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La ricompensa

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Blurb

Secondo capitolo della saga iniziata con #Ciaopoveri.Il processo dei fratelli Roccia si è concluso con la condanna di entrambi ma con imputazioni molto diverse. Gabriele trascorrerà in prigione venticinque anni, mentre Fiordaliso ha già scontato un terzo della pena e ottiene la semilibertà. La sua vita fuori dal carcere è un calvario finché non riceve in regalo Perfect Life, una piattaforma pensata per un élite di super ricchi che offre esperienze di vita virtuale. Fra gli avatar iscritti a questa particolare community, Fiordaliso ritrova persone del suo passato e riassapora il piacere di essere milionaria. Ma Perfect Life le offre ancora di più: la possibilità di ottenere delle ricompense nel mondo reale. Il modo in cui sfrutterà questa opportunità influenzerà il suo futuro.

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1. Il Silenzio
1. Il Silenzio La regola era semplice: lavorare per non pensare. La radiosveglia era puntata alle sei di ogni mattina. Con metodicità maniacale, Guido si lavava, si radeva e si vestiva accompagnato dalla voce del notiziario. Riponeva il laptop sul quale aveva lavorato tutta la notte nella ventiquattrore e, alle sei e quaranta in punto, scendeva in sala colazione. A quell’ora era sempre deserta, i pochissimi altri clienti dell’hotel non erano mattinieri come lui. Il violino di Vivaldi lo accompagnò al solito tavolo d’angolo, accanto alla portafinestra che dava sul parco di Villa Oleandri. Mentre attendeva di essere servito, Guido indugiò con lo sguardo sulle querce secolari oltre il vetro, ma lo distolse subito o si sarebbe messo a pensare. Alle sei e quarantadue Linda, la cameriera, gli portò il consueto espresso con croissant caldo e succo d’arancia insieme a una copia del Sole24ore, che veniva acquistato espressamente per lui ogni mattina. Guido bevve il caffè e sfogliò le notizie di economia e finanza. Alle sei e cinquantanove salì a bordo della sua Mercedes Coupé e si diresse in ufficio. Il Silenzio occupava già il sedile del passeggero, pronto a scagliargli addosso la rabbia, il risentimento e il rimorso. Per scacciarlo, Guido accese la radio e alzò il volume. Alle sette e dieci varcò l’ingresso della Rock Investments. Le porte dell’ascensore si aprirono sulla lastra di marmo nero che recava il nome della società. Sotto di esso, Guido aveva fatto aggiungere la dicitura property of Telethon Foundation a sigillo delle ultime volontà di Pietro Roccia, fondatore della compagnia e suo mentore. Oltrepassò la sala d’attesa e aprì la porta che dava sull’open-space a quell’ora deserto. Qualche assonnato raggio di sole filtrava dalle veneziane e si stiracchiava sulla moquette, il Silenzio dette un colpetto sulla spalla di Guido per ricordagli che era sempre lì, a disposizione, insieme ai ricordi dolorosi. Lui sollevò l’interruttore generale e alimentò monitor, stampanti e decine di schermi televisivi che trasmettevano bollettini finanziari e resoconti di borsa da tutto il mondo. “Sparisci” ordinò allo scomodo compagno e si diresse al suo ufficio. Gli arredi e la loro disposizione erano rimasti come il dottor Roccia li aveva lasciati: il divano di cuoio invecchiato accanto al mobile bar e la scrivania massiccia sormontata dal Filo di Arianna, una tela opera di Asia, la moglie di Pietro. Quando Guido aveva preso il timone della società gli era stata data facoltà di rimodernare l’ufficio come meglio credeva, ma lui aveva preferito non toccare niente. Il lavoro al fianco di Pietro costituiva uno dei più bei ricordi del tempo passato e desiderava mantenerlo intatto. I figli di lui, invece, li avrebbe dimenticati volentieri. La rabbia fece subito capolino. A volte arrivava di soppiatto e lo trascinava nel rimorso a piccoli passi, altre volte lo aggrediva in modo violento e repentino come in quell’istante. Guido controllò l’ora sul Rolex al polso: le sette e tredici minuti, troppo presto per arrendersi. Prese un bel respiro, tirò fuori il laptop dalla valigetta, si sedette alla scrivania, e scorse i tabulati delle performance della settimana. “Lavora e non pensare” si ripeteva, ma il calendario da tavolo continuava a sottolineare che erano trascorsi settecentoventiquattro giorni da quella notte. Si dice che il tempo diluisca i ricordi e aiuti a dimenticare. Per Guido ogni minuto della giornata pesava come un mattone, i mattoni costruivano muri di ore, le ore cementavano i giorni in mesi e i mesi tiravano su gli anni un piano dopo l’altro, eppure l’assenza di lei non si lasciava seppellire sotto le fondamenta. Guido rivide se stesso davanti alla cascina di Galbiate, di ritorno dopo una lunga giornata di lavoro. La casa era infagottata nel buio, fatto insolito perché a quell’ora Isabella era affaccendata ai fornelli, la tavola era apparecchiata per la cena e la televisione accesa. Aveva aperto la porta, acceso la luce e l’aveva chiamata: «Amore, dove sei?» Nessuna risposta. Immaginando che fosse al piano superiore, era salito a cercarla. Il lampadario del corridoio proiettava una lama luminosa verso la porta aperta della camera, il letto era vuoto e intatto; sul pavimento giacevano una tuta da ginnastica, un paio di slip e un reggiseno. Aveva appoggiato l’orecchio all’anta di noce scuro del bagno e l’aveva chiamata di nuovo: «Isabella, sei lì?» Silenzio. Aveva socchiuso la porta, dal bagno era uscito buio profumato di bagnoschiuma alla lavanda. Aveva acceso la luce: Isabella era sott’acqua dentro la vasca. L’aveva afferrata sotto le ascelle e trascinata sul pavimento. Il suo corpo era caldo ma inanimato. In attesa dei soccorsi era rimasto al suo fianco, accarezzandole i corti capelli bruni. Solo in quell’istante aveva colto il reale motivo per cui, qualche settimana prima, Isabella aveva straziato a quel modo la lunga chioma bionda: era stato il suo ultimo grido di disperazione e lui non l’aveva colto. “È tutta colpa mia” si ripeté per la milionesima volta. Qualcuno bussò al suo ufficio. Guido distolse lo sguardo dal calendario, cancellò le lacrime col dorso della mano e disse: «Avanti». Dora, il direttore finanziario, entrò e gli sedette di fronte. «Buongiorno, Guido. Ti ho portato il fascicolo sulla transazione ITS che volevi esaminare.» Mentre gli porgeva la cartelletta notò l’aria cupa e gli occhi arrossati. «Come stai?» domandò. «Bene» borbottò lui. «Non si direbbe.» Dora lavorava al suo fianco dal giorno in cui Pietro Roccia l’aveva assunto. A quel tempo, lei era l’assistente personale del capo da un ventennio e Guido un neolaureato. Dora aveva subito apprezzato la serietà, le maniere garbate e la modestia di quel giovane; non si era montato la testa nemmeno quando Pietro ne aveva fatto il suo braccio destro. Nel tempo, il rapporto di lavoro fra l’anziana donna e il ragazzo si era cementato in amicizia e, dopo il lutto che lo aveva colpito, lei gli era stata vicina come una madre. Vederlo ancora così depresso a distanza di quasi due anni dalla scomparsa della fidanzata la preoccupava molto. «Hai riflettuto sul mio suggerimento di rivolgerti a un medico?» gli domandò. «Non mi serve uno strizzacervelli» rispose lui. «Conosco una terapeuta davvero brava, sono sicura che parlare con lei ti aiuterebbe» insistette Dora. «E cosa dovrei raccontarle?» Che soffri d’insonnia, sei depresso e hai allontanato tutti da te, perfino i genitori, avrebbe voluto rispondergli. «Spiegale come ti senti» suggerì invece. «Non ne vedo l’utilità.» «Se lo facessi, però, mi renderesti felice. Sono preoccupata per te, non fai che lavorare, non hai una vita sociale, non hai più nemmeno una casa tua a cui tornare la sera.» «Mi trovo benissimo a Villa Oleandri.» «Lo so.» Dora conosceva bene quell’hotel: poche, lussuose camere, un rinomato ristorante e un parco secolare che circondava la proprietà. Tuttavia sapeva che Guido non lo aveva eletto a residenza stabile per le sue amenità, ma unicamente per la vicinanza alla Rock Investments, così poteva rifugiarsi nel lavoro a qualsiasi ora del giorno e della notte. «Resto comunque dell’opinione che incontrare la mia amica dottoressa ti farebbe bene» insistette. «Ci penserò» rispose Guido per farla contenta.

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