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1566 Words
6 CC Conosco questa voce. Conosco il profondo tono baritonale che mi causa brividi lungo la schiena e fitte di desiderio nel corpo. Penso a questa voce fin da domenica mattina, quando ho lasciato lui a letto, profondamente addormentato. Conosco questa voce, ed è qui, dentro la mia officina. Lo shock mi fa slittare l’avvitatore che sto usando per togliere la vite dalla coppa dell’olio. In effetti la vite viene via, ma con l’angolazione sbagliata e prima che sia pronta. L’olio mi spruzza sul viso e mi scende lungo il mento e il collo. Lo devio velocemente verso il contenitore di spurgo, ma il danno ormai è fatto. «Figlio di puttana», impreco. Non è molto da signora, ma concedetemelo, sono stata allevata da un tipo di nome Banger: la maggior parte del mio vocabolario non è da signora. «Chiedo scusa?», dice Gray. So che è lui. Non ho bisogno di vederlo in faccia. Il mio problema è che non so perché sia qui. Di certo non per cercarmi. Come ci sarebbe riuscito? Non conosce neppure il mio nome. Insomma, mi chiamava CC, ma non gli ho certo detto di chiamarmi Claude. E so per certo di non aver mai menzionato il posto in cui vivo. È una cosa che non farei mai, soprattutto in un incontro casuale. Non che me ne capitino così spesso, o che me ne capitino in generale. Altrimenti, la mia siccità non sarebbe durata così a lungo. Comunque non sono stupida, e non si danno mai informazioni personali. Da qualche parte nella mia testa sento Banger ringhiarmi qualcosa sull’andare a letto con gli sconosciuti. Merda! «Taci, Banger. Conoscevi quella puttana di mia madre e sei comunque andato a letto con lei. Non è andata così bene neanche a te, vero?», sussurro alla voce nella mia testa. Sì, mi rendo conto che è una cosa stupida da fare, ma sono nel panico, e mi sembra comunque meglio che dover parlare all’uomo che se ne sta nella mia officina ad aspettare che io venga fuori da sotto questa macchina. Merda! «Senta, ho bisogno che mi si dia un’occhiata alla macchina. Mi ha abbandonato qui davanti e devo andare a una riunione. Claude è da queste parti?». Una riunione? La macchina lo ha mollato qui? Sta dicendo la verità? Ho una maledizione? Mi spingo fuori da sotto la macchina sospirando. Non sono una che si nasconde, anche se l’impulso a farlo è forte. Prendo uno strofinaccio pulito dalla scatola alla mia destra, sperando di riuscire a togliere almeno il grosso dell’olio, poi mi alzo. Mi sto ancora ripulendo dal casino quando lo guardo. Non penso che mi riconosca, almeno non immediatamente. D’altra parte, sono molto diversa rispetto allo scorso fine settimana. Non c’è niente di sexy in abiti da lavoro sporchi di olio e benzina o nel berretto che indosso sui capelli quando sono qui. A volte qui fa caldo e a qualcuno il berretto può sembrare strano, ma immagino che quel qualcuno non abbia mai dovuto lavare via grasso e schifezze varie da dei capelli ricci. Così è più semplice. «Cos’ha che non va?», gli chiedo. Il mio tono è avvilito e imbarazzato proprio come mi sento al momento. «Non lo so per certo. Stavo guidando e si è spenta. Non prova neanche ad accendersi. Però non è la batteria, perché la radio e le luci funzionano». Non mi riconosce. Non so se esserne sollevata o infastidita. Però è sexy da morire, anche se le Oxford color menta sono terribilmente da fighetto e ben lontane dai jeans e dalla T-shirt nera che indossava nel fine settimana. «Le darò un’occhiata. Dove si trova?», chiedo, dirigendomi verso la porta. «Senza offesa, ma vado di fretta. C’è il proprietario? Forse lui potrebbe…». «Sono io il proprietario», lo interrompo sospirando. Inizio a rimpiangere ancora di più il mio fine settimana con lui. «Lei è Claude?», domanda. Lo ignoro. «È giusto in fondo a quella strada», riprende, indicandomi la strada. Vado al carro attrezzi, con Gray che mi segue. «Sta prendendo il carro attrezzi? È proprio qui vicino», dice di nuovo. Sospiro. «Se non parte, non posso spingerla fin qui, le pare?», gli domando con impazienza esagerata. «Oh. Giusto». Sale sul sedile del passeggero del carro attrezzi proprio mentre chiudo la portiera. Si guarda intorno e lo vedo letteralmente storcere il naso per il disgusto. Questo vecchio gioiello non è un granché, ma non è così male. I sedili sono strappati e il cruscotto nero ora è grigio sbiadito e crepato. Le portiere cigolano e ci sono polvere e terreno ovunque. Però funziona alla grande. Mi avvio verso la Tahoe color bronzo e mi fermo quando posso parcheggiarle davanti. Salto giù e mi avvicino all’auto. Apro la portiera anteriore e sento Gray strillare: «Che sta facendo?». «Apro il cofano», rispondo, guardandolo come se fosse pazzo. Penso che lo sia davvero. Credeva che potessi scoprire cosa c’è che non va soltanto guardando? «Ma è lurida!». Oh, buon Dio del Cielo. Ma è davvero lo stesso uomo che ha fatto sesso orale con me per una cazzo di ora? Allungo un braccio e tiro la leva del cofano, sbatto la portiera con un po’ più forza del necessario e poi lo guardo, sfidandolo a dire qualcosa. Lui stringe le labbra come se stesse morendo dalla voglia di farlo, ma si trattiene. «Davvero», attacca, «forse posso semplicemente chiamare il soccorso stradale e…». Lo ignoro. Sembra l’opzione migliore, a questo punto, e dato che avevo comunque già scelto di farlo, resto coerente. I poli della sua batteria sono incrostati e riesco a vedere che uno è allentato già solo guardandolo. Mi sorprende che sia riuscito a partire. Forse ha preso una buca o qualcosa del genere, e l’urto lo ha sballottato. Torno al carro attrezzi e prendo un cacciavite, un pennello metallico e uno straccio. «Ora che sta facendo?», mi domanda. Dal tono sembra offeso. «Pulisco i poli. Per uno che era preoccupato di ritrovarsi del grasso sugli interni in pelle, ha una batteria sudicia. Dovrebbe pulire anche sotto il cofano qualche volta, Asso», gli dico. Dopo aver pulito, stringo il connettore al polo e faccio lo stesso con l’altro. La batteria potrebbe non essere buona, ma ne dubito. «Non è la batteria. Le ho detto che le luci sono accese. Cazzo, perfino la radio funziona ancora». Lo ignoro. Di nuovo. «Entri e guardi se si avvia», gli dico. Mi guarda roteando gli occhi e per un attimo mi immagino di pugnalarlo col cacciavite proprio lì in mezzo. Il motore si avvia e cerca di partire, ma non ha abbastanza forza. Torno al carro attrezzi, apro il cofano e mi preparo a dargli una scossa. Proprio quando sto per collegare i morsetti alla sua batteria, me li toglie di mano. «Ehi, ferma. Non penso che dovrebbe farlo». «Sul serio?». «Senta, apprezzo il suo aiuto e tutto, ma le ho detto che le luci e il resto si accendono. Se la batteria fosse scarica non lo farebbero. Sono piuttosto sicuro che sia qualcosa di meccanico. Chiamerò il soccorso stradale e farò mandare un carro attrezzi, lei può tornare ad annegarsi nell’olio e tutto andrà bene». Sospiro. «Ascolti. Lei ovviamente non è di qui, perciò lasci che le spieghi alcune cose. Prima di tutto, sono l’unico servizio di rimorchio per almeno sessanta miglia. Il che significa che se chiama il soccorso stradale loro chiameranno me e dovrò venire qui comunque. Secondo, l’officina più vicina oltre la mia è ad almeno duecento miglia, il che significa un elevato costo per il rimorchio e, anche se farebbe bene al mio portafogli, non ne vale la pena. E poi ho da fare oggi, e non ho davvero voglia di guidare fino in città. Terzo… e potrebbe essere la cosa più importante… voglio davvero che si rimetta in strada solo per liberarmi di lei», gli dico, togliendogli i cavetti dalle mani. «Ora, è chiaro che non sia il suo campo, ma queste cose funzionano in base all’amperaggio. Questo significa che le luci e la radio possono funzionare anche con un minimo di carica, ma potrebbe non essercene a sufficienza, ad esempio, per far andare contemporaneamente la sua auto, o anche solo metterla in moto», gli spiego, collegando i morsetti. «Significa anche che, se non c’è un buon collegamento, la batteria potrebbe non essere abbastanza forte. Capisce?». «Senta, io non credo che…». «La preferivo quando non parlava», mormoro, girando attorno all’auto e preparandomi a mettere in moto. Quando lo fa al primo colpo, sbatto la portiera… con forza. Lui se ne sta lì, a guardare la macchina come se fosse circondata dai marziani e fosse pronta a riportarlo alla nave madre. Io rimetto tutte le mie cose al carro attrezzi mentre lui rimane a fissarla. Quando sbatto il suo cofano (di nuovo troppo forte), si volta a guardarmi, strofinandosi la nuca con una mano. Sembra un po’ imbarazzato, e questo mi fa sentire leggermente meglio. Se ora si scusasse per essere stato uno stronzo, potrei sentirmi meglio in merito al fine settimana passato con lui. Mi ero accorta dei segnali e forse è perché vi ho avuto a che fare più e più volte, ma mi stancano davvero gli uomini che pensano che io non sappia come fare il mio lavoro perché sono una donna. «Quanto le devo?», mi chiede prendendo il portafogli. Niente scuse in vista. Va bene, allora. Se vuole giocarsela così. «Cento dollari». «Mi prende in giro! Non è uscita che per dieci minuti! È una rapina. Con prezzi del genere, mi sorprende che abbia dei clienti», borbotta, passandomi un biglietto da cento. «Oh, il lavoro era gratis». Lui stringe di nuovo le labbra. Stranamente, stavolta sorrido. «Se era gratis, perché la sto pagando?». «Perché è stato davvero fastidioso. Perciò le ho addebitato dieci dollari per ogni minuto in cui ho dovuto sopportarla. Probabilmente avrei dovuto chiedere di più, ma mi sento generosa». Monto sul carro attrezzi e lascio Gray a starsene lì con la bocca aperta. Già, lo preferivo quando la sua testa era sepolta tra le mie gambe.
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