III.
È generalmente risaputo che i fiumi che affluiscono nel bacino meridionale dell’Ontario sono di solito angusti, torpidi e profondi. Vi sono però alcune eccezioni a questa regola poiché molti di questi fiumi sono movimentati da rapide dette “salti” nel linguaggio della regione, e alcuni da vere e proprie cascate. Tra questi ultimi vi era appunto il fiume sul quale i nostri eroi si preparavano ad avventurarsi. L’Oswego è formato dalla confluenza dell’Oneida con l’Onondaga, entrambi defluenti da laghi, e prosegue nel suo corso, attraverso una regione dolcemente ondulata, per un tratto di circa dieci miglia, sino a raggiungere il margine di una specie di terrazza naturale, dalla quale precipita per circa quindici piedi verso un altro tratto piano lungo il quale scivola con le sue acque profonde, silenzioso e furtivo, finché si getta con il suo tributo nel vasto bacino dell’Ontario. La canoa in cui Cap e la sua comitiva erano venuti da Forte Stanwix, ultima stazione militare sul Mohawk, si dondolava in riva al fiume: vi entrarono tutti, tranne il Cercatore di Piste che rimase a terra per dare l’abbrivio alla leggera imbarcazione.
«Lasciala scivolare con la poppa lungo corrente, Jasper», disse l’uomo dei boschi al giovane marinaio dei laghi, il quale frattanto aveva spodestato Punta di Freccia della sua pagaia e aveva preso il proprio posto di timoniere. «Se quei maledetti di Mingo riusciranno a scoprire le nostre piste e le seguiranno sino a questa punta, non mancheranno di cercare tracce nella mota, e se si accorgeranno che abbiamo lasciato la riva con il muso della canoa contro corrente crederanno logicamente che ci siamo diretti contro corrente».
Il giovane obbedì all’istruzione ricevuta, e dopo aver dato una spinta vigorosa il Cercatore di Piste, il quale era tuttora nel fiore delle sue forze agili e pronte, diede un balzo e ricadde lievemente e senza disturbare l’equilibrio sulla prua della canoa. Non appena ebbe raggiunto il centro del fiume la barca venne girata e prese quindi a scivolare silenziosa lungo corrente.
L’imbarcazione in cui Cap e la nipote si erano avventurati per compiere il loro lungo e rischioso viaggio era di quelle canoe di corteccia costruite solitamente dagli indiani e che per la loro estrema leggerezza e la facilità con cui possono essere governate sono mirabilmente adatte a una navigazione in cui ci s’imbatte continuamente in banchi ghiaiosi, legname galleggiante e altri simili ostacoli. I due uomini che ne avevano composto l’equipaggio originario l’avevano trasportata più volte, vuota naturalmente del bagaglio, per molte centinaia di metri, e sarebbe bastata del resto la forza di un uomo solo a sollevarla. Per essere però una canoa era tuttavia lunga e larga, e agli occhi dei non iniziati il suo principale difetto era rappresentato da una mancanza di stabilità. Ma in poche ore sia Mabel che suo zio avevano imparato a seguirne i movimenti, cosicché ora riuscivano a conservare i loro posti con la massima tranquillità, e il peso supplementare delle tre guide non costituiva affatto un impedimento al suo progredire, perché l’ampiezza della chiglia arrotondata consentiva uno spostamento d’acqua sufficiente senza che il bordo si abbassasse troppo verso la superficie del fiume. Era una canoa ben costruita, in una parola, piccola di fasciame e rinforzata con cinghie di cuoio, e per quanto di apparenza tanto leggera avrebbe potuto probabilmente trasportare un numero doppio di persone di quello già in essa contenuto.
Cap sedeva al centro della canoa su un basso banco di voga; accanto gli stava inginocchiato il Grande Serpente. Il posto di prua era occupato da Punta di Freccia che aveva lasciato il proprio posto di poppa, e da sua moglie. Mabel era rannicchiata dietro lo zio mentre il Cercatore di Piste e Acqua Dolce stavano in piedi, l’uno a prua, l’altro a poppa, manovrando ognuno un lungo remo con moto uniforme e silenzioso. Parlavano ora a voce bassa, ché tutti incominciavano a sentire la necessità di essere prudenti, a mano a mano che avanzavano verso i paraggi del forte e non avevano più i ripari dei boschi a proteggerli.
In quella località precisa l’Oswego era un corso d’acqua scura e profonda di non grande ampiezza che si snodava pigro e tetro tra un accavallarsi di alberi che in alcuni punti quasi oscuravano con il loro fogliame la luce del cielo. Di quando in quando un gigante della foresta giaceva quasi riverso sulla sua superficie e diveniva indispensabile evitarne a ogni costo l’intrico dei rami; del resto quasi continuamente fronde e foglie della vegetazione minore erano costantemente lavate dalle acque. Erano tradotte qui in realtà le immagini così splendidamente descritte dal nostro meraviglioso poeta William Cullen Bryant: la terra ingrassata da millenni d’imputridimento vegetale, nero di argilla sabbiosa il fiume quasi traboccante dagli argini, la “fresca e sterminata selva”, ogni cosa appariva visibile all’occhio come l’artista con la penna l’ha rappresentata all’immaginazione nella sua splendida opera poetica dedicata alla natura. Insomma, era uno scenario sfarzoso, ricco di promesse, prodigiosamente libero e selvaggio nella sua ancora vergine ignoranza delle consuetudini e degli appetiti umani. Si rammenterà che quello era l’anno 175…, molto prima cioè che la speculazione avesse stretto nella morsa della civiltà una qualsiasi porzione sia pure piccolissima del territorio occidentale di New York. In quell’epoca lontana vi erano due grandi vie di comunicazione militari fra il tratto abitato della colonia e le frontiere confinanti con il Canada – quella cioè formata dai laghi Champlain e George e quella segnata dal Mohawk, dal Wood Creek, dall’Oneida e dai fiumi che abbiamo testé descritto. Lungo queste linee di traffico erano stati predisposti presidi militari, benché esistesse una zona disabitata di un centinaio di miglia, tra l’ultimo forte sito a monte del Mohawk e la foce dell’Oswego, che abbracciava quasi tutta la distanza percorsa da Cap e da Mabel sotto la protezione di Punta di Freccia.
«A volte vorrei che ci fosse di nuovo la pace», disse Cercatore di Piste, «perché allora sì che è bello scorrazzare per la foresta senza dover andare in cerca di nemici ma soltanto di animali e di pesci. Ahimè! Quanto tempo è passato dacché io e il Serpente si veniva qui a spassarcela tutti felici e contenti in mezzo ai fiumi, e a vivere di caccia, di salmoni, di trote, senza nemmeno un pensiero per i Mingo, senza la minima paura di essere scotennati! Come vorrei a volte che tornassero, quei giorni benedetti, perché francamente non è la mia vera inclinazione naturale quella di accoppare i miei simili, e spero che la figlia del sergente non mi giudicherà soltanto un disgraziato che si diverte a rubare la vita altrui».
A questa osservazione, fatta in tono semi interrogativo, il Cercatore di Piste si volse a guardare dietro di sé e benché anche l’amico più imparziale non avrebbe potuto definire belli i suoi lineamenti, che erano duri e cotti dal sole, Mabel giudicò tuttavia il suo sorriso, così semplice, onesto e leale, estremamente simpatico e attraente.
«Non credo che mio padre avrebbe mandato un sanguinario incontro alla propria figlia», replicò la giovane donna restituendogli un sorriso altrettanto schietto, se pure assai più dolce.
«Avete ragione. Il sergente è un uomo di sentimento e quante marce e combattimenti abbiamo avuto insieme – spalle spalle, come dice lui – per quanto io mi tenga sempre le braccia libere e anche le gambe, quando sono vicino a un francese o a un Mingo».
«Voi siete dunque il giovane amico di cui mio padre mi ha parlato tante volte nelle sue lettere?».
«Giovane amico… il sergente ha su di me il vantaggio di trent’anni; già, è di trent’anni maggiore di me, ma sessanta volte migliore!».
«Forse non agli occhi della sua figliuola, amico Cercatore di Piste», interloquì Cap, il cui umore si era risollevato dal momento in cui si era trovato nuovamente in mezzo all’acqua. «I trent’anni di cui voi parlate non sono sempre ritenuti un gran vantaggio da una ragazza di diciannove».
Mabel arrossì, e nel volgersi per nascondere la propria confusione agli sguardi del vogatore di prua incontrò quelli ammirati del vogatore di poppa, cosicché i suoi dolci occhi azzurri ricorsero come ultimo rifugio all’acqua. In quel preciso istante un rumore sordo, opaco, spazzò le rive, trasportato da una brezza leggera che a stento riusciva a produrre appena qualche sottile increspatura sulla superficie dell’acqua.
«Questo sì che è un rumore piacevole», disse Cap, drizzando le orecchie come un cane che abbia udito un abbaiare distante; «è il frangente contro le sponde del vostro lago, mi pare!».
«Oh, no», rispose il Cercatore di Piste, «è semplicemente il fiume che rimbalza su alcune rocce che si trovano a mezzo miglio circa sotto di noi».
«Come? C’è una cascata?», domandò Mabel colorendosi ancor più in viso.
«Perdiana! Padron Cercatore di Piste! Oppure tu, Acqua Dolce», perché anche Cap aveva incominciato a chiamare a questo modo Jasper, «perché non la fate un po’ deviare, questa canoa, e non la portate più vicino a riva? Molte volte queste cascate sono piene di vortici che ti possono risucchiare tale e quale come il Maelstrom!».
«Fidatevi di noi, amico Cap», disse il Cercatore di Piste. «Non siamo che marinai di acqua dolce, è vero, e io poi non posso neppure vantarmi di essere un gran che, in fatto di navigazione fluviale, ma di salti, di rapide e di cateratte siamo pratici, e nel discendere queste ci comporteremo del nostro meglio per non far brutta figura».
«Cosa! Vorreste discendere in canoa!», esclamò Cap. «Siete diventato matto, per caso? Come potete sperare di attraversare una rapida con questo guscio di noce?».
«Non temete. È molto più semplice superare le rapide in barca che non scaricare i bagagli e trasportare a spalla la canoa per un percorso vizioso di oltre un miglio».
Mabel volse la faccia, divenuta ora pallidissima, al giovane marinaio che vogava a poppa dell’imbarcazione, poiché proprio in quell’istante un nuovo alito di vento le aveva portato all’orecchio, per la seconda volta, il fragore della cateratta che le sembrava spaventoso, ora, nella sua immediatezza.
Jasper disse con la voce tranquilla: «Avevamo pensato che sbarcando le donne e i due indiani, noi tre bianchi, tutti e tre abituati all’acqua come siamo, avremmo potuto superare la rapida senza difficoltà, perché è cosa che facciamo spesso».
«E contavamo su di voi, amico marinaio, perché ci deste un valido aiuto», incalzò il Cercatore di Piste, strizzando l’occhio a Jasper. «Vi sappiamo pratico di onde e di cavalloni, e se non c’è qualcuno a tener fermo il carico, tutto il bagaglio di vostra nipote potrebbe venir spazzato in acqua e andare conseguentemente perduto».
Cap non sapeva come comportarsi. Il pensiero di superare in barca una cascata d’acqua era forse più minaccioso per lui, esperto di cose di mare, che non per un profano, poiché egli ben conosceva la forza prodigiosa del liquido e instabile elemento, e sapeva quanto è inerme e impotente l’uomo quando la sua furia si scatena. Avrebbe forse abbandonato il proprio posto, benché non fosse di natura pauroso, come abbiamo detto, uso com’era al rischio, se la visione degli indiani scotennatori non gli si fosse talmente radicata nel cervello da fargli per contrasto pensare alla canoa come a una specie di santuario inviolabile.
«E Calamita?», domandò, perché l’affetto per la nipote gli fece immediatamente rimordere la coscienza. «Come possiamo lasciare che Calamita scenda a terra quando sappiamo che potrebbe correre il pericolo d’imbattersi in una pattuglia di quei cani sanguinari?».
«Non abbiate paura: vicino al nume non ci sono Mingo; questa è infatti una località troppo frequentata perché osino tentarvi le loro diavolerie», rispose con tono fiducioso il Cercatore di Piste. «Non si può cambiare la natura umana, ed è nella natura dei Mingo che te li trovi davanti dove meno te li aspetti, ma non è il caso di temere un butto incontro con loro su un sentiero battuto: è dove sei meno preparato a vederli che ti capitano sotto il naso, perché a loro piace ingannare il prossimo, da quei veri farabutti che sono! Forza, Acqua Dolce, sbarcheremo la figlia del sergente su quel tronco galleggiante, da dove potrà raggiungere la riva senza bagnarsi i piedini».