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876 Words
5 Gray «La vuoi piantare, Seth? Ti ho detto che ci sono. Farò il bravo. Sopporterò perfino Cammie». «Ti serve la Riverton Metals per questo tour, Gray… soprattutto visto che la Raver Athletics si è tirata indietro». «Sono degli idioti». «No, sono un’azienda multimilionaria che non può permettersi di legare il proprio nome a un professionista del golf, più famoso per averla mandata in buca con la figlia di un funzionario del tour, che non sul percorso di gioco». «Come vuoi. Sarebbero folli a tenermi fuori dal tour per quella merda e lo sai. Il mio nome attira i fan». «Anche quelli degli altri. Ti stai tagliando la gola da solo, Gray». «Entrare nella buca di Rachelle è stato più divertente». «Si chiama Michelle». «Siamo lì». Sinceramente ricordo a stento quella ragazza. Ero ubriaco perso e l’unico cervello che mi funzionasse al momento era quello dell’uccello… un uccello che ha fatto un allenamento da sogno lo scorso fine settimana; un uccello a cui oggi manca una certa testarossa. È stato un fine settimana favoloso e, se CC non fosse già andata via quando mi sono svegliato domenica mattina, avrei fatto del mio meglio per farlo durare un altro paio di giorni. Cammie Riverton e suo padre possono aspettare, per quel che me ne importa. Capisco che Seth stia cercando di aiutarmi, ma non me ne frega un cazzo. Potrà anche servirmi il nome di Riverton per tornare nelle grazie dei funzionari, ma, diversamente da altri sport, come membro della lega sono un professionista indipendente. Decido io quali partite voglio fare e dove apparire. Mi gestisco da solo. E sarebbe splendido, se non fosse che il voto contrario di quelli ai piani alti spinge in fondo alla lista le mie iscrizioni ai tornei, il che in breve significa percorsi pieni e starsene fuori al freddo. Perciò sto tentando con la soluzione di Seth. Quello che vorrei fare davvero è dire a tutti di baciarmi il culo. Non sono mai stato bravo ad adattarmi alle regole, mia madre potrebbe testimoniarlo senza problemi. «Il mio consiglio è di fare il bravo, ottenere questo contratto con Riverton e assicurarti il suo sostegno. Senza, non avrai neanche metà della pubblicità degli altri professionisti in gara, e tu vuoi quella giacca verde, anche se cerchi di negarlo». «Ottenere quella giacca dipende più da…». «Sappiamo bene entrambi che puoi anche essere il miglior giocatore che c’è, ma se non hai pubblicità i poteri forti si assicureranno di rendertela difficile in ogni modo possibile». Sospiro. «Va bene. Ho detto che l’avrei fatto. Ora sono in questa piccola città del Kentucky. Non ho idea di quanto ci metterò ad arrivare da Riverton, però». «Non puoi inserirlo nel…?». «Cazzo, alcune di queste strade neanche compaiono nel navigatore. Ti giuro, Seth, prima ho passato un paese che si chiamava p***y Holler». «Dovresti trasferirtici». «Capisci le battute. Cazzo!». «Che succede?». «L’auto ha qualcosa che non va». «Cosa? Che è successo? Ti avevo detto di prendere l’aereo». «Non lo so. Si è spenta. Nessun preavviso o niente del genere», gli dico, accostando al lato della strada. «Le luci e le spie del cruscotto sono accese, ma non fa niente. Forse una candela o qualcosa di simile. E comunque ti ho detto che non vengo in aereo in un posto in cui atterrano solo aerei giocattolo. Non se ne parla». «Non sono un meccanico, ma visto che avevi già acceso il motore ed eri in movimento quando si è spento, mi sembra improbabile si tratti di una candela», dice Seth in tono sarcastico. «Va bene. Allora l’alternatore o qualcosa del genere. Non lo so», borbotto. Guardo oltre il parabrezza e vedo un’officina a pochi metri da me. Almeno questo è un colpo di fortuna. «Vuoi che ti cerchi un carro attrezzi?», chiede Seth. «No. C’è un’officina in fondo alla strada. Claude’s Garage. Se non mi faccio vivo entro un’ora, chiama la polizia». «La pianti? Non ti ho certo mandato nel paese in cui hanno girato Un tranquillo weekend di paura». «Se sento un duello di banjo, sappi che tornerò a tormentarti, Seth». «Sì, sì, fatti vivo entro un’ora e cerca di tenere chiusa la cerniera dei pantaloni. Lo so che per te sarà duro». «Hai detto tu duro», scherzo, respirando con un po’ più di facilità quando vado verso l’officina. Sembra normale. Se tutto va bene non verrò ucciso da un meccanico emulatore di Norman Bates. «Vaffanculo», dice Seth prima di chiudere la conversazione. Spengo il telefono, me lo metto in tasca e percorro l’ultimo tratto verso l’officina. Blue starebbe ridendo di me come un matto, adesso. Di colpo, tutte quelle volte in cui l’ho preso in giro per aver seguito corsi di meccanica anziché iscriversi alle classi miste di educazione fisica non sembrano più così divertenti. Poi penso a come Blue sembri essere sempre di malumore e accantono subito l’idea. Cazzo, se mamma non l’avesse beccato con Sara Jane nella soffitta del granaio quando eravamo ragazzini, penserei che è ancora vergine. Avrei dovuto portare la Caddy, ma onestamente la mia Tahoe mi ricorda casa e, anche se non lo ammetterò mai coi miei fratelli o con quell’impicciona di mamma, mi manca il Texas. Quando non esce nessuno, attraverso le grandi porte aperte in cerca di questo Claude. L’odore di olio e benzina è forte. Storco il naso per il disgusto. C’è un motivo per cui non ho mai prestato attenzione a Blue. L’interno è scarsamente illuminato. Ci sono luci al neon che ronzano sopra di me, la luce è fredda e illumina soprattutto le auto nell’officina. C’è un vecchio furgone da un lato, fissato a una rampa. Da sotto escono due gambe intrise di olio che indossano una spessa tuta da meccanico e degli stivali dalla punta metallica. Claude, presumo. «Salve! Sto cercando il proprietario! Claude?».
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