Capitolo 6: continuare la cena

972 Words
Il cameriere si allontanò dopo aver versato due calici di un rosso intenso, lasciandoci soli in quella bolla di luce soffusa e sguardi rubati. Il brusio del ristorante sembrava ora un rumore di fondo lontanissimo, ovattato dal battito del mio cuore. ​Benner non toccò il vino. Rimase a fissarmi, il mento appoggiato a una mano, mentre l'altra tamburellava impercettibilmente sul tavolo. Quell'aria di controllo assoluto che lo caratterizzava sembrava stesse lottando con un’urgenza diversa. ​«Poco fa, sulla soglia di casa tua, mi sono fermato,» esordì, la voce che scendeva di un'ottava, facendosi intima e quasi confessionale. «Volevo dirti che sei bellissima, ma sarebbe stato riduttivo. Sarebbe stata la cosa più scontata del mondo e tu, Leila, non hai nulla di scontato.» ​Fece una breve pausa, e per la prima volta da quando lo conoscevo, vidi un'ombra di vulnerabilità attraversargli lo sguardo. ​«La verità è che quando ho visto come quel vestito ti abbracciava, e come tu mi guardavi... ho capito che non è la serata a essere nostra. Sono io a rischiare di essere tuo, se continui a guardarmi in questo modo.» ​Si protese leggermente verso di me, superando la linea invisibile che divideva i nostri spazi sul tavolo. ​«Ti ho sempre guardata come un obiettivo da raggiungere, come un pezzo di un puzzle che dovevo incastrare nella mia vita. Ma stasera, davanti a quella porta, ho capito che non voglio incastrarti da nessuna parte. Voglio solo capire se sei pronta a lasciarmi perdere il controllo, perché io, con te, non so più dove finisce il gioco e dove inizia la realtà.» Allungò la mano sul tavolo, palmo verso l'alto, aspettando che fossi io a colmare gli ultimi centimetri. ​«Ecco quello che non ti ho detto: ho paura che questa sera non finirà con un semplice ritorno a casa. E, per la prima volta nella mia vita, questa paura mi piace da morire.» Sentii il mio respiro accorciarsi, ma non abbassai lo sguardo. Se Benner voleva la verità, l'avrebbe avuta. Senza esitare, feci scivolare la mia mano sul marmo freddo finché le mie dita non si intrecciarono con le sue. La sua pelle era calda, un contrasto elettrizzante che mi fece scattare un brivido lungo le braccia. ​«Non sei l'unico a rischiare stasera, Benner,» risposi, e la mia voce era un sussurro carico di una sfida che non ammetteva ritirate. «Credevi davvero che fossi rimasta a guardarti sulla soglia solo per ammirare il tuo smoking? Guardavo l'uomo che è riuscito, per la prima volta, a farmi dimenticare tutte le mie regole.» ​Strinsi la presa sulla sua mano, sentendo il suo battito accelerare sotto i miei polpastrelli. ​«Se hai paura di perdere il controllo, allora abbiamo un problema,» continuai, accennando un sorriso provocante che mi illuminò il viso, «perché io non ho nessuna intenzione di renderti le cose facili. Se questa sera deve finire in modo diverso, non sarà perché è successo e basta. Sarà perché entrambi abbiamo deciso di smettere di giocare a fare gli intoccabili.» ​Mi sporsi ancora di più verso di lui, finché la luce della candela non si rifletté perfettamente nei nostri sguardi incatenati. ​«Quindi, non chiedermi se sono pronta. Chiediti se sei capace di reggere il passo, perché io non ho intenzione di rallentare. La verità è che mi piaci proprio quando perdi quella tua maschera di perfezione.» ​Benner rimase in silenzio per un battito di ciglia, le sue nocche sbiancarono per quanto stringeva la mia mano. Un lampo di puro desiderio e ammirazione gli attraversò il volto. ​«Hai appena dichiarato guerra alla mia forza di volontà, Leila,» mormorò lui, e il suo sorriso divenne quasi predatorio. «E credo che mi arrenderò molto prima di quanto avessi previsto.» La cena si trasformò in una danza lenta e pericolosa. Ogni gesto, anche il più insignificante, era diventato un'arma di seduzione. Il cibo arrivava e spariva, ma i sapori sembravano quasi superflui rispetto alla tensione che ci univa. ​Benner portò il calice di vino alle labbra, ma i suoi occhi non lasciarono i miei nemmeno per un secondo. «Sai, Leila,» disse, facendo roteare il liquido rosso, «c'è qualcosa in te che sfida ogni logica. Tutti in questa stanza cercano di apparire, di farsi notare. Tu invece... tu semplicemente sei. E questo ti rende la donna più pericolosa che io abbia mai incontrato.» Io sorrisi, assaggiando un boccone di tartare di branzino con studiata lentezza. «La pericolosità è negli occhi di chi guarda, Benner. Forse sei tu che hai deciso di vedere in me qualcosa che ti spaventa perché non puoi controllarlo.» ​Sotto il tavolo, sentii la punta della sua scarpa sfiorare la mia gamba, una carezza leggera che mi fece raddrizzare la schiena. Lui non si scusò. Anzi, inclinò la testa di lato, godendosi la mia reazione. ​«Il controllo è un'illusione che mi è sempre piaciuta,» ammise lui, abbassando la voce mentre il cameriere versava dell'acqua minerale e si allontanava rapidamente. «Ma stasera, tra il bianco del tuo vestito e il modo in cui mi stai sfidando, sento che quel castello di carte sta crollando. Dimmi... se uscissimo da qui adesso, quale sarebbe la prima cosa che faresti?» ​La domanda rimase sospesa nell'aria, vibrante come una corda di violino tesa al massimo. Poggiai le posate e mi sporsi verso di lui, riducendo la distanza finché non potei sentire il calore della sua pelle. ​«Non ti risponderei a parole,» sussurrai, lasciando che il mio sguardo scendesse per un istante sulle sue labbra per poi risalire. «Ma dubito che avresti bisogno di spiegazioni.» ​Benner ispirò profondamente, le sue dita che stringevano lo stelo del bicchiere con una forza tale che temetti potesse spezzarsi. «Questa cena sta diventando una tortura squisita,» mormorò, con un sorriso che prometteva tutto tranne che una notte tranquilla.
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