4. Sonia Brandi
Ripamonti è stata per lungo tempo sinonimo di periferia e degrado e, nonostante il recente sviluppo urbano, molti milanesi continuano a considerarla tale. Sonia Brandi, tuttavia, vedeva quella zona di Milano come il suo spicchio di paradiso.
Terza di quattro figli di una famiglia di agricoltori della bassa Padana, era l’unica ad aver scelto l’università invece della coltivazione dei cereali. Suo padre aveva giudicato la laurea in psicologia una ‘pirlata’ e aveva sentenziato che la figlia sarebbe tornata a casa a fare la contadina come tutti quanti loro. Sonia non se l’era presa e era andata dritta per la sua strada. Aveva fatto il callo a atti denigratori come quello, ne aveva subiti fin da piccola e non solo dal padre.
Alle elementari i compagni la chiamavano ‘cicciona pel di carota’, dalle medie al liceo il nomignolo era diventato ‘la brufolosa’ e tale era rimasto anche quando l’acne era scomparsa. Col trasferimento a Milano per gli studi universitari il suo aspetto era ulteriormente migliorato, l’accento della bassa padana tuttavia continuava a tradire le sue origini, e il nuovo soprannome di Sonia era diventato ‘la contadina’. Dai colleghi di ateneo l’appellativo si era diffuso sui social rendendola bersaglio di cattiverie su vasta scala.
Era stato allora che Sonia aveva iniziato a interessarsi al fenomeno del cyber bullismo. Il passo successivo alla laurea erano state una serie di specializzazioni nella materia, con particolare riguardo al mondo dell’infanzia.
In quel periodo Sonia lavorava al Firc di Ripamonti ma viveva dalla parte opposta della città. Il tragitto giornaliero era lungo e scomodo, così si era messa alla ricerca di qualcosa di più vicino. Una mattina stava percorrendo Via dei Fontanili, una delle tante strade degradate della periferia sud di Milano, quando aveva notato un edificio rurale in fase di ristrutturazione che le ricordava molto la cascina di famiglia. L’impresario vi aveva ricavato quattro graziosi appartamenti ma nessun compratore si era dimostrato interessato a causa della posizione.
Per Sonia invece era la base logisticamente perfetta per continuare a lavorare al Firc e aprire anche uno studio tutto suo. Aveva acquistato subito uno di quegli appartamenti pagandolo una sciocchezza. In seguito, Ripamonti aveva subito una trasformazione urbanistica impressionante e l’acquisto emotivo di Sonia si era tramutato in un affare.
Guido non era un milanese con la puzza sotto il naso, non era nemmeno milanese a dire il vero, ma era convinto come molti che la zona sud della città fosse l’apoteosi del degrado. Mentre il navigatore gli forniva le indicazioni per raggiungere lo studio della dottoressa Brandi, si sorprese del cambiamento che quell’area aveva subito dall’ultima volta che c’era stato: lussuosi edifici residenziali, loft, ristoranti e locali notturni avevano preso il posto di capannoni dismessi; sulle ceneri della distilleria Cavallino Rosso era nata la Fondazione Prada e al suo fianco stava prendendo forma Symbiosis, una cittadella high-tech pensata per i giovani e le loro start-up.
«Arrivo è alla tua destra» pronunciò il Tom Tom mentre la Mercedes entrava in una strettoia tanto angusta che gli specchietti quasi sfioravano i muri delle abitazioni a destra e a sinistra. «Arrivo. Arrivo» ripeté il navigatore un attimo prima che Guido superasse il civico 5 di Via dei Fontanili.
Parcheggiò la Mercedes in uno slargo poco più avanti e raggiunse lo studio medico. A lato di un imponente cancello di ferro battuto, una targa di ottone recitava: Sonia Brandi psicoterapia bambini specializzata in disturbi dell’apprendimento, ADHD, BES, autismo.
Guido inveì mentalmente contro Dora. “Perderò solo del tempo” si disse mentre suonava il campanello.
Il cancello si aprì rivelando una corte pavimentata in pietra e un edificio rurale piacevolmente restaurato. Quattro porte verdi sovrastate da altrettanti pergolati di vite americana distinguevano gli ingressi alle diverse proprietà. Era quasi buio e le luci degli alberi di Natale che facevano capolino dalle finestre degli appartamenti conferivano a quel luogo un’atmosfera da presepe.
Da uno dei pergolati Guido vide spuntare una fatina sorridente con un cesto di riccioli ramati. «Lo studio è da questa parte» disse Sonia invitandolo a raggiungerla. «Lei deve essere l’amico di Dora. Il dottor Dirado, giusto?» aggiunse porgendogli la mano.
«Sì, ma mi chiami pure Guido» rispose lui ricambiando il saluto.
La donna gli fece strada nell’appartamento. Superato un salotto arredato in stile shabby chic, lo spazio si apriva su un doppio volume col soffitto a travi. La parte inferiore ospitava l’angolo cottura, la zona pranzo e la sala, una scala conduceva a un soppalco.
«Carino qui. Non immaginavo un posto tanto accogliente…» in una zona tanto brutta, stava per aggiungere, ma lasciò che la frase gli morisse in bocca.
«Sono stata molto fortunata a comprare questa casa, me lo dicono tutti.» Sonia scortò l’ospite attraverso un disimpegno fino allo studio dove riceveva i pazienti.
Guido aveva immaginato un locale cupo, schermato da tende pesanti; un lettino dove i pazienti si sdraiavano a raccontare le loro miserie e la poltrona di cuoio dove sedeva il medico. Quella stanza, invece, sembrava un asilo nido in miniatura. Un’intera parete era occupata da un espositore colmo di libri di favole, il pavimento, nascosto da un tappeto a riquadri colorati con grosse lettere dell’alfabeto, ospitava un tavolinetto e alcune sedie di plastica a misura di bimbo, e poi un pallottoliere, cubi di legno e peluche di ogni forma e dimensione. Gli unici arredi non infantili erano due poltrone e una scrivania.
«Si accomodi» fece Sonia indicando una delle poltrone. Lei gli sedette di fronte. «Mi dica come posso aiutarla.»
«Scusi se glielo chiedo, lei come conosce Dora?»
«Ho avuto il suo nipotino in cura per qualche tempo. Lei, invece?»
«Io e Dora siamo colleghi di lavoro.»
«Non me l’aveva detto.»
«E a me non ha detto che lei si occupa di bambini.»
«Una grossa fetta dei miei pazienti ha meno di otto anni, ma non mi occupo solo di bambini.»
Guido si grattò il mento e osservò di nuovo la stanza.
«Facciamo così: immagini di essere venuto a trovare un’amica. Cominciamo col darci del tu. Va bene?»
Lui annuì.
«Adesso dimmi qualcosa, la prima cosa che ti passa per la testa.»
«Il silenzio mi assilla.»
«Che tipo di silenzio?» chiese Sonia.
«Ne esistono di tipo diverso?» chiese lui in tono strafottente.
«Certo. Descrivimi i silenzi che ti infastidiscono.»
«Se guido senza la radio accesa, se i telefoni dell’ufficio smettono di squillare, se la televisione non parla» disse convinto di star perdendo tempo.
«Come occupi le tue giornate?» chiese ancora la dottoressa.
«Lavoro.»
«E nel tempo libero?»
«Lavoro sempre, in ufficio e nell’albergo in cui vivo.»
«Vivi in un albergo?»
«Sì.»
«Provvisoriamente, immagino.»
«No. Sono quasi due anni ormai.»
«Ma sei di Milano, giusto?» L’accento pareva quello.
«Naturalizzato, diciamo.»
«E non hai mai desiderato una casa tua?»
«Ce l’avevo, ma l’ho venduta.»
“È il paziente più ermetico che abbia mai avuto” pensò Sonia.
«Vuoi sapere altro? Che macchina guido, cosa mangio a colazione, in che modo mi lavo i denti?»
Ermetico e pure antipatico, aggiunse al proprio pensiero. «Se sei qui è perché pensi di avere un problema, ma se non me ne parli non so come aiutarti.»
«In tutta onestà, dottoressa, non credo che darci del tu, fingerci amici e raccontarle il mio stile di vita serva a qualcosa. Ho solo bisogno di sonniferi perché non riesco a dormire. Ma ho capito di aver sbagliato medico. È meglio che me ne vada.» Guido si alzò dalla poltrona.
«Aspetta. Non è escluso che a un certo punto della terapia possa ritenere utile l’impiego di qualche farmaco» mentì Sonia. Prescrizioni del genere erano prerogativa degli psichiatri e lei non aveva mai oltrepassato quel confine. Sperava tuttavia che quella dichiarazione ridimensionasse l’ostilità del paziente nei suoi confronti. «Prima di prescriverti qualcosa, però, devo capire esattamente qual è il problema» aggiunse.
«Ci vorrà molto?» chiese Guido rimettendosi a sedere.
«Dipende da te. Ripartiamo dal tu, e dimmi come ti senti in questo preciso momento.»
«Arrabbiato, frustrato, deluso, rancoroso e…»
«Rancoroso nei confronti di chi?» lo interruppe lei.
«Gabriele e Fiordaliso.»
«Parenti tuoi?» Lui fece cenno di no col capo. «Amici?» Altra risposta negativa. «Inizia col parlarmi di lei» suggerì Sonia.
Guido sentì un fiotto acido salirgli in gola e poi le stesse formiche di quel giorno in tribunale che gli mordevano le caviglie e i polpacci. «Quella non doveva cavarsela con così poco. Le accuse erano le stesse di Gabriele e a lui hanno dato venticinque anni. Solo il reato contro Isabella era diverso: stupro per lui, istigazione al suicidio per lei» cominciò a dire.
Sonia non aveva capito niente, ma preferì non interrompere Guido dal momento che si era deciso a parlare.
«Fiordaliso si presenta al banco dei testimoni senza trucco, con gli occhi rossi di pianto e un abitino modesto, siede composta, la testa bassa: tutta una messinscena, perché non era affatto così» continuò Guido. «Racconta alla giuria che circa un anno prima a sua madre era stata diagnosticata la SLA, che i medici le avevano dato pochi mesi di vita e che per questo aveva deciso di farsi crioconservare.»
«Di farsi cosa?» chiese Sonia.
«Mai sentito parlare di quei posti dove i miliardari defunti si fanno ibernare convinti che un giorno qualche tecnologia li riporti in vita?»
«Ah, ho capito. Vai avanti.»
«Secondo Fiordaliso però, il centro al quale si erano rivolti i genitori aveva una particolarità: ibernava persone ancora in vita garantendo il risveglio al momento opportuno.»
Sonia non riuscì a trattenere una risatina.
«Il Pm e il pubblico in aula hanno avuto la tua stessa reazione» disse Guido, «ma lei ha descritto quel posto così minuziosamente, il laboratorio, le sale operatorie, gli impianti di raffreddamento, il magazzino di stoccaggio delle capsule; ha giurato di non aver mai incontrato Idri Kadiu né di sapere cosa lui e il fratello stessero tramando; ha recitato così bene la parte della figlia affranta, che la giuria le ha creduto e l’ha assolta da quelle accuse.»
«Accuse di? Scusami ma sono un po’ confusa.»
«Di aver ucciso i genitori d’accordo col fratello.»
Sonia scribacchiò qualcosa su un bloc-notes senza aprire bocca e fece cenno a Guido di proseguire.
«Non so perché Gabriele e Fiordaliso siano stati processati separatamente. Fatto sta, che lui ha reso testimonianza prima di lei dichiarando tutt’altro. In base alla sua versione, Asia e Pietro sono morti solo per una fatalità: il giorno dell’attentato a Prarayer si trovavano casualmente in visita all’osservatorio. Non ha mai parlato di SLA né di criogenesi. A questo punto sai cosa penso?» chiese Guido, e senza attendere risposta continuò. «Penso che Fiordaliso abbia detto più cose vere del fratello, mentre lui deve aver pensato che la miglior difesa fosse negare tutto e scaricare le colpe su Idri Kadiu.»
Sonia si appuntò anche i nuovi nomi saltati fuori.
«Ma Gabriele ha fatto male i conti. Secondo la giuria quel criminale non aveva motivo per far saltare in aria l’osservatorio se non i soldi che lui gli aveva promesso. Così è stato condannato, e le vittime della strage hanno avuto giustizia. Isabella invece no, e di questo non mi do pace.» Guido aveva parlato fin troppo per i suoi standard e sentiva un’arsura insopportabile. «Potrei avere un bicchiere d’acqua?» chiese.
«Certo.» Sonia si diresse in cucina e tornò con l’acqua.
Guido vuotò il bicchiere d’un fiato e riprese a raccontare senza che lei lo spronasse in alcun modo. «Avendo lavorato al fianco di Pietro Roccia ho conosciuto un sacco di miliardari, e ho capito che non esiste limite a quello che pensano di poter fare col denaro. Devono averlo pensato anche Fiordaliso e Gabriele.
Ma c’è un’altra regola nel mondo dei ricchi: finché hai soldi sei mio amico, ma se sei in bolletta non mi cercare. Quindi, l’unica persona su cui Gabriele ha potuto contare quando si è trovato al verde, deve essere stata la sorella.
Ma sia lui che Fiordaliso hanno sempre avuto le mani bucate, e non credo che lei fosse messa meglio di lui in quel momento. Per me hanno ucciso i genitori di comune accordo per intascare l’eredità. Anche Isabella è morta per mano di entrambi.» Guido scoppiò in lacrime.
Sonia gli porse una scatola di Kleenex e attese che si sfogasse.
Dal pianto, l’uomo scivolò in un riso nervoso e riprese: «Non luogo a procedere per lui, violazione della privacy per lei, ti sembra giusto? Ora capisci perché non riesco a dormire?» si soffiò il naso e si richiuse nel silenzio.
«Direi che per oggi è sufficiente» dichiarò Sonia. Considerato che un’ora prima quell’uomo stava per andarsene senza dire una parola, quello che aveva tirato fuori era già un successo. «Ti andrebbe di tornare la settimana prossima?»
«E mi prescriverai i sonniferi?» chiese lui.
«Prima parliamo un altro po’.»
«Non credo di avere nient’altro da dire.»
«Sono sicura di sì. Pensaci, e se hai voglia di tornare, chiamami e fissiamo un altro appuntamento.»
Mentre accompagnava il paziente alla porta, Sonia lo osservò con gli occhi di donna, non di medico: se non fosse stato così fuori di testa avrebbe potuto essere il suo tipo ideale.
“Come ho potuto lasciarmi andare a quel modo?” si chiese Guido ripensando al colloquio appena terminato, mentre rientrava a Villa Oleandri. Erano anni che non parlava della vicenda con qualcuno, anzi, forse non l’aveva mai fatto da quando era morta Isabella, a nessuno piaceva ascoltare storie tristi. Sonia, tuttavia, non aveva dimostrato curiosità, sconcerto o commiserazione nemmeno quando era scoppiato a piangere. “Non ha ascoltato una parola” concluse.
Guido era stato l’ultimo paziente della sua giornata lavorativa. Di norma, a quell’ora, Sonia si sarebbe seduta sul divano, con una tisana bollente e un plaid a scaricare la tensione della giornata: ascoltare per ore i problemi degli altri, mantenendo il distacco necessario, era un’attività mentalmente logorante.
Quel giorno però, non riusciva a distogliere il pensiero dal concitato racconto dell’ultimo paziente. Riempì un pentolino d’acqua e lo mise sul fornello, poi andò nello studio a prendere gli appunti della seduta e il portatile. Si sistemò al tavolo della cucina e ricapitolò le poche cose che aveva capito.
Guido provava un forte risentimento verso Fiordaliso e Gabriele, che erano fratelli; i due erano stati processati per aver ucciso i genitori Pietro e Asia; di mezzo c’erano un attentato in cui erano morte un mucchio di persone, un criminale di nome Idri Kadiu e una certa Isabella a cui Guido doveva tenere molto.
Sonia accese il pc, si collegò a internet e partì dall’unica informazione certa che possedeva: l’azienda in cui lavorava il dottor Dirado, la stessa di Dora. Trovò molti articoli giornalistici che parlavano della Rock Investments e della famiglia Roccia e qualcosa cominciò a delinearsi.
L’acqua borbottava nel pentolino, Sonia abbandonò il computer, mise una bustina di malva e camomilla in una tazza e vi versò sopra il liquido bollente. Continuando a spulciare le notizie sul web scoprì che Guido era subentrato al timone della società dei Roccia dopo che Pietro e la moglie erano deceduti in un attentato in Valle D’Aosta. La loro morte, in un primo momento attribuita a una casualità, era risultata opera del figlio Gabriele per entrare in possesso dell’eredità. La sorella, Fiordaliso, pareva non aver avuto alcun ruolo in quell’omicidio, tuttavia era finita in carcere anche lei per reati minori non meglio precisati.
“Genitori uccisi, figli in galera. Che famiglia disgraziata” pensò. Tuttavia non riusciva a capire che legame ci fosse fra la sorte di quella famiglia e il precario stato emotivo di Guido. “Aveva lavorato per Pietro Roccia e gli era molto affezionato, ma perché ce l’aveva tanto coi suoi figli?” si domandò. Su internet trovò parecchie informazioni anche su Idri Kadiu: boss della mafia albanese, arrestato per spaccio, prostituzione, gioco d’azzardo e riciclaggio, col quale Gabriele aveva intrattenuto rapporti d’affari.
L’unico tassello mancante nelle sue ricerche era Isabella, l’altra donna nominata da Guido. Senza un cognome e una vicenda precisa a cui accostarla, Sonia non era riuscita a trovare niente su di lei. “Pazienza. Un’idea di ciò di cui mi ha parlato adesso ce l’ho” si disse. “Quando ci rivedremo, cercherò di approfondire i reali motivi del suo malessere. Sempre che torni.”
Guido non aveva voluto fissare un secondo appuntamento e lei dubitava che l’avrebbe rivisto. Terminò di bere la tisana, e col plaid sulle spalle, uscì fuori, sotto il pergolo, a prendere una boccata d’aria.
Guido giunse in hotel intorno alle venti e trenta, parcheggiò l’auto e si diresse spedito alla sua stanza. Non aveva fame, ma decise di chiamare ugualmente la cucina per farsi portare qualcosa in camera giusto per ingannare il tempo in attesa che arrivasse il sonno, ammesso che arrivasse.
«Che piaser sentirla, dottor» rispose Adelina. «Certo che ghè qualcosa di pronto: pasta fresca, coniglio alla cacciatora e un tiramisù buono buono. Solo un pezzettino di coniglio?» chiese in tono dispiaciuto. «Un po’ di dolce non lo vuole proprio? Va ben. Linda vien da lei fra un attimo.» La cuoca riagganciò la cornetta e lanciò uno sguardo sornione a Martina, la lavapiatti diciottenne. «Mo’ quant l’è bel el vedovo bianco?» esclamò.
L’altra restò indifferente.
«Va là, non mi dir che non te piase el dottor. L’è più sexy di Alain Delon.»
Per Martina quell’attore era un vecchio rugoso con i capelli bianchi, si mise due dita in bocca e fece il gesto di vomitare.
«Cosa vuoi capirne, ragazzina, di bei tosi» l’apostrofò la cuoca. Accese il fornello e scaldò il coniglio per il fascinoso cliente.
Pochi minuti dopo, Linda bussò alla porta della suite con il vassoio in mano. «Avanti» disse Guido. Le dava le spalle, la schiena era nuda, un telo bianco con la scritta Villa Oleandri gli fasciava i fianchi, con un secondo telo si stava asciugando il capo. Senza voltarsi, ordinò di lasciare la cena sul tavolo e ringraziò. Quando riemerse dall’asciugamano, vide Linda ancora in piedi in mezzo alla stanza col vassoio in mano e due papaveri al posto delle gote. «Perdona il mio abbigliamento» si scusò lui, «non pensavo che la cena arrivasse tanto in fretta.»
«Nessun problema, dottore» rispose lei senza staccargli gli occhi di dosso. Appoggiò il vassoio sul tavolo e scappò via.
Arrivò in cucina come inseguita da un branco di lupi. «Oh, mio Dio! Vestito è bello, ma nudo è roba da togliere il fiato» strillò esaltata davanti agli sguardi interrogativi di Adelina e Martina.
«Racconta» la incalzò la cuoca.
Linda infarcì la scena di sguardi languidi e parole ammiccanti, lasciando intendere che il dottore avesse un debole per lei.
«Se non fossi ’na vecia che tiene marito, te daria bataglia per quel bel toso» commentò Adelina con una punta d’invidia.
Il coniglio alla cacciatora era davvero gustoso. Guido lo divorò in un battibaleno e si ritrovò a desiderarne ancora. Non mangiava così di gusto da secoli, e nonostante non avesse acceso la televisione il Silenzio non era ancora passato a trovarlo. “Forse la dottoressa ha fatto bene a spingermi a parlare invece di prescrivermi i sonniferi. Tanto più che sono stati quelli a uccidere Isabella” si disse.
Quel pensiero richiamò l’immagine della fidanzata nella vasca da bagno, e il sollievo che Guido pensava di aver conquistato grazie a un’unica seduta di psicoterapia lasciò il posto al rimorso. «Non avrei mai pensato che volesse togliersi la vita» mormorò a se stesso.
«Se ti piace crederlo, fai pure» lo pugnalò il Silenzio.
Guido si rivide a perlustrare il bagno di casa subito dopo che il personale del 118 aveva portato via Isabella. Il beauty case di lei era pieno di blister vuoti di sonniferi, ansiolitici, antidepressivi. «Non sapevo che prendesse quella roba.»
«Bugiardo. Tua madre ti aveva detto che Isabella era depressa, assonnata e abulica, che non usciva più di casa e non andava nemmeno a far visita a lei e a tuo padre.»
«Hai ragione, Isabella è morta per colpa mia: io le ho presentato Gabriele; io l’ho portata alla sfilata di Axel dove lui l’ha violentata; io mi sono comportato da codardo quando Gabriele ha minacciato di farmi licenziare se l’avessi denunciato; all’inizio non ho nemmeno creduto all’esistenza di quel video orribile, non ho capito quanto lei soffrisse. È colpa mia, solo mia.»
Il Silenzio sorrise compiaciuto, si fece raggiungere dal rimorso e, insieme, fecero compagnia a Guido per tutta la notte.
“Sonniferi…” pensò Sonia con disappunto mentre si lavava i denti prima di andare a letto. “Il dottor Dirado non può credere di risolvere la situazione con qualche pillola. Dietro i suoi disturbi c’è molto altro che non mi ha raccontato.” Chiuse il rubinetto, spense la luce e andò a letto augurandosi che il paziente tornasse.