5. Eva Kant
«Chi è la guastafeste che ha interrotto la nostra commedia?» esplose Fiordaliso appena lei e le sue tre compagne rientrarono in cella.
«Io non sa» disse Tatiana liberandosi dal lenzuolo ancora legato intorno al collo.
Nemmeno Candy ne aveva idea.
«Dove cazzo vivete?» le apostrofò Mami. «Non guardate mai i telegiornali?»
«No, perché?» rispose Fiordaliso.
«Se ne guardaste uno ogni tanto, sapreste che quella ha rubato una strafottuta di montagna di soldi, e gioielli e quadri, auto di lusso e non so cos’altro. La polizia le dava la caccia da anni. Passi l’ignoranza di Candy e Tatiana, ma almeno tu dovresti averne sentito parlare: è famosissima.»
«Se è così famosa perché solo Cetty sapeva chi era?» si risentì Fiordaliso.
Le altre due sedettero sulle rispettive brande e tacquero, quando Mami e la principessa discutevano era meglio tenersi in disparte.
«È chiaro che la conosceva da prima. Fino a oggi nessuno aveva mai visto la faccia di Eva Kant.»
«Eva Kant, che nome ridicolo…» ridacchiò Fiordaliso.
Mami sgranò gli occhi. «Non hai mai letto Diabolik?»
«No. Mai letto un libro in vita mia.»
«Non è un libro, è quel fumetto che racconta le avventure del ladro in calzamaglia nera…»
Fiordaliso sollevò il mento con sufficienza, come a dire che non l’aveva mai sentito nominare.
«La sua compagna e complice si chiama Eva Kant e insieme si travestono e compiono furti incredibili» continuò Mami.
L’espressione di Candy e Tatiana era la stessa di Fiordaliso.
«Cazzo! Siete proprio ignoranti» esplose la maîtresse.
Dopo la visita alle aule per le attività ricreative, Concetta portò Rosaria a vedere il locale palestra. Le due sedettero su una panca, Rosaria fissò il pavimento di linoleum e le pareti grigie e sospirò: «Io merito di essere finita qui, ma tu? Cos’hai combinato per farti arrestare?»
«Contrabbando di tabacchi» disse Concetta.
«Non era il lavoro di Gennarino quello?»
«Sì, ma mio marito stava sempre stanco, dormiva tutto il giorno e ci ho dato una mano.»
Rosaria Scognamiglio e Concetta Esposito si conoscevano da scugnizze, quando nelle viuzze del rione Sanità trascorrevano le giornate a giocare con le bambole. A dieci anni il passatempo preferito di Rosaria era diventato gareggiare col carruocciolo insieme ai maschi. Con un coraggio e una tenacia fuori dal comune, lanciava il carretto giù per le stradine di acciottolato a velocità folle, e se per caso cappottava e si sbucciava le ginocchia, si rialzava senza una lacrima e tornava in cima di corsa per migliorare il record. Concetta assisteva alle sue competizioni solo per godere della compagnia maschile, adorava flirtare. Col passare degli anni gli interessi delle due amiche si erano sempre più allontanati: Rosaria voleva diventare ricca e scappare da quel quartiere, Concetta sognava di mettere su famiglia proprio là.
«Mannaggia a te, che ti avevo detto?» la rimproverò Rosaria.
«Che se mi sposavo a Gennarino finivo grassa, sciatta e sporca di cacca e di latte, come tutte chille che vivono al rione» rispose Cetty.
«Quello che non avevo previsto era che finissi in galera.»
«Un pensierino che ci finivi tu, io invece l’avevo fatto, perché dalle nostre parti si diventa ricchi solo a ruba’» e rievocò i sabati pomeriggio della loro adolescenza quando Rosaria la trascinava nel quartiere Chiaia a guardare le vetrine dei negozi di lusso: via dei Mille, via Filangeri, via Poerio e poi su in via Calabritto per batterli uno a uno.
Nella tasca posteriore dei jeans, dove tutte le ragazze della loro età tenevano il cellulare, Rosaria custodiva un quadernetto sul quale annotava marche e modelli degli articoli che un giorno era certa avrebbe posseduto. «Mi ricordo che ’na volta sei rimasta a fissare pe’ mezz’ora ’na borsetta che costava mille e duecento euro.»
«Era una Gucci Rose Poudre Saintonge» esclamò Rosaria. «Chi non avrebbe desiderato una borsa come quella?»
«Io.»
«Lo so. Tu pensavi solo al corredo e al matrimonio, e guarda dove sei finita.»
«So’ stata sfortunata.»
«Ti sbagli: i maschi sono tutti stronzi e Gennarino non fa eccezione» sentenziò Rosaria.
La sua pessima opinione sull’altro sesso era il risultato dell’esperienza di sua madre: ingravidata a quattordici anni da un lontano cugino molto più vecchio di lei e maritata a forza, si era ritrovata da sola con una figlia da crescere, mentre l’indesiderato coniuge scontava l’ergastolo per associazione mafiosa. Ed era andata meglio così, dato che lui la riempiva di corna e di botte. «L’ommini so’ tutti piezz’ e merda» era la frase ricorrente della madre di Rosaria, e lei l’aveva presa in parola. «A quanto ti hanno condannato?» chiese all’amica.
«Cinque anni.»
«Così tanti? Hai chiesto il rito abbreviato, le attenuanti generiche e l’esclusione delle recidive?»
L’altra fece di no col capo.
«Eppure le lezioni di Raffaella le hai sentite mille volte anche tu» la rimproverò.
«Raffaella… buona quella» mormorò Concetta con sarcasmo. «Nun diceva sempre che se ti pigliavano ti tirava fuori lei? Dov’è la figlia de ’na mignotta adesso?»
«Perché non hai usato i soldi che ti ho dato io per pagarti un buon avvocato?» cambiò discorso Rosaria. L’ultima volta che si erano viste, aveva messo in mano a Cetty tre mazzette di banconote da cinquecento euro.
«I tuoi soldi finirono nei tabacchi, un’idea di Gennarino per ampliare gli affari.»
«Ti avevo detto di non farli vedere a tuo marito.»
«Lo so, gli ommini so’ tutti piezz e merda…» Concetta recitò il mantra della madre di Rosaria. «Ma io ci volevo bene a Gennarino, e ancora ce ne voglio.»
«Tu si propeto ’na cugliunazza» disse Rosaria rispolverando il dialetto che non usava da anni. Strinse l’amica a sé, la baciò sulle guance e aggiunse: «Comunque, è bello rivederti».
Tatiana entrò nel locale palestra. «Finalmente ti trovare» disse rivolta a Rosaria. «Prinţesă mi detto: porta nuova ragazza a lei. Tu vieni subito» aggiunse prima di girare i tacchi e sparire.
«Cosa vuole quella?» chiese Rosaria all’amica.
Concetta le spiegò chi era Fiordaliso e in che modo comandasse tutte quante.
«E glielo lasciano fare?»
«Sì, e mo’ vuo’ mettere i piedi in testa pure a te.»
«Mi piacciono le sfide: accompagnami dalla principessa di San Vittore.»
Per impressionare la nuova arrivata Fiordaliso aveva indossato tutti gli abiti firmati che era riuscita a farsi comprare dall’avvocato Colombo: pantaloni con logo Fendi, una maglietta di Moschino e sneakers D&G. Aveva sciolto i capelli sulle spalle e messo un tocco di gloss sulle labbra.
Mami e Candy stavano di vedetta sulla porta della cella. Appena videro sopraggiungere Concetta e la ragazza nuova, la avvisarono.
«Fate entrare solo la ladra e portate via Cetty, ho bisogno di privacy» ordinò Fiordaliso.
Mami introdusse l’ospite e richiuse la porta alle sue spalle. Fiordaliso, seduta al tavolino, fingeva di scrivere una lettera. «Siediti» disse in tono perentorio ignorando la mano che Rosaria le aveva porto. «Prima di parlare con te, devo finire di scrivere all’amministratore del mio patrimonio.»
Rosaria sedette e restò a osservarla. Diversamente dalle altre detenute sapeva tutto della famiglia Roccia, perché era stata nel suo mirino di ladra per lungo tempo. Prima dell’omicidio dei genitori e dell’arresto dei due fratelli, la loro fortuna superava i quindici miliardi, ma dopo non c’era rimasto più niente e lei aveva rinunciato al colpo.
Fiordaliso piegò la finta lettera, la infilò in una busta e poi si rivolse all’ospite: «Da dove vieni? Di cosa ti occupavi prima di finire qui? Dimmi qualcosa di te».
«Perché?» chiese Rosaria.
«Ognuna qua dentro si rende utile in base alle proprie capacità.»
«Le tue quali sono?»
Quella provocazione colse Fiordaliso di sorpresa. «Be’, ecco… non ti riguarda. Ti adeguerai alle mie regole e basta.»
«No, non lo farò» rispose Rosaria. Si alzò, aprì la porta, superò Mami, Candy e Tatiana che piantonavano l’ingresso, e si diresse in cella.