Capitolo 7: Via dal ristorante

1023 Words
Benner non rispose subito. Posò il calice con una lentezza quasi snervante, ma i suoi occhi erano diventati due fessure scure, cariche di una risoluzione improvvisa. Il gioco era arrivato al limite; la corda era stata tesa così tanto che ormai poteva solo spezzarsi. ​«È bastato questo,» mormorò, lo sguardo fisso sul mio. «È bastata una tua frase per rendere questa cena del tutto irrilevante.» ​Senza staccare gli occhi dai miei, fece un cenno impercettibile con la mano. Il maître, come se stesse aspettando solo quel segnale, si materializzò al suo fianco in un istante. ​«Il conto, Monsieur?» chiese l'uomo, visibilmente sorpreso che avessimo appena iniziato. ​«No,» rispose Benner, la voce ferma, profonda, che non ammetteva repliche. «Porti questo al tavolo del fondo, offra la cena a chi vuole. Noi ce ne andiamo.» ​Estrasse una banconota di grosso taglio, la lasciò sul tavolo senza nemmeno guardarla e si alzò. Fece il giro del tavolo e mi porse la mano. Nel momento in cui le mie dita incontrarono le sue, sentii la sua presa possessiva, quasi urgente. Mi aiutò ad alzarmi e, per un secondo, mi tenne così vicina che i nostri corpi si sfiorarono completamente. ​«Non posso restare qui seduto a fingere di mangiare mentre l'unica cosa che voglio è averti in un posto dove non ci siano sguardi, né cameriere, né luci di candela,» mi sussurrò sulla nuca, facendomi mancare il respiro. Uscimmo dal ristorante quasi di corsa, ignorando la curiosità dei presenti. L'aria della sera, ora più fresca, ci colpì non appena varcammo la soglia, ma il calore tra noi non accennava a diminuire. Salimmo in macchina e, prima ancora di mettere in moto, Benner rimase con le mani sul volante, il respiro pesante. Si voltò a guardarmi, e nella penombra dell'abitacolo la sua figura sembrava ancora più imponente. ​«Leila, se metto in moto questa macchina, non si torna indietro. Sei consapevole che la sfida che hai lanciato al ristorante sta per essere raccolta?» Benner mise in moto e il rombo sordo del motore fu l’unico suono a rompere l’incantesimo per i primi minuti. Le luci della città iniziarono a sfilare veloci oltre i finestrini, striature di oro e neon che riflettevano sul cruscotto e sul profilo affilato del suo volto. ​Il silenzio tra noi non era vuoto; era una materia densa, vibrante, quasi solida. Non avevamo più bisogno di parole, perché tutto quello che doveva essere detto era stato urlato dai nostri sguardi al ristorante. ​Di tanto in tanto, sentivo i suoi occhi su di me mentre guidava con una mano sola, con quella sicurezza rilassata che mi faceva impazzire. Io restai appoggiata al sedile di pelle, osservando la sua mano sul cambio: le dita lunghe, forti, le vene appena accennate sul dorso. Sapevo che stava pensando esattamente quello che pensavo io. ​A un semaforo rosso, Benner fermò l'auto e il silenzio divenne assoluto. Senza smettere di guardare la strada, allungò il braccio verso di me. La sua mano cercò la mia, intrecciando le dita con una forza che mi fece capire quanto stesse lottando per non deviare il percorso. Non mi guardò, ma sentii il suo pollice accarezzare lentamente il dorso della mia mano, un movimento ipnotico e possessivo. ​Un brivido mi percorse tutta la colonna vertebrale e io strinsi la sua presa, accettando quel contatto come una promessa silenziosa. In quel momento, l'abitacolo dell'auto divenne il nostro intero universo: fuori c'era il mondo, con le sue luci e il suo rumore, ma dentro c'era solo il calore della sua pelle e l'attesa di ciò che stava per accadere. ​Il semaforo divenne verde. Benner non lasciò la mia mano. Scalò la marcia e accelerò, dirigendosi verso le colline, lontano dal caos, verso quel rifugio dove la sfida sarebbe finalmente diventata realtà. ​Sapevo che quella notte avrebbe cambiato tutto. E dal modo in cui lui stringeva la mia mano, sapevo che lo sapeva anche lui. L'auto rallentò, imboccando un viale privato fiancheggiato da alti pini che filtravano la luce della luna. La ghiaia scricchiolò sotto le ruote mentre ci fermavamo davanti a una villa moderna, una struttura di vetro e pietra che sembrava sospesa sulla scogliera. Le luci soffuse all'interno proiettavano riflessi ambrati sulle pareti trasparenti. ​Benner spense il motore. Il silenzio che seguì fu quasi assordante, interrotto solo dal ticchettio del metallo che si raffreddava e dal suono lontano del mare che si infrangeva sugli scogli sottostanti. ​Nessuno dei due si mosse subito. La tensione che avevamo accumulato per tutta la serata era lì, compressa in quei pochi centimetri che separavano i nostri sedili. «Siamo arrivati,» disse lui, la voce ridotta a un soffio profondo che sembrò vibrare direttamente nelle mie ossa. ​Si voltò a guardarmi. Nella penombra dell'auto, i suoi occhi erano due braci scure. Allungò una mano e, con un movimento di una lentezza esasperante, mi sfiorò il viso con il dorso delle dita, scendendo lungo la linea del collo fino a toccare il bordo di seta del mio vestito bianco. ​«Leila,» mormorò il mio nome come se fosse una preghiera o un avvertimento. «Una volta varcata quella porta, non ci saranno più testimoni. Non ci saranno più maschere. Ci saremo solo io e te, e tutto quello che ci siamo promessi con gli sguardi stasera.» ​Scese dall'auto e fece il giro con passo deciso. Quando aprì la mia portiera, l'aria fresca della notte mi colpì, ma non fu nulla in confronto al calore che emanava lui. Mi offrì la mano e mi aiutò a scendere. Non mi lasciò andare; mi tirò delicatamente a sé finché il mio petto non sfiorò il suo smoking. ​Eravamo lì, sotto il cielo stellato, lui in blu notte e io in bianco, due opposti che avevano finalmente smesso di respingersi. Benner prese le chiavi, ma prima di avvicinarsi alla serratura, si fermò a un millimetro dalle mie labbra. ​«Ultima occasione per scappare, dea,» sussurrò contro la mia bocca, il suo respiro che si mescolava al mio. «Perché io ho intenzione di mantenere ogni singola parola che non ti ho detto stasera.»
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