LA FALCE E LA LUNA-2

2006 Words
“Come se un ragazzino di diciassette anni potesse…” cominciò il vicecommissario. Imposimato intanto si era alzato dalla panchina in fondo al breve tratto di spiaggia. Lo raggiunse ma rimase in silenzio accanto a lui, entrambi come se pregassero di fronte all’obelisco abbozzato e coperto di scritte, nomi, volti di ragazzi con gli occhi che brillavano, vivi. “Mi dica, vicecommissa’. Che, è morto a mezzanotte?” “Chi?” chiese Lorenzi, dandosi dello stupido allo stesso tempo. “Come chi!? Il pipistrello.” Il vecchio nomignolo della banda degli emo li fece sorridere, ma il diversivo non fu sufficiente. “Il medico non può essere ancora così preciso.” “Ma si sa, no? È naturale che è stato a mezzanotte. Dica, lo ricorda il tema? Quello che pubblicarono sulla gazzetta della scuola e poi lo copiarono pure sul Corriere di Poggio? Se ne parlò per settimane.” Mentre Imposimato continuava a sussurrargli all’orecchio, forse per rispetto dei morti, Lorenzi si ritrovò a fissare la fotografia di Edo Lovati, il primo. “Certo che me lo ricordo. Quel ragazzo aveva del talento; avrebbe potuto fermare tutto questo, se avesse avuto un po’ più di determinazione.” “Eh, determinazione. Lui ci soffriva perché gli avevano ammazzato la bella. E che perla di ragazza, vicecommissa’. Che perla.” La foto di Emilia Ottardi, perita nella strage del tredici gennaio, mandò un luccichio riflesso. La ragazza stava distesa su un prato con le trecce bionde che le ricadevano sulle spalle. Anche da qualche metro di distanza, gli occhi conservavano parte di quella malia che solo qualche mese prima faceva strage di cuori al De Medici. “Può essere. E comunque… sa che forse ha ragione? Il medico ha detto che il corpo era già rigido. Saranno passate più di sei ore dal decesso.” “Appunto. Vede? Nulla è per caso.” “Nulla? O forse tutto. Di certo questi ragazzi non se la sognavano mica una fine così.” Michele Imposimato annuì greve, poi si levò una pipa dalla saccoccia della giacca. Prese il suo tempo per caricare, accendere, aspirare; infine, soddisfatto, salutò la moglie che, ancora bianca come un cencio, faceva segno di volersene tornare a casa. “Le dica che in mattinata dovrete presentarvi entrambi in commissariato. Per la deposizione” si premurò d’avvisarlo il vicecommissario. Nessuno dei due, in realtà, aveva voglia di lasciare quel luogo che, dopo il ritrovamento della Morte personificata, aveva acquistato un valore ancora più simbolico, inquietante. Quegli adolescenti, Lorenzi se li ricordava bene. A partire dall’incidente di Lovati, il commissario Montrui aveva lasciato quasi sempre a lui le indagini sugli scontri, i piccoli atti di vandalismo, le ingiurie e le battaglie a colpi di social network che avevano per protagonisti le due nuove fazioni di Poggio Marzio: emo contro zarri, i diversi ed emarginati contro i modelli, i vincenti di sempre. Cose da ragazzi, cose da scuola superiore aveva minimizzato Montrui. Intanto però c’erano stati l’incidente Lovati alla Gotha, la violenza di gruppo su Donatella Viri, denunciata in seguito, e il sequestro e omicidio di Cristina Adolfi. E poi la morte terribile di Melissa Brandi, calpestata dai suoi compagni, e tutte le vittime dovute al delirio di un ragazzo armato su di giri che aveva sparato ad Emilia, a Ottavio Lanza e allo stesso Alex Smicchi, tradito così dal suo migliore amico. C’erano tutti, sulla stele. Lorenzi sospirò e rimpianse di aver smesso di fumare da appena quattro settimane. “Immagino non sia un caso neppure il fatto che oggi sia fissato il discorso del sindaco” buttò lì a mezza voce. Imposimato sbuffò con l’aria soddisfatta e gli occhi ridotti a due fessure per il brillio del sole sulle onde. “Eh no, neanche qui c’è il caso. Il ragazzo era intelligente e avrà programmato tutto per andarsene via sul più bello. Proprio quando tante belle parole verranno spese per dare un nuovo corso alla vita cittadina. E quando sono mesi che la nostra bella gioventù poggese sembra tornata alla caccia alle fighette e alle gare in motorino, ecco che ZAC!” e qui il vecchio tagliò l’aria in linea retta col beccuccio della pipa, “ZAC che ti rimpiomba tutto a cinque mesi fa, quando anche a sedici anni eri abbastanza vecchio per doverti guardare le spalle e doverti scegliere un gruppo d’appartenenza che ti salvasse la pelle.” “Non la sta facendo un po’ troppo tragica?” “Tragica? Io al De Medici c’ho un nipote, vicecommissa’. Quello è appena uscito dalle medie e già la domenica mi viene tutto eccitato a dirmi quello che combinano i suoi compagni delle classi più alte. Roba da farti rizzare i capelli sulla testa. E badi che non le dico nulla solo perché sta in polizia, se no…” Rise solo Lorenzi, a quella botta di sincerità. Poi decise di togliersi un altro sfizio prima di congedarsi, forse spinto dalla loquacità un po’ nervosa del vecchio pescatore. “Lei crede che Matteo Gaddi avesse qualcosa sulla coscienza? Voglio dire, oltre che il dolore per la perdita della sua… fidanzata.” Il vecchio tossì e sputò, preso da un irrefrenabile attacco di risa. “Fidanzati! Ma lei ce lo vedeva quel Matteo assieme alla Ottardi? No, dico: manco la bella e la bestia! Li doveva vedere quando vennero qui la prima volta. Ci rimasi male perfino io, che di coppiette romantiche sulla spiaggia ne ho viste a centinaia!” “Ok, ok. Mi dica solo, in via del tutto informale ovviamente, lei pensa che Gaddi avesse avuto davvero a che fare con l’incidente di Edoardo Lovati?” Imposimato lo guardò incuriosito, poi scrollò le spalle come per ribattere che quella storia andava ben al di là del suo interesse e della sua capacità di deduzione logica. “Se dico ancora una volta che niente è per caso, finisce poi che le ingarbuglio ancora di più le carte in tavola, eh vicecommissa’?” Il proprietario della Gotha, centodieci chili di simpatia e un metro e settanta di cazzi miei – così si presentava, esilarante, alle serate – era già a tavola per la colazione quando sua figlia Carol irruppe in cucina con la notizia della giornata. Maurizio Lanza non era mai stato mattiniero ma quella domenica, d’accordo con la moglie Giulia, aveva puntato la sveglia alle otto per impedire a Carol di uscire di nascosto e partecipare alla cerimonia in municipio. Era stato fin troppo attento, dopo che la figlia aveva terminato le scuole medie, che non frequentasse le stesse amicizie del fratello Ottavio. “E infatti hai visto com’è finita. L’abbiamo perso. Ce l’hanno ammazzato” aveva ripetuto per giorni alla moglie. Per lungo tempo si era anche imbottito di tranquillanti: in qualsiasi momento e prima di uscire la sera o di pomeriggio per incontrare i PR e pianificare le serate alla Gotha. La discoteca gli era fruttata ancora di più da quando Edo Lovati, anche lui della stessa scuola di Ottavio, vi era morto spiaccicato nella sala grande. E, guarda caso, i guadagni si erano triplicati dopo che la strage del sei gennaio gli aveva falciato il figlio primogenito. Ma si sa, la gente ama il sangue, le tragedie; è attirata dal dolore altrui come le mosche dal sudore. La gente non distingue tra un appassionante episodio di fiction alla tv e una catastrofe reale nella città. Viene a ballare apposta per vederti soffrire e compatirti e non capisce che a morire ucciso da un colpo di pistola al polmone è stato il sangue del tuo sangue. “Bada che Carol non entri in nessuno di quei fottutissimi gruppi. Sennò le torco il collo. Controllale le telefonate, e dove va la sera con le amiche.” Dall’inizio dell’anno i controlli di Maurizio sulla vita della figlia erano divenuti esasperanti. Aveva il terrore che qualcuno là fuori stesse tramando per portargli via anche lei; come se qualcosa covasse nell'ombra… qualcosa che si era meritato. Carol si era iscritta all’Istituto Professionale di Poggio Marzio, ma le amicizie negative erano sempre dietro l’angolo. Nonostante i primi tempi avesse protestato a tutto spiano, non le era stato consentito neppure di mettere lo zampino in discoteca. “Non fa per te, angelo. Quello è un posto da troiette” le diceva per tenerla buona. E intanto gli tremavano le ginocchia sotto il giornale e sentiva ai testicoli il pizzicore della trasgressione. Perché in quelle sale tappezzate di velluto, alla Gotha, lui diventava il demonio; era il suo personale regno degli orrori. Dopo l’atto folle di Gianni Hartwig qualcosa, tuttavia, era cambiato. E quella mattina sarebbe cambiato ancor di più. Alla tv il telegiornale riportava le solite promesse politiche. Ma Maurizio spalmava il miele sulle sue dieci fette biscottate senza fare attenzione alla voce ovattata del giornalista. Aspettava Carol per vederla in pigiama, e nient’altro. “Il caffè è quasi pronto” annunciò la moglie, squadrandolo un po’ stranita. “Uhm!” stava bofonchiando il Lanza, quando Carol fece il suo ingresso di furia, tutta acchitata e pronta per uscire. Reggeva il telefonino con due mani, incredibilmente intenta a rispondere a un messaggio. Non aveva neppure detto buongiorno e non si era accorta del padre seduto a tavola. “Non si saluta?” chiese Giulia, preoccupata. “Che devo salutare, ma’? Ti saluto quando esco.” “Eravamo d’accordo che non si usciva, stamattina. Potrebbero esserci casini in città, e al Municipio sicuramente qualcuno farà scoppiare disordini. E per favore… stacca gli occhi da quel telefonino!” Carol premette invio, e neppure cominciò a rispondere “Ma…” che vide suo padre, seduto dalla parte opposta del tavolo circolare, che la guardava come se allora allora gli fosse apparso il figlio defunto, pronto per uscire a farsi ammazzare per la seconda volta. “Buongiorno, pa’.” “Avevo ragione. Per quanto mi riguarda, puoi anche filartene in camera tua e levarti quegli orecchini da puttanella” fu la risposta. “Ma pa’, tu non sai…” “Ma pa’ un cazzo! Si obbedisce, quando i tuoi genitori ti chiedono una cosa dal giorno prima!” Sbatté i pugni sul tavolo sbriciolando un paio di fette, ma era troppo pesante per alzarsi in piedi con la stessa furia. Rimase con una chiappa che gli sporgeva libera dalla sedia e con l’altra incollata per metà sul cuscinetto; la posizione era talmente comica che Carol dovette premere un po’ di tasti alla cieca per distrarsi ed evitare di ridergli in faccia. “Lo sai che è successo a tuo fratello? Lo sai quello che gli hanno fatto, no?” La ragazzina impallidì sotto il fard, poi rispose con la voce acuta che tremava di rabbia. “Ma perché devo averci la colpa io? Se era mamma, mi faceva uscire.” “Se era mamma un cazzo! E levati quel cellulare dalle mani!” “Ma tu non sai la notizia! Stamattina presto…” “Metti il pigiama, poi vieni e me lo racconti.” Carol sbuffò, per nulla rassegnata. “Non voglio andare al municipio, ma alla spiaggia dove sta l’altare!” “E che mi frega. Ci andrai domani.” La ragazzina dovette tornarsene in camera e cambiarsi, struccarsi, spettinarsi, intristirsi, prima di tornare in cucina dal suo caffellatte e biscotti. Aveva pure avuto il tempo di avvertire le amiche che dava loro buca per quella domenica, causa padre mattiniero e rompicoglioni. La ragione del frenetico messaggiare di quella mattina, Carol la spiegò in un attimo. Suo padre tentò disperatamente di assumere la consueta espressione disillusa e superiore di fronte alla seconda tazzina di caffè. Le parole gli entrarono dentro come mille stilettate di ghiaccioli appuntiti. Matteo Gaddi. Morto, forse suicida. “Chi te l’ha detto? Ma stai parlando di quel ragazzo scomparso? Quello che era amico di Ottavio?” chiese Giulia, dopo aver fatto cenno alla filippina di sparecchiare e caricare la terza macchinetta di caffè. “Sì, quel Matteo Gaddi, mamma. Ma non mi senti? Ci poteva stare un altro capace di una cosa così? Gliel’ha messo nel culo a tutti!”
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