I.-1

2052 Words
I. Il senso del sublime, che è insito nella vastità spaziale, è compreso da chiunque. Ognuno di noi, nel contemplare le profondità dello spazio senza limiti, si sente invaso dai pensieri più complessi, più alti, più puri che immaginazione di poeta possa inventare. Raramente il novizio osserva con indifferenza la distesa dell’oceano, e anche nell’oscurità della notte la mente trova un paragone a tanta grandezza attraverso immagini che non hanno alcun rapporto con il mondo sensibile. È in questo stato d’animo, assai affine all’ammirazione e a un reverente timore – l’una e l’altro creature del sublime – che i vari personaggi con i quali ha inizio l’azione di questo racconto stavano contemplando lo spettacolo che si offriva ai loro occhi. Erano quattro in tutto – due uomini e due donne – ed erano saliti su una catasta di tronchi che una tempesta aveva sradicato, per meglio osservare il paesaggio circostante. Ancor oggi queste località si chiamano nella regione di cui parliamo “corridoi del vento”. Infatti, lasciando penetrare la luce del cielo negli oscuri e umidi recessi boschivi essi formano quasi altrettante oasi nella solenne oscurità delle foreste vergini americane. Il “corridoio del vento” di cui scriviamo si apriva sul ciglio di un’altura digradante e, per quanto di proporzioni modeste, offriva un’ampia vista a coloro che ne occupassero il margine superiore, fortuna che toccava di rado ai viaggiatori dei boschi. Non è stata ancora accertata la natura della forza che tanto spesso crea luoghi abbandonati come questo testé descritto: alcuni ritengono sia dovuta ai turbini che provocano sugli oceani le trombe marine, mentre altri l’ascrivono a passaggi violenti e improvvisi di correnti elettriche, ma gli effetti di essa nei boschi sono noti a tutti. Sul margine superiore della radura questa influenza invisibile aveva ammucchiato un tronco sull’altro in modo da consentire non solo ai due uomini della comitiva di salire su un’elevazione distante tre metri circa dal livello del suolo, ma anche di persuadere le loro più timide compagne a seguirli, sia pure con aiuti e incoraggiamenti. Gli immensi tronchi che la violenza degli uragani aveva spezzati e divelti giacevano alla rinfusa gli uni sugli altri come tanti spaventapasseri, e i loro rami, dai quali emanava ancora una fragranza di foglie in disfacimento, erano intrecciati in modo da consentire alle mani un certo appoggio. Un albero era stato completamente sradicato e la sua estremità inferiore, tuttora ricoperta di terra, era stata scagliata verso l’alto in modo da offrire una specie di piattaforma ai nostri quattro eroi, non appena ebbero raggiunto la distanza voluta dal suolo. Il lettore non deve immaginarsi nella descrizione dell’aspetto personale del gruppo di cui si tratta di ritrovare esposte le ricercatezze proprie della gente di qualità. Erano tutti viandanti di una regione desolata, e, anche se non lo fossero stati, le loro precedenti abitudini e la loro attuale posizione sociale non li avrebbero certo abituati a eccessive raffinatezze. Del resto due membri della comitiva – un uomo e una donna – erano indiani autoctoni della ben nota tribù dei Tuscarora, mentre i loro compagni erano un uomo, il quale recava impresse sulla persona le caratteristiche di chi ha trascorso quasi tutta la vita in mare e doveva essere poco più di un comune marinaio, e una donna, appartenente suppergiù alla medesima classe del marinaio, per quanto la sua giovinezza, il suo aspetto e un portamento modesto ma ardito al tempo stesso indicavano in lei intelligenza e raffinatezza, doti che tanto contribuiscono ad accrescere il fascino della bellezza femminile. In quel momento i suoi grandi occhi azzurri rispecchiavano il senso di sublimità grandiosa suscitato in lei dal panorama, e il suo grazioso viso splendeva dell’espressione pensosa che tutte le emozioni profonde, anche se provocate dalla gioia più pura e più lieta, sempre dipingono sul volto delle creature intelligenti e meditative. E in verità la scena era di natura tale da impressionare profondamente l’immaginazione di chi la contemplava. Verso occidente, dove erano rivolti gli sguardi della comitiva, l’occhio spaziava su un oceano di foglie, su un mareggiare di vegetazione lussureggiante in cui si sbizzarriva tutta l’inesauribile gamma di colori propria del 42° grado di latitudine. L’olmo, con la sua fragile graziosa cima, le più ricche varietà di acero, quasi tutte le nobili querce della foresta americana e i tigli dalle larghe foglie mescolavano gli uni con gli altri i loro rami più eccelsi, formando così un tetto di fronde apparentemente sterminato che si perdeva lontano, verso il sole calante, sino a confinare con l’orizzonte e a fondersi con le nubi come si fondono alla base della volta celeste, le onde e il firmamento. Di quando in quando, o per il ghiribizzo delle tempeste o per un capriccio della natura, un tenue varco tra questi giganti della foresta consentiva a un alberello più piccolo di lottare verso la luce e di innalzare la sua modesta chioma quasi a livello con la circostante superficie di verzura. A questa classe di privilegiati appartenevano la betulla – albero di una certa importanza in regioni meno favorite – il pioppo tremulo, parecchi generosi nocciuoli e vari altri arbusti che rassomigliavano a gente bassa e volgare trascinata dalla forza delle circostanze alla presenza dei grandi della terra. Di quando in quando si levava pure al di sopra di ogni cosa, come un monumento solenne innalzato dall’arte su una distesa di foglie, il diritto snello tronco di un pino. Era da questa visione sconfinata, da questa pressoché ininterrotta superficie verde che si sprigionava il senso augusto di grandiosità di cui abbiamo parlato. La bellezza era suggerita dalla delicata sfumatura dei colori, posti in ancora maggior risalto dal gioco delle luci e delle ombre, mentre la pace solenne del tutto induceva a un sentimento non disgiunto da un vago e reverenziale timore. «Zio», disse la fanciulla stupita e felice insieme, rivolgendosi al suo compagno, al cui braccio si appoggiava appena, e più che appoggiarvisi sfiorava, per aiutarsi nel passo che aveva lieve ma fermo, «questo assomiglia allo spettacolo dell’oceano che tanto ti piace!». «Ecco che cosa fa l’ignoranza e la fantasia di una ragazza, Calamita», ché questo era il nomignolo affettuoso che il marinaio usava spesso nel rivolgersi alla nipote, in allusione al suo fascino personale: «soltanto una ragazzina penserebbe a paragonare questa manciata di foglie a un aspetto dell’Atlantico vero e proprio. Anche se tu prendessi le cime di tutti questi alberi e le appuntassi sulla giacchetta di Nettuno gli farebbero l’effetto né più né meno di un mazzolino». «Quello che tu dici è più immaginoso che esatto, io credo, zio. Guarda laggiù: saranno miglia e miglia eppure non si scorgono che foglie! Che cosa si vedrebbe di più se si contemplasse l’oceano?». «Di più!», ribatté lo zio scrollando con gesto impaziente il gomito che la fanciulla gli stringeva, poiché aveva le braccia incrociate e le mani conficcate entro i risvolti di una giacca di panno rosso, tagliata secondo la foggia dell’epoca; «di più, Calamita? Di meno, vuoi dire? Dove sono i marosi, l’acqua azzurra, i cavalloni, i frangenti, le balene, le trombe marine, il movimento incessante dell’oceano, in questo pezzettino di foresta, bambina?». «E dove sono, sull’oceano, zio, le cime degli alberi, questo silenzio solenne, queste foglie fragranti, questo verde meraviglioso?». «Non parlare, Calamita; se tu t’intendessi di certe cose, sapresti che l’acqua verde è per un marinaio peggio di una mela acerba, è veleno, addirittura! Del resto gli piacciono ancora meno le ragazzine acerbe e sciocche, per giunta!». «Ma gli alberi verdi sono un’altra cosa… Ascolta! Senti che rumore fa il vento tra le foglie!». «Dovresti sentire il respiro del maestrale, figliola, per capire che cosa vuol dire il vento. Come vuoi parlarmi di tempeste e di uragani, di alisei e di levanti e di altri simili manifestazioni naturali in questo pezzettino di foresta? E che pesci credi che nuotino sotto questa calma e piatta superficie?». «Che anche qui ci siano state tempeste è chiaramente dimostrato da questi segni, e sotto queste foglie se non pesci ci sono certamente animali». «Questo non lo so», replicò lo zio con l’assolutismo proprio dei marinai. «Ad Albany ci hanno raccontato tante storie a proposito delle numerosissime bestie selvatiche in cui ci saremmo certamente imbattuti; però finora non abbiamo visto nulla che possa spaventare sia pure una foca. Non credo che qualcuno di questi tuoi bestidi di terraferma si possa paragonare a un pescecane dei mari australi». «Guarda!», esclamò la nipote, la quale era assai più presa dalla sublimità e bellezza del “bosco sconfinato” che non dalle confutazioni dello zio; «laggiù, sopra le cime degli alberi, c’è un ricciolo di fumo. Credi che esca da una casa?». «Eh, sì; quel fumo ha un aspetto umano che vale mille alberi», replicò il vecchio lupo di mare. «Bisogna che lo indichi a Punta di Freccia che magari non lo ha notato. C’è sempre da sperare che dove si vede del fumo ci sia anche una cambusa». Così dicendo cavò una mano dal panciotto e toccò leggermente la spalla dell’indiano, indicandogli una sottile striscia di vapore che usciva lentamente fuor dell’intrico delle foglie, alla distanza di un miglio circa, diffondendosi in filamenti umidi pressoché invisibili nell’atmosfera vibrante. Il Tuscarora era di quei guerrieri dal nobile aspetto che un secolo fa s’incontravano assai più spesso di oggi tra gli aborigeni del continente americano; pur avendo bazzicato abbastanza con i coloni tanto da impratichirsi delle loro usanze e persino del loro linguaggio, egli non aveva perduto nulla o quasi della selvaggia grandezza e della dignitosa semplicità proprie dei capi indiani. I rapporti tra costui e il vecchio marinaio erano cordiali ma riservati, poiché l’indigeno era sempre stato troppo abituato a trattare con gli ufficiali dei vari avamposti militari da lui frequentati, per non capire che il suo compagno attuale era semplicemente un subalterno. E infatti il Tuscarora si era talmente imposto con la sua riservatezza e la sua superiorità discreta che Charles Cap – tale era il nome del marinaio – non si era mai arrischiato a osare la benché minima familiarità nemmeno nei suoi momenti più baldanzosi o più faceti, ancorché la loro convivenza durasse ormai da oltre una settimana. La vista di quel ricciolo di fumo aveva però colpito il marinaio come l’apparizione improvvisa di una vela sul mare e perciò aveva osato per la prima volta, da quando lo aveva conosciuto, usare una certa familiarità con il guerriero, come abbiamo più sopra descritto. Il pronto sguardo del Tuscarora notò immediatamente il fumo e per un lungo minuto l’uomo rimase leggermente ritto sulla punta dei piedi, con le narici dilatate, simile a un cervo che annusi nell’aria un odore infido, e le pupille intente come un segugio bene addestrato, pronto a scattare al primo colpo di fucile del padrone. Dopodiché ricadde sui talloni ed emise una esclamazione sommessa, con quel tono di voce morbido che forma un contrasto tanto singolare con gli accenti solitamente assai più aspri che caratterizzano le voci indiane, normalmente: per il resto lo si sarebbe detto di pietra. Il suo volto era impassibile e i suoi neri e mobilissimi occhi d’aquila che abbracciavano il panorama di foglie, come per coglierne con un solo sguardo ogni particolare, erano la sola cosa viva in quella faccia immota. Certo zio e nipote sapevano perfettamente che il lungo viaggio da essi intrapreso per superare una vasta zona di territorio selvaggio non poteva essere disgiunto da pericoli; tuttavia né l’uno né l’altra potevano decidere a priori se quel segno di una presenza umana nelle vicinanze fosse foriero di bene o di male. «Devono esserci da queste parti degli Oneida o dei Tuscarora, Punta di Freccia», disse Cap chiamando l’indiano con il suo soprannome convenzionale anglosassone; «non ci conviene unirci a loro e procacciarci una comoda cuccetta per la notte nella loro capanna?». «Non capanna», rispose Punta di Freccia senza batter ciglio; «troppi alberi». «Eppure devono essere indiani… probabilmente saranno dei tuoi vecchi commilitoni, padron Punta di Freccia». «Non Tuscarora… non Oneida… non Mohawk… fuoco viso-pallido». «Che il diavolo se lo porti!… Parola d’onore, Calamita, questo supera la filosofia di un marinaio: noi vecchi lupi di mare sappiamo distinguere la cuccia di un pivello tonto dall’amaca di un anziano in gamba, ma non credo che nemmeno il più esperto ammiraglio della flotta di Sua Maestà saprebbe distinguere il fumo di un re da quello di un carbonaio».
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