LA FALCE E LA LUNA-1
LA FALCE E LA LUNA
Era il giorno del ricordo, un giorno per mettere un punto e andare a capo.
“Ma andare a capo non si può! Il sindaco dovrebbe tenerlo bene a mente, che noi siamo gente semplice e certe cose non ce le dimentichiamo” borbottò Michele Imposimato bevendo il suo caffè.
L’alba lo prendeva così, davanti alla finestra che dava sul breve tratto di spiaggia prima della scogliera, sin da quando aveva rinunciato al mestiere di pescatore a causa dell’artrite. Da allora passava le giornate a casa con Chiarina, la moglie, e di tanto in tanto andava in città per fare spese o per comprare fiori da portare all’altare.
“Che non ci vai, oggi?”lo stuzzicò Chiarina, con un sorriso che ormai le venivano rari, visto il carattere ombroso del marito.
“Proprio oggi? Sulla spiaggia ci sarà una processione.”
“Aspetteranno dopo il discorso in municipio, no?”
“Io non ci vado. Non ho mica preso un impegno? I fiori ai ragazzi ce li porterà qualcun altro.”
Sua moglie era d’accordo. Gli disse che lo capiva e, intanto, gli poggiò la giacchetta sulla sedia zoppa all’ingresso, perché si proteggesse dall’umidità residua della nottata. Infatti, finito il caffè, Michele uscì; il fiore, un giaggiolo indurito che aveva conservato in congelatore perché non appassisse subito, lo portava stretto al petto per non farsi vedere. Neppure immaginava che quella mattina, così presto, all’altare avrebbe incontrato qualcuno. Lui.
“Che cazzo ha combinato per ridursi così? Ti giuro che a momenti gli vomitavo addosso, gli vomitavo.”
“E abbassa la voce, che il vicecommissario c’ha le orecchie a radar, ormai.”
“E che ho detto? Quello secondo me l’hanno torturato per fargliela pagare. Un regolamento di conti, tutto qui.”
“Un regolamento tra ragazzini di diciassette anni?”
Il suo collega, l’agente scelto Andreucci, tossì forte per schiarirsi la voce, poi finse di osservare interessato il medico legale che, ai piedi dell’altare sulla spiaggia, ispezionava il cadavere.
“Regolamento, regolamento” ripeté torvo, guardando lontano. “Quelli sotto sotto sono ancora tutti pazzi, te lo dico io. Vogliono ricominciare a far baldoria e a scannarsi tra loro.”
“Secondo me si è ucciso” disse il suo collega, fissandogli la nuca.
E non c’era da aggiungere altro perché, allo scoccare della mezzanotte del sei giugno, Matteo Gaddi si era ucciso davvero.
Era ancora troppo presto perché i pochi passanti si azzardassero ad avvicinarsi per godersi la scena. Avrebbero dato troppo nell’occhio e a quell’ora o si era troppo pieni di sonno o troppo ubriachi per sfidare un manipolo di agenti nervosi e affaccendati attorno all’ultima tragedia di Poggio Marzio. L’unico testimone, il povero e infreddolito Michele Imposimato, era anche quello che aveva chiamato la polizia.
Ora rispondeva paziente alle domande del vicecommissario Lorenzi che, per pura passione del macabro, l’aveva costretto a ripetere la stessa storia almeno dieci volte di fila. E Michele ci godeva anche lui perché più le parole gli salivano alla gola, più l’intera scena gli pareva fantastica, surreale e assai meno dolorosa. Accanto a lui, la moglie tremava al punto da non riuscire a spiccicare più di due parole di seguito; reggeva in mano una tazza di camomilla che aveva portato al marito ma aveva finito per bersela lei.
“Allora, Imposimato. C’è un particolare che non mi è chiaro. Il corpo era di spalle… e lei l’ha voltato?”
“Per vedere chi era, vicecommissa’.”
“Ma si era accorto che era morto?”
“No… mia moglie gridava, ma io pensavo che era addormentato. Un ubriaco…”
“E invece…”
“E invece è la fine di tutta questa storia di emo e di zarri, vicecommissa’. La fine, me lo auguro assai.”
Venne il turno di Chiarina e finalmente Lorenzi poté sedersi accanto alla vecchia coppia a godersi un racconto come si deve. Di tanto in tanto prendeva qualche appunto ma sul blocchetto non aveva fatto altro che riportare il nome e il cognome della presunta vittima: quel Matteo che aveva sconvolto Poggio Marzio durante i giorni più bui e violenti della sua mite storia di cittadina di provincia.
***
Michele era rimasto col suo giaggiolo azzurro e gelato che a momenti gli segava le dita per il freddo e fissava il cancelletto tutt’intorno all’altare, ricoperto da bigliettini accartocciati e ormai illeggibili, attaccati con nastrini già scoloriti. C’era qualcosa che non quadrava. A prima vista il piccolo monumento pareva una sorta di obelisco di non più di tre metri d’altezza, con incisi i nomi delle giovanissime vittime di una guerra tra ragazzi. In realtà era una colata di cemento su una scultura oblunga di sabbia, e accanto a ogni nome c’era un quadretto con la fotografia sorridente del caduto.
Eppure quel mantello nero sotto il cancelletto non c’era mai stato.
Dapprima Michele, percorsa la metà della distanza, circa duecento metri, che separava casa sua dalla stele, credette di scorgere uno straccio, poi un cane addormentato, poi un ubriacone svenuto. Tornò indietro, in parte perché non gli andava di avere a che fare con nessuno, in parte lieto di avere qualche novità da riferire alla moglie. Chiarina si fece subito inquieta:
“E se ha bisogno di aiuto?”
“Ma no, magari si è addormentato pregando” disse calmo Michele, aprendo il congelatore e ficcando il giaggiolo mezzo piegato assieme agli altri fiori.
“Miche’, lo sai che dobbiamo fare, no?”
Suo marito scrollò le spalle; ci avrebbe scommesso che anche lei si sarebbe messa lo scialletto per accompagnarlo. Gli era venuto uno strano presentimento, nonostante si costringesse ormai a ripetersi quella stessa parola in mente: ubriacone, ubriacone, ubriacone.
Sulla rena che cominciava a scaldarsi al sole nascente, i piedi di Chiarina misero radici. Marito e moglie erano a pochi passi dal malloppo avvolto in una sorta di mantello scuro. Appoggiato alla rete metallica, un manico di scopa con un falcetto legato alla sommità. Sulla punta affilata stava infilzato un foglio come i mille incastrati tra le maglie del cancelletto.
“È la Morte, Miche’… Maria santissima, Madonna mia.”
A Michele venne da inghiottire giù un boccone troppo trattenuto di saliva; tossì portandosi la mano sui baffi folti e sporchi di tabacco.
“Ma quale morte! Non lo sai che giorno è oggi? È uno scherzo cretino dei liceali del De Medici. Una cosa per gettare il ridicolo sull’amministrazione comunale… una roba così. Al sindaco gli verrà di certo un’ulcera, quando lo saprà. Io di certo non muovo niente…”
“No, Miche’, c’hai ragione, non toccare niente” fece Chiarina un po’ assente, dopo che per tre volte di fila si era fatta il segno della croce.
E naturalmente, Michele fece quello che lei si aspettava: toccò di tutto. Ribaltò il cadavere, scostò il cappuccio che gli copriva il capo per metà, guardò meglio perché senza gli occhiali da vicino non era proprio un falco.
Per lui gridò Chiarina, che gli stava incollata alle spalle tutta tremante.
Quella era davvero la Morte. Della morte aveva l’aspetto spaventoso: il ghigno scheletrico di un teschio, le guance consumate al punto da lasciare intravedere tutti i molari, il sangue in cui annegava la lingua ormai in poltiglia.
“Cristo santo. O Dio…” balbettò il pescatore sbiancando d’un tratto e volgendo lo sguardo al sole già alto. Sperava quasi che la luce gli bruciasse il ricordo di quello che aveva sotto il naso. Un odore che, come avrebbe detto l’agente scelto Andreucci, a momenti gli veniva da vomitare.
“Dimmi che è uno scherzo, Miche’. Ma chi può essere stato? Povero figlio di mamma, povero figlio…”
“Non può essere lui, non può essere.” continuava intanto Michele, che seguiva un altro filo di pensieri.
Vedeva quegli occhi cerchiati di nero, il rimmel che era sbavato sotto le bruciature sulle guance e gli pareva di ricordare. Una notte di luna, la bellissima fanciulla sulla barca: Emilia, la giovane ormai morta che si era portata dietro il ragazzo triste. Si era trattato di quel Matteo che ora l’avrebbe raggiunta in cielo, lontano dalle calunnie e dagli odi che non si fermano mai a riflettere, perché nati ciechi.
“Questo è Matteo, Chiari’. Questo è quel ragazzo che è sparito da Poggio una settimana fa.”
“E come, non me lo ricordo? Dio mio…” continuava a singhiozzare la donna, rimestandosi le tasche del grembiule in cerca di un fazzoletto che non c’era.
“È venuto a morire qua, accanto a lei.”
“Ma perché? Volevamo dimenticare, stavamo cercando tutti di ricominciare. So’ ragazzi con tutta la vita davanti. Meritano solo il meglio, questi angeli. Perché vanno a finire così, Miche’? Ma che gli fa la vita!? Che gli fa!?”
Chiarina andò avanti a delirare per un bel po’ tra le braccia del marito, pure lui con la tremarella. Passarono dieci minuti buoni prima che si decidessero a tornare a casa per avvisare il commissariato. E dentro di sé, con gli occhi sepolti in due fessure rugose, Michele continuava a dire: No, nessuno potrà dimenticare. Cose così non si cancellano mai.
***
Un altro agente della Scientifica prelevò accuratamente il foglio sulla punta del falcetto. C’era scritto qualcosa, in grafia leggera ed elegante, forse di penna stilografica: Vidi quae fiunt cuncta sub sole et ecce universa vanitas et adflictio spiritus. Perversi difficile corriguntur, et stultorum infinitus est numerus…
L’agente inarcò un sopracciglio. Aveva più l’aria di un rebus, o di uno di quei messaggi criptati che nei film polizieschi l’assassino lascia sul luogo del delitto per dare il via a una versione adulta del gioco di guardie e ladri. Lo passò al suo superiore, che non ci perse tempo e lo chiuse nella bustina per portarlo in laboratorio. Non c’era quasi più dubbio, però, che in quel caso l’assassino era stato carnefice di se stesso. Matteo era bravo nelle lingue morte; pareva trascorsa un’eternità da quando l’intera Poggio Marzio l’aveva festeggiato dopo il Certamen Ciceronianum di Arpino. Aveva dato lustro alla città piazzandosi al primo posto in una delle competizioni scolastiche più prestigiose d’Italia e i suoi video, compresa una breve intervista, giravano ancora in rete. I filmati avevano avuto centinaia di migliaia di visualizzazioni e di certo non da parte di patiti di Cicerone o del latino. Matteo si venerava o si odiava; c’era stato chi avrebbe ucciso per lui e chi invece, a causa sua, era morto davvero.
“Questo ragazzo ha fatto scena fino alla fine. Voleva darci un ultimo spettacolo e forse ci è riuscito” commentò Lorenzi durante il trasporto del cadavere.
“Mah!” fece Andreucci. “Io mica mi sarei tagliato via la faccia, se volevo tirarmi fuori dalla piazza come si deve. Voglio dire, dopo tutto quello che ha fatto…”
“Eh già, tu avresti avuto qualche idea migliore?”
“Per cominciare, mi sarei goduto la scuola e tutte quelle belle fighette che gli sarebbero venute dietro.”
“Andreu’!”
“Eh, che fa!? Sono ragazzi, vicecommissario. Se non si divertono loro…”
Lorenzi lo lasciò andare a zonzo sulla spiaggia, a godersi il sole che cominciava a cuocere e i riflessi dorati sulle onde lente. Ormai c’era ben poco da fare, se non forse avvisare il commissario del ritrovamento del cadavere e della sua probabile identificazione. Matteo Gaddi. Pareva strano, ma in paese si sospettava che quel ragazzo avrebbe fatto una brutta fine, prima o poi. Bastava dargli un’occhiata poco prima che sparisse dalla circolazione abbandonando gli amici e la sua brillante carriera scolastica al liceo De Medici. Bastava soffermarsi sugli occhi infossati, i muscoli e la carne prosciugati sulle ossa già incurvate, come se sulle spalle portasse il peso di troppi anni, troppi sforzi, troppi sogni finiti a schifo. Una volta erano giunti, loro della polizia, ad un passo dall’arrestarlo per omicidio. Si era trattato della prima vittima dei giorni bui di Poggio Marzio, un ragazzo di nome Edoardo Lovati morto alla Gotha per un tragico, raccapricciante incidente. E già allora qualche testimone che era voluto restare anonimo aveva indicato proprio lui, Matteo, come mandante dell’omicidio.