Il pensiero che accanto a loro, in quell’oceano di verzura, vi fossero esseri umani, aveva reso più vivo il florido incarnato e acceso di una luce più intensa lo sguardo della bella creatura che gli stava al fianco; ma subito la fanciulla si volse a lui con un’espressione sorpresa e disse esitando, poiché entrambi avevano più volte ammirato la saggezza o per meglio dire l’istinto del Tuscarora:
«Il fuoco di un viso pallido! Ma, zio, è impossibile che sappia questo!».
«Dieci giorni fa, bambina mia, avrei giurato anch’io la stessa cosa, ma adesso non so più se sarei altrettanto sicuro. Posso permettermi di domandarti, Punta di Freccia, perché ritieni che quel fumo sia il fumo di un viso-pallido e non quello di un pellirossa?».
«Legno bagnato», replicò il guerriero con la calma imperturbabile con la quale un pedagogo spiegherebbe una dimostrazione aritmetica a un allievo tardo di comprendonio. «Molto bagnato… molto fumo; molta acqua… fumo nero».
«Ma, scusami tanto, padron Punta di Freccia, quel fumo non è nero e non è nemmeno molto. Ai miei occhi appare leggero e fantasioso come il fumo che si leva dalla teiera di un capitano quando per accendere il fuoco non rimangono più che pochi trucioli di pagliolato».
«Troppa acqua», replicò Punta di Freccia con un lieve cenno del capo. «Tuscarora troppo furbi per fare fuoco con acqua! Visi-pallidi troppo leggere e bruciare tutte cose; molti libri, poco sapere».
«Be’, quello che dice è ragionevole, in fondo», assentì Cap cui lo studio non piaceva molto: «questo è un sasso in piccionaia contro tutte le tue letture, Calamita, perché il capo, a modo suo, ha molto buon senso per certe cose. Senti un po’, Punta di Freccia, secondo i tuoi calcoli quanto credi che distiamo dallo stagnettino che tu chiami il Grande Lago e verso il quale stiamo puntando la rotta da tanti giorni?».
Il Tuscarora fissò il marinaio con tranquilla superiorità e rispose:
«Ontario, come cielo; un sole, e il grande viaggiatore vederlo».
«Be’, sono stato sì un grande viaggiatore, è vero; ma devo anche ammettere che di tutti i miei viaggi questo è stato il più lungo, il meno profittevole e il più lontano in terraferma. Se questa ciotola d’acqua fresca è così vicina e così grande come tu dici, secondo me un paio d’occhi aguzzi dovrebbero scoprirla, perché a parer mio da questa coffa si dovrebbe vedere tutto quello che c’è da vedere da queste parti nel raggio di trenta miglia».
«Guarda!», disse Punta di Freccia allungando un braccio dinanzi a sé con gesto tranquillo e aggraziato, «Ontario!».
«Zio, è logico che tu non l’abbia visto, abituato come sei a gridare "Oooh!… Terraaa…!” ma non "Oooh! Acquaaa…!”», esclamò la nipote ridendo come son solite ridere le ragazzine delle loro ingenue spiritosaggini.
«Come, Calamita? Pensi dunque che non saprei riconoscere il mio elemento naturale, se lo avessi avvistato?».
«Ma l’Ontario non è il tuo elemento naturale, caro zietto, perché tu provieni dall’acqua salata, mentre questa è dolce».
«Questa è una differenza che può forse avere importanza per un marinaio giovane, ma non per un vecchio lupo navigato come me. Bambina mia, l’acqua io la saprei riconoscere anche se dovessi vederla in Cina».
«Ontario!», ripeté con enfasi Punta di Freccia, puntando nuovamente la mano in direzione nord-ovest.
Cap guardò il Tuscarora, per la prima volta da quando erano insieme, con un’ombra quasi di sprezzo, pur seguendo lo sguardo e il braccio del capo che erano diretti entrambi verso un punto vuoto del cielo, a breve distanza sopra la distesa di foglie.
«Già, già; è più o meno quello che mi aspettavo quando lasciai la costa in cerca di una pozzanghera di acqua dolce», riprese Cap crollando le spalle come chi è ben sicuro del fatto suo e ritiene che non occorra aggiunger altro. «L’Ontario potrebbe essere lì quanto nella mia tasca. Be’, spero che quando lo avremo raggiunto troveremo spazio abbastanza per mettere a mollo la nostra canoa. Però, Punta di Freccia, se davvero ci sono dei visi-pallidi in questi paraggi ti confesso che mi farebbe piacere di entrare in contatto con loro».
Il Tuscarora annuì con un tranquillo cenno del capo e tutta la comitiva scese in silenzio dalle radici dell’albero divelto. Giunti che furono a terra Punta di Freccia annunciò la sua intenzione di avvicinarsi al fuoco per scoprire chi lo avesse acceso, consigliando al tempo stesso la moglie e gli altri due di ritornare a una canoa che avevano lasciata nel vicino torrente e lì di aspettarlo.
«Ma come, capo, questo potrebbe andare in una manovra di scandaglio o in un tratto di mare noto», replicò Cap, «ma in una regione sconosciuta come questa io ritengo poco prudente permettere che il pilota si allontani da solo dalla nave, perciò, col tuo permesso, non ci separeremo».
«Che cosa volere mio fratello?», domandò con gravità l’indiano, senza tuttavia mostrarsi offeso di fronte a una diffidenza che era più che manifesta.
«La tua compagnia, padron Punta di Freccia, semplicemente. Verrò con te a parlare a quei forestieri».
Il Tuscarora annuì di buon grado e ripeté ancora una volta alla sua paziente e sottomessa mogliettina che di rado volgeva su di lui i grandi e sfolgoranti occhi neri e solo per testimoniargli il suo rispetto, il suo timore e il suo amore, di tornare alla barca. Ma a questo punto s’intromise Calamita. Benché avesse molto spirito e un coraggio insolito non era dopotutto che una donna, e il pensiero di restare abbandonata da parte dei suoi due protettori maschi nel mezzo di una solitudine che i suoi sensi intuivano praticamente sterminata, la spaventò talmente che esternò subito il desiderio di seguire lo zio.
«Mi farà bene un po’ di moto, caro zietto, dopo essere stata seduta tanto tempo nella canoa», soggiunse, mentre il sangue le riaffluiva in un impeto di rossore alle guance che erano impallidite, nonostante i suoi sforzi per restare calma; «e d’altronde possono esserci anche delle donne tra i forestieri».
«E vieni dunque, bambina; tanto saranno pochi nodi e torneremo certamente un’ora prima del tramonto del sole».
Ricevuto il consenso dello zio, la fanciulla, il cui vero nome era Mabel Dunham, si preparò a seguire gli altri due, mentre Rugiada di Giugno, così si chiamava la moglie di Punta di Freccia, si diresse passivamente verso la canoa, troppo abituata all’obbedienza più cieca, alla solitudine e all’oscurità della foresta per concepire timore.
I tre rimasti nel “corridoio del vento” s’inoltrarono ben presto nel suo intricato labirinto e raggiunsero il margine dei boschi. A Punta di Freccia bastarono poche occhiate, ma il vecchio Cap volle assolutamente stabilire il punto esatto donde proveniva il fumo mediante una bussola tascabile, prima di addentrarsi tra le ombre degli alberi.
«Questo dirigersi a naso, Calamita, potrà bastare benissimo a un indiano, ma il tuo purosangue conosce i pregi dell’ago», disse Cap tenendo dietro pesantemente alle orme leggere del Tuscarora. «L’America non sarebbe mai stata scoperta, te lo garantisco io, se Colombo si fosse fidato soltanto del suo fiuto. Amico Punta di Freccia, hai mai veduto un aggeggio come questo?».
L’indiano si volse, gettò un’occhiata indifferente alla bussola che Cap teneva in modo da seguirne la giusta direzione e rispose con tono grave: «Occhio di viso pallido. Il Tuscarora vedere dentro sua testa. Acqua Salata», poiché così l’indiano aveva soprannominato il suo compagno, «tutto occhi adesso; niente lingua».
«Vuole avvertirci, zio, che ora dobbiamo stare zitti; probabilmente non si fida delle persone che stiamo per incontrare».
«Già, dev’essere un modo indiano per dire di stare in guardia. Hai notato che ha ispezionato l’innesco della sua carabina e forse converrà che anch’io dia un’occhiata alle mie pistole».
Senza tradire la benché minima preoccupazione per questi preparativi ai quali si era abituata nel lungo viaggio attraverso la foresta, Mabel tenne dietro all’indiano con un passo altrettanto elastico. Per il primo mezzo miglio non usarono altre cautele all’infuori di un rigido silenzio, ma ora che si stavano avvicinando al punto in cui sapevano essere acceso il fuoco s’imponeva una circospezione assai maggiore.
Come sempre la foresta aveva poco di che impedire la vista, al disotto dei rami, fuorché gli alti diritti tronchi degli alberi. Tutto ciò che apparteneva al mondo vegetale aveva lottato disperatamente per raggiungere la luce, e sotto il baldacchino di foglie i viaggiatori avevano l’impressione di camminare attraverso un’immensa grotta naturale sostenuta da migliaia di rustiche colonne, le quali però spesso servivano a nascondere l’avventuriero, il cacciatore o il nemico; e a mano a mano che Punta di Freccia si avvicinava celermente al luogo in cui i suoi sensi infallibili ed esercitati gli dicevano trovarsi gli stranieri, il suo passo si faceva sempre più lieve, il suo sguardo più vigile e tutta la sua persona più guardinga e come raccolta in se stessa.
«Guarda, Acqua Salata», disse a un tratto con esultanza indicando attraverso un breve varco tra gli alberi, «fuoco di viso-pallido!».
«Per Giove, ha ragione!», borbottò Cap; «sono proprio bianchi e stanno mangiando il rancio calmi e pacifici come se si trovassero nella camerata di un treponti».
«Punta di Freccia ha ragione soltanto a metà», mormorò Mabel; «perché di bianchi ce n’è uno solo; gli altri due sono indiani».
«Visi-pallidi», insistette il Tuscarora alzando due dita; «uomo rosso», e mostrò un dito solo.
«Be’», concluse Cap, «è difficile dire chi ha ragione e chi torto. Uno è completamente bianco ed è anche un gran bel ragazzo, dall’aria molto rispettabile, per giunta; il secondo è un pellirossa garantito e sputato: basta guardarlo in faccia e vedere tutta la pittura che ha indosso, ma il terzo è mezzo e mezzo, non essendo né brigantino né goletta».
«Visi-pallidi», ripeté Punta di Freccia alzando nuovamente due dita; «uomo rosso», e per la seconda volta mostrò un dito solo.
«Deve aver ragione, zio, perché mi sembra che la sua vista sia infallibile. Adesso però urge sapere se sono amici o nemici. Potrebbero essere francesi».
«Basterà una voce per chiarire la situazione», disse Cap. «Tu mettiti dietro a quest’albero, Calamita, perché non vorrei che si ficcassero in testa di sparare una bordata senza preavviso, e io saprò subito che bandiera battono».
Aveva portato le due mani alla bocca a mo’ d’imbuto e si preparava a cacciare l’urlaccio promesso, quando un rapido movimento di Punta di Freccia lo trattenne.
«Uomo rosso, Mohicano», disse il Tuscarora, «buono; visi-pallidi, americani».
«Questa è una gran bella notizia», mormorò Mabel cui non era garbata affatto la prospettiva di una mischia mortale in quelle remote solitudini. «Avviciniamoci subito, zio caro, e dichiariamoci amici».
«Bene», disse il Tuscarora; «uomo rosso freddo e sapere; viso-pallido fretta e sparare. Lasciare andare la squaw».
«Cosa!», disse Cap stupefatto, «mandare avanti la piccola Calamita in avanscoperta e rimanere qui in attesa due babbei come te e me, per vedere come la tratteranno? Se dovessi far questo io…».
«Ma ha ragione, zio», lo interruppe la generosa ragazza, «e io non ho paura. Nessun cristiano, vedendo avvicinarsi una donna sola, le sparerebbe contro, e la mia presenza sarà una promessa di pace. Lasciami andare avanti, come dice Punta di Freccia, e vedrai che tutto andrà bene. Ancora non ci hanno visto, e gli stranieri rimarranno semplicemente sorpresi, senza spaventarsi».
«Bene», disse Punta di Freccia che non nascondeva la sua ammirazione nei riguardi del coraggio di Mabel.
«È un’azione indegna di un marinaio», insistette Cap; «ma dal momento che siamo nei boschi nessuno ne saprà nulla. Se tu credi, Mabel…».
«Zio, non preoccuparti per me; del resto tu mi sei vicino, nel caso io abbia bisogno della tua protezione».
«Bene, prendi però almeno una di queste pistole…».
«No, preferisco affidarmi esclusivamente alla mia giovane età e alla debolezza del mio sesso», disse sorridendo la ragazza mentre un lieve rossore le imporporava le guance. «Tra gente cristiana la migliore salvaguardia di una donna è il suo bisogno di protezione. Del resto io non m’intendo di armi e desidero continuar a vivere in questa ignoranza».
Cap si rassegnò, e dopo aver ricevuto dal Tuscarora alcuni saggi consigli di cautela Mabel raccolse tutto il suo coraggio e avanzò sola verso il gruppetto riunito intorno al fuoco. Benché il suo cuore battesse veloce aveva il passo fermo e i movimenti disinvolti. Sulla foresta regnava un silenzio di morte, perché i tre verso i quali si stava avvicinando erano troppo intenti a saziare il loro appetito per distogliere sia pure per un attimo lo sguardo dal cibo. Giunta però a circa cento passi dal fuoco Mabel calpestò inavvertitamente un ramoscello secco e quel lieve rumore bastò per far balzare in piedi, rapidi come il pensiero, il Mohicano e il suo compagno le cui caratteristiche somatiche erano state l’oggetto della discussione dianzi riportata. Entrambi lanciarono un’occhiata alle carabine che avevano appoggiate contro un albero, ma subito ristettero immobili, non appena i loro occhi si posarono sulla figura della fanciulla. L’indiano mormorò al compagno poche parole, quindi si rimise a sedere e riprese il pasto interrotto, calmo e tranquillo come se nulla fosse accaduto. Il bianco invece lasciò il fuoco e mosse incontro a Mabel.
La fanciulla comprese, nel vederlo avvicinarsi, che si trattava effettivamente di un uomo della sua razza, anche se il suo vestire era un miscuglio talmente curioso di vesti indiane ed europee che occorreva osservarlo da vicino per riconoscerlo come uomo bianco. Era di mezza età, ma nel suo viso aperto, che per il resto non poteva considerarsi bello, vi era tanta onestà e una così totale mancanza di astuzia che Calamita comprese immediatamente di non correre alcun pericolo. Tuttavia si fermò.
«Non abbiate timore, figliola», disse il cacciatore, ché tale almeno appariva dalla foggia del vestire; «vi siete imbattuta in uomini cristiani che sanno come trattare con cortesia chiunque abbia l’animo incline alla pace e alla giustizia. Io sono ben conosciuto da queste parti, e può darsi che qualcuno dei miei appellativi sia giunto anche alle vostre orecchie. Dai francesi e dai pellirosse che abitano sulla riva opposta dei Grandi Laghi sono chiamato La Longue Carabine; dai Mohicani, una tribù giusta e leale, o meglio da quel poco che resta di loro, Occhio di Falco; mentre le truppe e le guardie forestali da questa parte dell’acqua mi chiamano Cercatore di Piste, poiché tutti sanno che non ho mai smarrito il sentiero di guerra quando da un capo di questo c’era un Mingo e dall’altro un amico che aveva bisogno di me».
Queste parole non furono proferite in tono borioso, ma con l’onesta sicurezza di chi ben sa di non avere alcun motivo di arrossire delle proprie imprese, qualunque sia la fama che altri possano aver creato intorno al suo nome. L’effetto su Mabel fu istantaneo. Non appena intese l’ultimo appellativo congiunse insieme le mani con gesto di meraviglia e ripeté: «Cercatore di Piste!»
«Così mi chiamano, figliola, e quanti signoroni si sono acquistati un titolo che non meritavano neppure per la metà di quello per cui mi sono meritato io il mio; ancorché, se devo proprio dire la verità, io vado piuttosto orgoglioso di cercare la mia strada dove non c’è nessuna pista anziché là dove il tracciato è sicuro. Ma le truppe regolari non vanno tanto per il sottile e non sanno quasi mai la diversità che passa tra una pista e un sentiero, benché nel primo caso sia soprattutto una questione di occhio mentre per il secondo si tratta più che altro di fiuto».
«Ma allora voi siete l’amico che mio padre ci aveva promesso di mandarci incontro!».
«Se voi siete la figlia del sergente Dunham, nemmeno il grande profeta dei Delaware ha mai pronunciato una verità più vera».
«Io sono Mabel, e laggiù, dietro quegli alberi ci sono mio zio Cap e un Tuscarora detto Punta di Freccia. Non speravamo d’incontrarvi se non dopo aver raggiunto o quasi le rive del lago».
«Avrei preferito che vi avesse fatto da guida un indiano più onesto», disse il Cercatore di Piste, «perché a me non piacciono i Tuscarora! Si sono allontanati troppo dalle tombe dei loro padri per ricordare il Grande Spirito; e Punta di Freccia è un capo ambizioso. Rugiada di Giugno è con lui?».
«Sì, ed è una creatura tanto dolce e mite».
«Altroché, e sincera per giunta; il che nessuno che lo conosca potrà dire mai di Punta di Freccia. Be’, bisogna accettare il fardello che la Provvidenza ci assegna lungo la pista dell’esistenza. Del resto avreste potuto trovare guide anche peggiori di lui, benché abbia troppo sangue mingo, per uno come me che vive esclusivamente con i Delaware».
«Forse è una fortuna che vi abbiamo incontrato», disse Mabel.
«Comunque non è una disgrazia, perché avevo promesso al sergente che avrei accompagnato la sua figliola sana e salva alla guarnigione anche a costo di rimetterci la pelle. Pensavamo d’incontrarvi prima che giungeste alle rapide, dove abbiamo lasciato la nostra canoa; intanto, abbiamo ragionato, non sarà male se ci sposteremo in su di qualche miglio in modo da essere di aiuto in caso di bisogno. Credo che abbiamo fatto bene perché non so se Punta di Freccia sia capace di destreggiarsi nella corrente».
«Ecco mio zio e il Tuscarora! Finalmente ci siamo riuniti».
Mentre Mabel così diceva Cap e Punta di Freccia, visto che la conversazione si stava svolgendo in tono amichevole, si erano avvicinati, e bastarono poche parole per informarli sulla vera identità degli stranieri. Quindi il gruppetto mosse verso i due rimasti accanto al fuoco.