possano sentirmi e quindi scovare il mio nascondiglio. Ringrazio di aver scelto bene il posto in cui nascondermi, perché se non fosse stato per tutte queste piante e foglie che cascono in avanti, a quest'ora probabilmente mi sarei già trovata con le spalle al muro.  «Harry, dannazione, ti ho detto di fermarti!» Urla, e ora è furiosa. Ma Harry è più furioso di lei e, quando si volta di scatto, per poco non temo dal suo sguardo che possa accadere il peggio. E invece, si limita semplicemente ad urlare, più forte di lei:  «io non ti devo niente nemmeno per il cazzo!» Cala per un po' il silenzio, mentre vedo entrambi fronteggiarsi a debita distanza l'uno dall'altra. Sia Harry che Lauren si fissano per quelli che sembrano essere ore, mentre invece sono trascorsi a malapena pochi minuti, e d'un tratto l'aria di Harry cambia, la sua espressione cambia, la sua postura rigida cambia. Lo vedo di nuovo con quell'espressione combattuta, mi chiedo con quale lotta sta avendo a che fare dentro di sé mentre sta rinunciando a quella ch'è stata una delle persone più importanti della sua vita praticamente da sempre, e sento lo stomaco farmi un po' male quando lo vedo passarsi le mani sulle faccia e gli occhi lucidi di chi sta trattenendo le lacrime. Non riesco a vedere però Lauren, perché mi da le spalle.  Harry sospira, tirando su col naso. «Hai mandato tutto a puttane, sei contenta, adesso?» Avverto una fitta al cuore. Lo vedo allontanarsi mentre, dandole le spalle, lo sento tirare su col naso. Nel frattempo la musica è stata leggermente abbassata, forse perché siamo vicini l'orario di punta o per non attirare l'attenzione della polizia, e quando do un'occhiata al gazebo molti metri più in là non vedo ancora nessuna traccia di Ally; mi chiedo se ci sia una folla numerosa, o se semplicemente si è dimenticata di me per parlare e divertirsi con qualche ragazzo che avrà attirato la sua attenzione.  Poi, però, torno a fissare Lauren. Mi accorgo che è nello stesso punto in cui era prima, ma che si è seduta. Ha la faccia nascosta dalle mani, e i capelli neri e mossi le ricadono in avanti. Da qui dietro, noto le spalle incurvate che singhiozzano, come chi sta piangendo, e poi guardo il punto in cui è sparito Harry. Ed è proprio pensando ad Harry che, finalmente, capisco tutto.  Prendo il telefono nella borsa, ignoro i messaggi in cui mia madre mi chiede se sto bene, e apro la chat di w******p sul numero non memorizzato in rubrica di Lauren. Sblocco il contatto, prendo un respiro profondo, e dopo aver chiuso gli occhi per un secondo digito e invio senza indugiare. Voltati. A ore dieci, sinistra. Mentre attendo, dentro di me conto i secondi che passano e quella parte di me spera che lei prenda il telefono. Passano un paio di minuti, prima che lei alzi la testa, si asciughi le lacrime col palmo delle mani, e tiri fuori il telefono dalla tasca della sua giacca. Sento il cuore martellarmi nel petto e, quando abbasso lo sguardo, vedo il suo contatto online su w******p e le spunte del mio messaggio diventare blu.  «Ciao», sento di colpo una voce, e sobbalzo quando, alzando lo sguardo da w******p, me la ritrovo in piedi di fronte a me. Accenno un sorriso, giusto per smorzare la tensione.  «Ciao», contraccambio. Mi fa un cenno al mio fianco.  «Posso sedermi?» Per un attimo sono indecisa sul da farsi, ma dura pochi attimi, che subito dopo mi ritrovo ad annuire. La guardo sedersi al mio fianco con lentezza, mentre, guardandomi dall'alto, alza le mani in segno di resa. Sposto la borsa, che mi accorgo solo ora di avere al mio fianco, e la sistemo sulle mie cosce così che possa sedersi comoda. Lancio uno sguardo davanti a me, per l'ennesima volta, e comincio leggermente a preoccuparmi; perché Ally ci sta mettendo così tanto? «Va tutto bene?»  Scuoto la testa, e mi volto a fissarla.  «Cosa?» Indica con un cenno il punto in cui stavo guardando.  «Stavi guardando lì in mezzo come se fossi preoccupata. Ti si legge lontano un miglio cosa ti passa per la testa.» Alzo un sopracciglio.  «E sentiamo, allora cosa mi sta passando per la testa, ora, per averti fatta sedere qui con me?» Capisco di aver fatto centro quando, guardandola in attesa di una risposta, lei sposta lo sguardo davanti a noi. Scuote la testa, e la vedo accennare un piccolo sorriso. «Non lo so... Forse, la voglia di uccidermi?» Scherza, ed entrambe scoppiamo a ridere, per la prima volta insieme.  Sospiro:  «non voglio ucciderti, anche se ti sembra impossibile crederci.» Alza le spalle, ed entrambe ritorniamo a fissare davanti a noi. «No, non è strano, per me. So che non mi faresti mai del male», dice, e noto una punta di malinconia nella sua voce. La guardo, senza timore alcuno, ma lei continua a fissare dritto davanti a se con le gambe al petto, e il mento sulle ginocchia. Sembra avere l'aria stanca, come qualcuno che non dorme da giorni, è più pallida del solito e ha delle occhiae viola che non le ho mai visto attorno agli occhi.  Non so perché, e mi sembra anche assurdo, ma mi trovo a chiederle un: «come stai?» Come se non fossi stata io, qui, quella ad aver sofferto - in tutti i sensi - come un cane, e con un busto addosso.  E infatti, è sorpresa anche lei di sentirselo chiedere. «Un po' di merda, ma immagino mai quanto te», sospira. «A proposito, mi dispiace di aver perso il controllo. Io... Ecco... La maggior parte delle volte riesco a controllarmi, ma ci sono momenti in cui non riesco e mi sembra di impazzire, perché non riesco a gestirlo.» Mi spiega, mentre io la ascolto in silenzio. «Anche se lo so di non avere scusanti, mi sembrava comunque giusto dirtelo.» Annuisco. «Da ottima studentessa in psicologia, apprezzo che tu ti sia aperta con me», le dico, e lei scoppia a ridere.  «Ti rendi conto che sei qui con me, dopo averti pestata, a una festa insieme... E che mi stai parlando di scuola?» E stavolta sono io a ghignare. «Com'è che mi ha detto, una notte particolare, una persona? Ah, sì: sono pur sempre la studentessa più brillante della nostra scuola», la scimmiotto, fallendo miseramente nell'imitare la sua voce.  Scoppia a ridere fino a diventare rossa. «Non ci credo, sei proprio ossessionata!» Ride. Alzo le spalle, e sorrido mentre mi preparo a gustare la sua reazione, quando le dico: «sono comunque la studentessa che si diplomerà con due anni d'anticipo», fischietto.  Mi volto, e scoppio a ridere quando vedo i suoi occhi spalancati per lo shock. «Oh, cazzo. Sei veramente seria!» Esclama, incredula, e io annuisco. «Me lo hanno detto quel giorno, sai, che abbiamo litigato. Per questo la professoressa Sparkle mi aveva trattenuta in classe; mi stavano facendo pressioni ormai già da un paio di mesi, lei, il resto dei professori e addirittura il preside Richards, per sapere quale università avessi scelto per il mio percorso universitario. Così sono scoppiata, e le ho chiesto perché fossero così insistenti su questo discorso, visto che mi mancavano ancora due anni per il diploma.» La guardo. «Eeeh?» Mi incita a continuare. Sorrido: «e ora sai perché ti avevo detto che quel giorno ero così felice quasi da riuscire a volare. Mi ammetteranno al diploma prima di chiunque altro, perché, a detta loro, sono "sprecata" mentre spreco altri anni di scuola al liceo, con cose che riuscirei a comprendere benissimo ripassandole all'Università. C'è solo un problema...» Sussurro, e stavolta abbasso lo sguardo. «Non so comunque quale strada intraprendere. All'inizio, quel giorno, pensavo di averlo capito... Ma poi abbiamo litigato, mi sono risvegliata dolorante dalla testa ai piedi molti giorni dopo, con un busto al petto che ancora indosso, e non capivo cosa mi stesse succedendo. Mi sono ritrovata la mia migliore amica in camera, Harry che si struggeva dai sensi di colpa... E poi ci sono stati giorni in cui, in preda ai dolori che mi facevano impazzire, spaccavo qualsiasi cosa mi trovassi davanti. E urlavo, urlavo talmente tanto che, mentre lo facevo, immaginavo il tuo viso e ti odiavo. Ti odiavo da impazzire, sul serio.» «E allora perché sei qui con me?» La guardo: «perché ho capito che non ne vale più la pena e che devo dimenticare per poter andare avanti, e riprendere in mano la mia vita. E poi...» Aggiungo, distogliendo lo sguardo. «Tutta questa situazione, tutta questa rabbia, sta facendo del male anche alle persone alle quali vogliamo bene, e io non voglio vedere nessun altro soffrire per questo. Per colpa nostra.» Restiamo in silenzio, mente vedo Ally finalmente sbucare tra la folla con un piatto di panini in mano e due bottigliette d'acqua. La vedo cercarmi per il giardino, e io mi alzo scostando i lunghi rami dell'albero, per farmi notare. La vedo assottigliare lo sguardo quando mi vede in compagnia di Lauren, seduta ancora dietro di me, e d'un tratto strabuzzare gli occhi come se avesse capito. Le faccio un cenno col pollice, per dirle che è tutto ok, e lei annuisce facendomi cenno di tornare più tardi. Le sorrido, e quando mi volto noto che Lauren mi sta fissando in silenzio. «Cosa proponi di fare, allora?» Mi chiede. «E' vero che sei stata espulsa e che sei andata ad autodenunciarti?» Le chiedo invece io, ignorando la domanda di prima. Annuisce, e così anch'io. «Ok... Bene, come prima cosa, dirò che non ho intenzione di sporgere denuncia», dico e la vedo spalancare la bocca per la sorpresa. «Poi, come altra cosa, parlerò col preside Richards e gli dirò che non voglio che nessuno venga addirittura espulso per me. Gli dirò che sei venuta a scusarti, che mi sei stata accanto in questi giorni per rimediare ai tuoi errori, ma...» La guardo, stavolta assottigliando lo sguardo. «Tu dovrai partecipare all'incontro settimanale che si tiene contro il bullismo e il cyber bullismo a scuola, e dovrai raccontare ciò che hai fatto tu coi tuoi amici. Dovrai fare da porta voce davanti a tutta la scuola, dimostrare a tutti che sei pentita e che si può e si deve cambiare, ma , soprattutto devi dimostralo a me. Sono buona, perché mia madre mi ha insegnato il rispetto, la bontà e che l'odio non è mai un buon sentimento da provare. Ma non sono stupida, o almeno, non farò più finta di esserlo, e non do seconde possibilità a nessuno.» Annuisce. «Quindi, da dove dici di cominciare?» Ci penso un po' su, essendo stata presa in contropiede, e d'un tratto mi viene un'illuminazione.  Mi avvicino da lei, fermandomi a pochi centimetri di fronte a lei e, subito dopo, e porgo una mano che lei accetta e con la quale si da un aiuto per alzarsi. La guardo negli occhi, a pochi centimetri di distanza, e mi allontano din un passo quando le porgo di nuovo la mano. Sorrido: «Ciao, io sono Camila, ma voglio che gli altri mi chiamino Camz. E soffro, decisamente, di un disturbo ossessivo compulsivo ma ne vado fiera.» Lei scoppia a ridere, ma ridere veramente, e mentre cerca di trattenere altre risate, sento la sua mano afferrare e stringere la mia. Mi sorride: «Io sono Lauren, ma per i miei amici sono Lolo. E, credimi, è un vero piacere conoscerti, finalmente.»
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