2. Giustizia, legge, forza e verità
Guido si rese conto che la giornata era volata via quando i telefoni e le voci nello stanzone attiguo al suo ufficio tacquero. Fuori si era fatto buio, la luminaria di Natale che decorava la facciata del Centro Colleoni schiaffeggiava le vetrate acuendo la sua malinconia. Spense il portatile, lo infilò nella valigetta e si diresse all’uscita. Il Silenzio lo accompagnò in ascensore e giù fino al garage, salì a bordo della Mercedes e sedette al suo fianco. Guido accese subito la radio.
Stava andando in onda una rubrica curata da Mario Brera, che rievocava fatti di cronaca passati. A Guido piaceva quel giornalista perché era un bravo narratore e arricchiva le vicende con dettagli inediti e sue considerazioni personali.
«Nel luglio del 2018, nel Duomo di Milano, si tenne uno dei funerali più imponenti del capoluogo lombardo, se si esclude quello del Cardinale Tettamanzi» iniziò il cronista. «Mi riferisco alla cerimonia funebre in onore di Pietro Roccia e della moglie Asia Carminati. Li ricorderete sicuramente, lui era noto come il Rockefeller italiano, lei era una quotata pittrice contemporanea.»
Guido ebbe un brivido, più cercava di sfuggire ai ricordi, più quelli lo inseguivano. Allungò la mano per spegnere la radio, ma il Silenzio gliela bloccò.
«Allora si credeva che la coppia fosse deceduta per una tragica fatalità, perché l’esplosione all’osservatorio di Prarayer, in Val D’Aosta, mieté ben diciassette vittime oltre ai Roccia» continuò Brera. «Solo mesi dopo, venne fuori la sconcertante verità: a concepire quella strage era stato Gabriele Roccia, figlio dei due, per entrare in possesso dell’eredità di famiglia. Ero presente al funerale dei Roccia» continuò il giornalista, «occupavo una seduta non lontana da quella dei due fratelli ed ebbi l’opportunità di osservare i ragazzi durante tutta la cerimonia.»
Guido alzò il volume incuriosito. Lui e Dora non erano nemmeno riusciti a entrare nella cattedrale quel giorno. Per ordine di Gabriele e Fiordaliso l’ingresso era piantonato da un picchetto di buttafuori che spuntavano i nomi da una lista di invitati. «Ti rendi conto? Io e Dora lavoravamo con Pietro ogni giorno, trascorrevamo più tempo noi con lui dei suoi figli. Di sicuro gli volevamo più bene. E quei due stronzi non ci hanno permesso di assistere al funerale» disse al Silenzio. Ma quello, completato il lavoro di sobillatore, si era dileguato.
Brera disse di non aver scorto una sola lacrima uscire da sotto gli occhiali scuri di Gabriele; quanto alla sorella, con quel ridicolo cappellino viola e l’esagerata collana di pietre preziose, non aveva fatto che sorridere ai fotografi come una diva sul tappeto rosso. I due non sembravano né sorpresi né affranti per la morte dei genitori, disse il giornalista. Quell’affermazione incontrò il favore di Guido, che continuò a seguire la rubrica con crescente interesse.
Brera ripercorse poi le fasi di indagine nei confronti dei fratelli Roccia e quelle del processo a loro carico. Ricordò ai radioascoltatori che Gabriele era detenuto nell’istituto penitenziario di massima sicurezza di Brissogne, dove lo avevano voluto le istituzioni locali per un senso di giustizia nei confronti delle numerose vittime originarie del territorio, mentre Fiordaliso si trovava nel carcere femminile di San Vittore. Era opinione di Brera che le condanne inflitte ai due fossero troppo miti rispetto al crimine commesso, e insinuò che il motivo fosse in parte da ricercare nelle generose opere filantropiche dei genitori.
«Sono d’accordo» disse Guido alla radio. «Per me meritavano entrambi l’ergastolo.»
Era giunto a Villa Oleandri, scese dalla macchina sbattendo lo sportello con rabbia e il Silenzio si materializzò subito al suo fianco. Lo accompagnò nella sua stanza, sedette sul letto insieme a lui e poi spalancò la cortina dei ricordi e ce lo spinse dentro: Palazzo di Giustizia di Milano, giorno della prima udienza del processo Roccia.
L’aula era un parallelepipedo rivestito di marmo con tre alti finestroni chiusi da inferriate. Di fronte alla postazione della giuria si trovavano i tavoli destinati al Pm e agli avvocati di parte, subito dietro si stendeva una tribuna di panche simile a quella di una chiesa. Le gabbie per gli imputati occupavano il lato destro della stanza.
L’apertura del processo contro i fratelli Roccia aveva richiamato una gran folla, sia per la notorietà dei due che per la gravità delle imputazioni a loro carico. Le prime file erano un groviglio di macchine fotografiche, telecamere e microfoni, le restanti erano occupate dai numerosi parenti delle vittime della strage. Guido conquistò una seduta per miracolo, appena prima che i cancellieri chiudessero le porte lasciando fuori un’orda di curiosi.
Un brusio simile a uno sciame di calabroni galleggiava nell’aria e crebbe di volume non appena una schiera di figure togate raggiunse la propria postazione. Guido osservava il mosaico alle loro spalle: raffigurava la Giustizia, la Legge, la Forza e la Verità. Era certo che lì, Isabella avrebbe ottenuto tutte e quattro, specie la verità.
La gabbia degli imputati fu aperta e due agenti introdussero Gabriele Roccia. Lui si avvicinò alle sbarre e scrutò i presenti con aria di sfida. Lo sciame di voci aggredì la gabbia: «Bastardo! Assassino! Ti devono dare l’ergastolo!». Gabriele rispose mostrando il dito medio, la folla esplose in fischi e insulti. Un cordone di poliziotti si schierò davanti alla gabbia per celare l’imputato alla vista del pubblico.
Sbrigate le formalità di apertura del procedimento, il Pubblico Ministero espose le imputazioni: Gabriele Roccia doveva rispondere di concorso in omicidio plurimo aggravato per le diciannove vittime di Prarayer e di omicidio premeditato, con l’aggravante dei futili motivi, nei confronti dei genitori; su di lui gravavano anche le accuse di associazione di stampo mafioso e riciclaggio per i rapporti intrattenuti col boss albanese Idri Kadiu; era inoltre imputato di violenza carnale.
Guido fu molto infastidito dal fatto che il crimine contro la sua fidanzata fosse stato menzionato per ultimo, come fosse il meno importante, inoltre non si spiegava l’assenza di Fiordaliso dietro le sbarre insieme al fratello: era responsabile della morte di Isabella almeno quanto lui.
Gli avvocati della difesa e di parte civile passarono a elencare i soggetti da interrogare nel corso del dibattimento. La lista era talmente lunga che occupò l’intero tempo destinato all’udienza di quel giorno. Il Presidente ne prese atto e aggiornò il dibattimento di lì a un mese.
«E io che speravo di ottenere giustizia in fretta» mormorò Guido.
Si spogliò, s’infilò sotto la doccia e vi restò finché il rumore dell’acqua nelle orecchie non cacciò via il Silenzio e quei ricordi. Con un asciugamano intorno ai fianchi e uno in testa, tornò in camera da letto. Lo specchio a figura intera rifletteva l’immagine di un giovane uomo molto attraente, ma lui vedeva un fantasma triste e cupo. “Se mi rimettessi in gioco, come vorrebbe Dora, non mi filerebbe nessuna” si disse.
Era la peggiore fra le scuse che raccontava a se stesso per giustificare il rifiuto di riavvicinarsi all’altro sesso, perché non c’era donna che non lo trovasse affascinante, in ufficio così come a Villa Oleandri.
Linda si era presa una vera cotta per lui. Nei quasi due anni di soggiorno nella struttura, Guido non le aveva mai rivolto la parola se non per questioni di ordine pratico, come faceva col resto del personale d’altro canto. Ma agli occhi della giovane, quell’ospite emanava un’aura da malinconico eroe romantico che lo rendeva irresistibile. Il motivo, o la colpa, era di Adelina, la cuoca.
Mentre mondava le cipolle su un vecchio foglio di giornale, era incappata in una foto di Guido Dirado e aveva letto l’articolo. Parlava della prematura scomparsa del magnate della finanza Pietro Roccia e della nomina di un giovane manager come suo successore. Il giornalista definiva Guido tanto fortunato sul lavoro quanto sfortunato nella vita privata, perché la fidanzata era deceduta poco prima delle nozze.
Su quelle informazioni Adelina aveva costruito una fantasia tutta sua e l’aveva propinata al resto del personale come verità assoluta: la moglie del dottor Dirado era spirata sull’altare prima di pronunciare le promesse. Da allora, a Villa Oleandri, Guido era stato soprannominato il vedovo bianco.
La televisione stava trasmettendo Porta a Porta. Gli ospiti di punta di Bruno Vespa quella sera erano i due ex-alleati di governo Salvini e Di Maio, che si accapigliavano sulla TAV, progetto mai completato a distanza di trent’anni. Guido indossò i boxer e una t-shirt e sedette sul letto a ascoltare l’alterco fra i due. “Tutto procede a passo di lumaca in Italia, le opere pubbliche così come i processi” rifletté. Anche senza il contributo del Silenzio, la sua mente tornò al passato.
Nel corso delle numerose udienze alle quali aveva assistito, il Pm si era concentrato sull’accusa di strage e associazione mafiosa. Quella per violenza carnale l’aveva toccata una volta sola in modo frettoloso, sostenendo di aver già depositato ampia documentazione e chiedendo di omettere il dibattimento. Il giudice aveva approvato e Guido si era sentito come se Isabella fosse morta una seconda volta, tuttavia continuava a confidare in una condanna esemplare.
Il giorno della lettura della sentenza, prima dell’ingresso della corte, i giornalisti intervistarono ogni singolo parente delle vittime di strage sulle aspettative di giustizia che nutriva, nessuno invece avvicinò Guido per una sua dichiarazione sulla vicenda dello stupro.
«La Repubblica Italiana, in nome del popolo italiano, la Corte D’Assise di Milano, visti gli articoli 575, 422, 416 bis, 648 bis codice di procedura penale, dichiara l’imputato Gabriele Roccia colpevole dei reati lui ascritti» lesse il presidente con voce atona e piatta. Un boato di soddisfazione si sollevò dal pubblico. «E lo condanna alla pena di anni venticinque di reclusione» riprese l’oratore. Urla di protesta, frasi indignate, singhiozzi e fischi coprirono la voce al microfono. «Lo condanna alla pena di anni venticinque di reclusione» ripeté il presidente alzando il tono, «con isolamento diurno per la durata di mesi dodici, oltre al pagamento delle spese processuali, nonché al risarcimento dei danni a favore dei congiunti dei deceduti da liquidarsi in separata sede.»
Il pubblico era in subbuglio, i cancellieri e gli agenti di polizia dovettero intervenire per ristabilire l’ordine. «Silenzio, signori, o farò sgomberare l’aula e completerò la lettura a porte chiuse» minacciò il presidente di giuria.
Guido si augurò di no. Sapeva che il reato che gli interessava era disciplinato dall’articolo 609 bis, e il giudice non l’aveva ancora menzionato. Attendeva fremente di conoscere il resto della sentenza.
La voce al microfono riprese: «Quanto all’imputazione articolo 609 bis del codice di procedura penale, la corte dichiara il non luogo a procedere, e si riserva di fornire la motivazione nel termine di novanta giorni. L’udienza è tolta». Il Presidente e i giurati abbandonarono l’aula in fretta sgusciando oltre la porta sotto il mosaico.
Scoppiò il caos: la gente urlava, si disperava, protestava che venticinque anni divisi per diciannove vittime non faceva nemmeno un anno e mezzo a testa. I giornalisti si accalcarono intorno al Pm e all’avvocato difensore per ottenere una dichiarazione.
«È una sentenza fin troppo severa. Il vero e unico responsabile è Idri Kadiu, che ha agito di testa propria» dichiarò il legale di Gabriele Roccia. L’accusa era di tutt’altro avviso. «Siamo sconcertati dalla mitezza della condanna. Considerata la giovane età dell’imputato e l’assenza di precedenti, è possibile che ottenga la libertà ben prima dei venticinque anni che gli sono stati inflitti, e questo sarebbe uno scandalo» dichiarò il Pm alla stampa.
Guido era attonito: l’imputazione per violenza carnale era caduta. Ebbe la sensazione che un esercito di formiche marciasse sulle sue gambe, gli aggredisse la spina dorsale e gli divorasse il cervello. Avrebbe voluto saltare in piedi e scrollarsele di dosso ma non fu in grado di muovere un muscolo. Rimase inchiodato al suo posto finché l’aula non si vuotò e i cancellieri lo costrinsero ad andarsene.
Un trillo proveniente dall’apparecchio telefonico sul comodino lo strappò a quei ricordi. Si guardò i piedi nudi che poggiavano sullo scendiletto, sapeva di non trovarsi più in quell’aula di tribunale, ma la sua mente era incatenata là.
Adelina, che lo stava chiamando dalla cucina per sapere se desiderava mangiare qualcosa in camera come faceva spesso, capì dal numero di squilli senza risposta che il vedovo bianco avrebbe saltato la cena anche quella sera, e riagganciò.