3. La principessa
I ricordi della sera precedente avevano tenuto Guido sveglio tutta la notte. Quando suonò la radiosveglia era già in piedi da ore, sbarbato e vestito. Alle sei e quaranta scese in sala colazione. Senza necessità che chiedesse nulla, Linda gli servì il solito insieme al Sole24ore. “Forse Dora ha ragione: mi serve un medico, quantomeno per farmi prescrivere dei sonniferi” si disse mentre beveva il caffè.
In quello stesso momento, nel braccio femminile del carcere di San Vittore stavano servendo la colazione. «Ehi, brincipessa, ti borto il caffè?» chiese Candy alla compagna di cella.
Fiordaliso, coperta dal lenzuolo fin sopra il capo, borbottò un sì.
Quella bianca secca e piagnucolosa che occupava la branda sopra la sua, Candy non la capiva proprio: non faceva che lamentarsi per il rumore, l’odore di disinfettante, lo spazio, il cibo, il materasso. Una volta, per un misero millepiedi, aveva invocato la disinfestazione.
In Nigeria, dov’era nata lei, a insetti come quelli non faceva caso nessuno. E, comunque, San Vittore era un paradiso per una che era già stata a Regina Coeli e a Poggio Reale. Candy non aveva dimenticato il senso di soffocamento per le finestrelle a tunnel che ingoiavano la luce e il cielo. «Si chiamano bocche di lupo» le avevano detto le sue compagne di cella, e lei aveva pensato che mai nome fosse stato più azzeccato.
A San Vittore, invece, le celle erano luminose, ospitavano appena quattro donne ciascuna, alcune due soltanto; affacciavano su un corridoio oltre il quale si trovava un cortile con erba e alberi, dove era consentito passeggiare in orari prestabiliti. L’istituto disponeva anche di un locale palestra, una sala tv e di aule adibite ad attività ricreative di vario genere. L’unico neo di quel carcere era che fungeva in prevalenza da zona di transito verso altre destinazioni e Candy lo sapeva bene perché era passata di là già due volte.
«Allora vado a brendere il caffè» disse a Fiordaliso, e si unì alla fila di detenute in corridoio. La ragazza alle sue spalle ne approfittò per palparle il culo. «Giù le mani. Scopo solo con uomini che bagano» l’apostrofò la prostituta.
«Davanti a tanto ben di Dio non resisto» disse la molestatrice.
«Questa roba è mia non di Dio» replicò Candy, sculacciandosi il sederone da cavalla.
Fiordaliso, sprofondata in branda, sognava il suo attico di Parco Sempione, il materasso king-size, le lenzuola profumate di Clive Christian e la cameriera che arrivava col cappuccino e i cornetti di Grecchi. «Che buon profumo di caffè» mormorò aprendo gli occhi. Davanti a lei, trovò la nigeriana con un bicchiere di cartone colmo di liquido marroncino. «Uffa era di nuovo un sogno!» piagnucolò. Si sollevò a sedere, lasciò penzolare le gambe verso la branda sottostante e osservò il faccione nero della compagna con aria stralunata.
«Vuoi o lo bevo io?» Candy fece il gesto di appoggiare le labbra sul bicchiere.
«Da’ qua» la principessa glielo strappò di mano.
La nigeriana tirò fuori un bloc-notes da sotto il materasso della branda e aggiunse cinque euro al conto di Fiordaliso. A lei, come a tutte le detenute di San Vittore, la principessa aveva fatto credere di essere ancora miliardaria e che avrebbe saldato ogni debito appena fosse stata rilasciata.
Una guardia passò davanti alla cella e la vide bere il caffè in branda. «Servizio in camera anche stamani?» l’apostrofò.
«Fottiti» sibilò Fiordaliso.
Il Rolex al polso di Guido segnava le undici meno dieci minuti, Dora non era ancora passata nel suo ufficio e non rispondeva all’interno. A malincuore, abbandonò la sua tana e andò a cercare la collega. Il suo passaggio fra le scrivanie dell’open-space fu sottolineato da gomitate, sussurri e sguardi curiosi: il grande capo arrivava sempre prima di tutti, se ne andava quando il personale era già uscito, e teneva la porta dell’ufficio perennemente chiusa. In pratica, nessuno lo vedeva mai. Qualcuno degli impiegati era arrivato a ipotizzare che il mitico dottor Dirado non esistesse nemmeno.
Già da lontano, Guido si accorse che Dora non sedeva al proprio posto, invertì direzione e si diresse alla reception.
«La direttrice arriverà più tardi. Uno dei nipotini ha la febbre e lei è andata dalla figlia a darle una mano» gli disse la ragazza del ricevimento.
“Proprio oggi che volevo il numero di quella dottoressa” pensò Guido allontanandosi con aria scocciata.
Stava per rientrare in ufficio quando l’anziana collega comparve alle sue spalle: «Alla reception mi hanno detto che mi cercavi. C’è qualche urgenza?» domandò con aria trafelata.
«Sì. Chiudi la porta e accomodati» rispose Guido.
Dal momento che Fiordaliso era sveglia, Candy allertò il resto del braccio. La polacca, che si era guadagnata il privilegio di pulire i cessi prima che la principessa li utilizzasse, corse a fare il suo dovere; la ragazza della cella diciotto si presentò con la biancheria lavata la sera prima; una terza donna rifece il letto mentre Fiordaliso si godeva la doccia.
Una volta vestita, la principessa convocò Candy, Tatiana e Mami, le sue compagne di stanza. «Oggi niente recita, ragazze» annunciò. «Andate a passeggiare in corridoio, ho bisogno di pace e silenzio per scrivere all’amministratore del mio patrimonio.» Le tre si dileguarono.
All’inesistente amministratore dell’inesistente patrimonio Fiordaliso non aveva nulla da dire, ma all’avvocato Roberto Colombo sì.
Sedette al tavolino della cella e iniziò a scrivere: Caro Avvocato Colombo, ho urgentemente bisogno di… e aggiunse la consueta, lunga lista di abiti firmati, prodotti per il make-up, cibi introvabili in prigione e regalini per le detenute alle quali doveva dei favori. La rilesse per controllare di non aver dimenticato nulla. Passò quindi alle sue rimostranze. Da settimane non risponde alle mie telefonate. Perché? L’ho pagata profumatamente per la mia difesa e lei sa bene come. Per rinfrescargli la memoria, disegnò dodici stellette vicino a quella frase.
Quando lei e il fratello erano stati arrestati, il loro tracollo finanziario e il fatto che non avessero ereditato un euro erano divenuti di dominio pubblico e Colombo, che non si sognava di lavorare gratis, aveva accettato di incontrare Fiordaliso a San Vittore solo per dirle che era troppo occupato per seguire il suo caso, ma nella sala colloqui lei aveva allungato le mani oltre il tavolo a cercare le sue, e vi aveva lasciato scivolare qualcosa. «La guardia che mi ha perquisito non si è accorta dei piercing che porto sulla schiena, o forse ha capito quanto valgono» gli aveva detto. «Quello che tiene in mano è un raro diamante color amaranto. Ne ho altri undici, avvocato. Se mi tira fuori di qui glieli darò tutti quanti.»
Per questo Colombo aveva accettato di difenderla, ma i diamanti erano terminati e con essi la sua disponibilità.
Fiordaliso mordicchiò la penna in cerca di ispirazione su come proseguire la lettera. Lei e l’avvocato avevano discusso ore sulla sua pretesa di ricorso, conosceva a memoria le obiezioni di lui e decise di prevenirle.
È vero che le accuse di omicidio e strage sono cadute, ma quelle per il video della puttanella no, quindi, caro avvocato Colombo, non mi ripeta che ha fatto l’impossibile. Io non c’entro nulla con quel video, è tutta colpa di mio fratello, lui è stato il protagonista e pure il regista, e lei deve spiegarlo di nuovo alla giuria. E poi, sa quanti video porno si trovano in rete? Se tutte le persone di quei video si suicidassero, i cimiteri scoppierebbero! Pretendo che chieda un nuovo processo e che sostenga che quella era una porno-attrice, disturbata e piena di problemi. La aspetto la prossima settimana insieme alla roba che le ho chiesto.
Firmò, piegò il foglio e lo infilò in una busta.
In quel momento le sue compagne rientrarono in cella con la notizia che una nuova detenuta sarebbe entrata a minuti. Per Fiordaliso rappresentava un’altra seguace da reclutare.
«Ho cambiato idea, ragazze. La recita si fa. Tu, Candy, porta la mia lettera alla detenuta-scrivana perché la faccia partire con la prossima posta. E tu, Tatiana, avvisa le altre del braccio che si radunino in sala tv» ordinò.
Chiunque entrava là dentro doveva avere ben chiaro chi era la “principessa” e il ruolo che rivestiva, e le sue rappresentazioni della vita dei rich-kids raggiungevano sempre lo scopo, come aveva sperimentato in molteplici occasioni.
Candy e Tatiana corsero a fare il loro dovere, Mami stravaccò i suoi centocinquanta chili sul letto e disse: «Hai scritto a quello stronzo del tuo amministratore che voglio una fornitura gigante di Ferrero Rocher?»
Fiordaliso odiava quella grassona maleducata, ma Elvira Cattaneo, alias Mami, aveva gestito un bordello per anni ed era più propensa a comandare che a prendere ordini. Inoltre, i suoi sessantaquattro anni ne facevano la detenuta più anziana e dunque rispettata da tutte: meglio averla dalla propria parte che contro. «Sì, Mami, ho chiesto cioccolata per te e tante cose carine per le altre» rispose.
«Non me ne frega un cazzo delle altre. Spero per te, che quel coglione foraggi il tuo avvocato e che quello ti porti la mia roba. È più di un mese che non arrivano rifornimenti.»
«Stavolta verrà» disse Fiordaliso cercando di essere convincente. In realtà era molto preoccupata perché le recite alimentavano la sua credibilità di miliardaria, ma non risolvevano questioni di ordine pratico come far avere la cioccolata a Mami.
«Qual è la questione urgente di cui devi parlarmi?» chiese Dora. Si tolse il cappotto e appoggiò la borsa sulla sedia davanti alla scrivania di Guido.
«Vorrei fissare un appuntamento con quella tua amica dottoressa.»
«Certo, ti do il numero. Si chiama Sonia Brandi, è una professionista eccezionale. Ti troverai molto bene con lei.»
Appena Dora lasciò l’ufficio, Guido la chiamò. Con suo disappunto, la dottoressa non poteva riceverlo prima delle diciannove di quella sera (mentre lui aveva sperato di risolvere il problema sonniferi entro la pausa pranzo) e il suo studio si trovava in un’orrenda zona periferica di Milano che lui non conosceva affatto.
Tatiana rientrò dalla missione. «Prinţesă, ragazze pronte in stanza tv» disse nel suo italo-rumeno.
«C’è anche la detenuta nuova?» chiese Fiordaliso.
«No. Io non trovato» rispose la rumena.
«La ragazza che è entrata oggi non è in sala insieme alle altre?» domandò per conferma. Tatiana fece di no col capo. «Sei una cretina! Una donna inutile che non sa nemmeno parlare l’italiano» sbottò. Non aveva nessuna voglia di dirigere una massa di dilettanti in una commedia priva di tornaconto.
«Guale storia recitiamo oggi?» chiese Candy.
«Io voglio fare quella del jet privato» disse Mami.
«Okay» approvò Fiordaliso, «ma ci servono anche Concetta, le ragazze-chihuahua e le assitenti di scena.
Candy si precipitò a reclutare il resto della compagnia; Mami indossò il camicione a fiori che, a detta sua, la sfinava; Tatiana tolse il lenzuolo dalla sua branda e se lo legò intorno al collo a mo’ di mantello.
Qualche minuto dopo la principessa e il suo cast entrarono nella sala tv già affollata. Fiordaliso si posizionò in piedi davanti allo schermo della televisione e iniziò a raccontare. «Eravamo a bordo del mio Bombardier Challeger diretti a Formentera.» Le aiuto-scena si affrettarono a sistemare una fila di sedie per simulare i sedili di un aereo. «Quel giorno, insieme a me, c’era Estelle D’Ambrosio, regina di stile come sempre» proseguì.
Mami entrò in scena con il camicione a fiori e una sciarpa annodata a fiocco intorno alla testa, squadrò il pubblico con aria altezzosa e piazzò il gigantesco didietro su uno dei sedili del jet.
«’A Estelle, più che ’na regina, pari ’na rificolona» commentò una romana scatenando l’ilarità generale.
«Ha parlato la strafiga» l’apostrofò Mami di rimando. Scroscio di applausi.
Fiordaliso attese che tornasse il silenzio e proseguì. L’episodio era quello dell’ultima vacanza in compagnia dei suoi ex-amici ricconi, una vicenda che avrebbe preferito dimenticare perché subito dopo lei e il fratello erano finiti sul lastrico ma, rivista e corretta per la versione teatrale, suonava meglio e alle ragazze piaceva molto. «Oltre a Estelle, a bordo del mio jet avevo invitato anche Ippolita De Palma Ortega e i suoi chihuahua» continuò.
Candy sculettò in mezzo alla platea fino all’aereo, tallonata da sette ragazze che gattonavano sul pavimento.
«Chi sono queste sfigate?» si risentì Fiordaliso.
«Nuove attrici. Le nostre ragazze-chihuahua oggi non botevano» si giustificò la nigeriana con un’alzata di spalle.
«Sembrate vacche al pascolo. I chihuahua sono agili, eleganti, aggraziati. E poi hanno occhi grandi: sgranate gli occhi, ragazze, aperti, più aperti e muovete il culo come se aveste la coda» disse Fiordaliso alle attrici improvvisate. Dopo un paio di tentativi, si dichiarò soddisfatta e permise anche ai cagnolini di salire in aereo. «E adesso, vai con la conversazione» ordinò da consumata regista.
«Ciao Ippolita, ci sei anche tu?» disse Mami.
«Non botevo berdere guesta basseggiata a Fontera» rispose la nigeriana.
«È Formentera, Candy. E non state passeggiando, siete in aereo» sibilò Fiordaliso.
Lei non la considerò minimamente: «Estelle, come sei elegande oggi.» Risatina dal pubblico. «Chi è il duo sdilista?»
«’O stilista d’Estelle son’ghio: Axel De Vincenti» declamò Concetta facendosi largo fra la folla.
Da buona napoletana, Concetta aveva la commedia dell’arte nel sangue e la battuta sempre pronta. Era talmente gradita al pubblico che, a turno, interpretava non solo Axel (l’aspirante stilista-gay), ma anche Otario Fanti (l’etero-indeciso) e Oscar Giordano (lo sciupafemmine). Per l’occasione si era legata i capelli in una coda e disegnata due baffetti sopra le labbra con il kajal.
«Axel, che bello che sei venuto pure tu» fece Mami. «Stavo per raccontare a Ippolita della tua nuova collezione di otto-cucù.»
Fiordaliso stava per correggere la pronuncia di haute-couture, ma Concetta sparò una delle sue battute: «A me il numero otto piace molto, anche se il sessantanove ’o preferisco assai, specie se co’ ’nu pesce accusì!» e con la mano mimò il membro maschile.
Il pubblico scoppiò a ridere. Qualcuna urlò che un po’ di pesce lo avrebbe preso volentieri; la ragazza che faceva il filo a Candy strillò che erano più buone le patate.
Toccava a Tatiana entrare in scena. Fiordaliso le aveva assegnato il ruolo della zarina Corinne Medici Romanov perché, secondo lei, il rumeno era identico al russo. Quando Tatiana buttava là frasi nella sua lingua, si sperticava in complimenti per l’ottima interpretazione.
Trascinando il lenzuolo-mantello, la zarina raggiunse le altre compagne già sedute in aereo. «Salut. Io Corinne, zarina Mécìdì.»
«Medici» la corresse Fiordaliso.
«Mé-cì-dì» ripeté la rumena sbagliando di nuovo. «Io più bela, simpatica e ’legante di voi. E poi, io donna campione di neve, cavallo, tennis e înot (le parole sci e nuoto non riuscivano proprio a entrarle in testa)».
«Adesso ci spostiamo sullo yacht» ordinò la regista. Le assistenti di scena stesero una coperta sul pavimento vicino alle sedie e tutte le attrici vi si sdraiarono come se stessero prendendo il sole.
«Lo yacht, un Janneau a vela di quaranta piedi, navigava verso Formentera. Il mare era azzurro, faceva molto caldo e noi stavamo bevendo Dom Pérignon» proseguì Fiordaliso.
Le attrici presero a sventolarsi con le mani per combattere l’afa. Le aiuto-regia lanciarono loro dei bicchieri di plastica e quelle finsero di bere.
«Buono guesto sciambagn» commentò Candy con uno schiocco di lingua. «Berò le bollicine mi fanno bizzicare il naso.» La nigeriana non aveva mai bevuto champagne in vita sua, ma Fiordaliso le aveva spiegato che assomigliava al vino frizzantino e a Candy faceva proprio quell’effetto.
«Forza, femmine, facciamoci un selfie!» Mami sfilò un rettangolino di cartone dalla piega centrale degli enormi seni, lo sollevò in aria e lo mostrò al pubblico. Sopra c’era scritto Smartphone col pennarello. Lo puntò su di sé e le altre e scattò le foto.
«Iammuncel belle! Mettete ’a bocca a culo di gallina come c’insegnò la regista!» urlò Concetta.
«Sei la migliore, Cetty!» disse qualcuno in mezzo al pubblico applaudendo con vigore.
La napoletana balzò in piedi e scrutò la platea in cerca di quella voce familiare. «Mannaggia li muorti! Si proprio tu?» esclamò correndo incontro a una brunetta minuta, in piedi in fondo alla stanza.
«Non puoi abbandonare il set, Concetta. Torna subito qui!» urlò Fiordaliso.
Quella non la considerò, strinse la nuova arrivata in un abbraccio e la baciò sulle guance. «Che bello vederti. Quando entrasti?» le chiese.
«Un’ora fa» rispose l’altra.
«Vieni, ti presento a tutte quante.» Concetta condusse l’amica al centro della scena e annunciò: «Ragazze, questa è la mitica Eva Kant».
Un mormorio di stupore e ammirazione si sollevò fra le detenute. Tutte si alzarono e andarono a stringere la mano alla ladra più ricercata d’Italia, una donna alla quale la polizia non era mai riuscita a dare un volto e un’identità.
«Cos’è questo ammutinamento?» protestò Fiordaliso. «Lo spettacolo non è finito. Tornate tutte a sedere.»
Nessuna le dette retta, la nuova detenuta era molto più interessante di commedie già viste.
«Sei davvero Eva Kant?» domandò una.
La brunetta rispose di sì.
«Posso stringerti la mano?» chiedevano in molte.
Qualcuna la fissava in adorazione come fosse la Madonna.
«Mo’ basta eh?» Cetty prese l’amica sottobraccio e la sottrasse all’orda di curiose. «Vieni, te faccio fa’ ’na visita guidata di ’sto posto.»