“Carol!”
“È stato il messaggio di Clarissa, io che c’entro.”
“E tu non imitarla, no? Ma come… dove?”
“Come io non lo so, visto che qualcuno mi ha quasi rispedita a letto. Dove, te l’ho già detto. Alla spiaggia dell’altare, quella dove sta la foto di tutti i… insomma, le loro foto. La notizia gira che saranno due ore. Ormai saranno tutti lì.”
Maurizio ascoltava e cambiava canale in continuazione. Nessuna notizia neppure sulle tv locali. Possibile che fosse stato uno scherzo? Uno scherzo di cattivo gusto, o forse una trovata di quel ragazzino che aveva rischiato di mandargli la vita a rotoli. E con la vita la discoteca, la famiglia, la sua stessa salute mentale. Perché il tumore pulsante che covava e carezzava e nutriva alla Gotha aveva rischiato di varcare le mura foderate della discoteca per riversarsi in città e inghiottire tutto il resto della sua quotidianità.
“Ti stanno a prendere per il culo. In tv non ne parlano” disse a bruciapelo, guardando fisso la figlia con le labbra carnose che gli tremavano.
Giulia gli lanciò occhiate di rimprovero, indicando al contempo la filippina che dava loro le spalle.
“Ma papà, Clarissa le balle non me le racconta. Ti dico che era lui; la polizia è stata avvisata questa mattina da uno che abita da quelle parti e che passava di lì…”
“Si è informata tanto, la tua amica.”
“Perché non avrebbe dovuto? Lei era già uscita per prendersi i posti migliori in piazza…”
Maurizio stava per replicare quando il suo telefonino cominciò a squillare. E non era quello di lavoro, ma l’altro con la scheda personale. Un numero che oltre ai suoi familiari più stretti avevano solo gli amici intimi. E molti amici conoscevano Matteo, alcuni l’avevano oltraggiato assieme a lui.
“Vado a rispondere di là. Puoi farmi portare la tazzina quando ho finito?” disse alla moglie, faticando ad alzarsi dalla sedia.
Aveva le gambe molli e il cuore che batteva all’impazzata; forse perché aveva bevuto troppo caffè, o perché non era abituato ad alzarsi prima di mezzogiorno.
“Ah…! E tu… non azzardarti… ad uscire” raccomandò alla figlia, col respiro che ormai gli si era fatto corto.
“Ma che cos’ha?” domandò Carol alla mamma sgranando gli occhi e toccandosi la tempia col dito indice.
“Questo Matteo era il capo del gruppo di Ottavio. Forse gli sarà venuto in mente qualcosa di lui, di tuo fratello.”
Giulia avvertì la filippina di aspettare a versare il caffè; la voce le si era incrinata e un’ombra era scesa sul volto ancora macchiato di mascara di sua figlia. D’improvviso la tv era diventata troppo rumorosa.
Maurizio arrivò in camera da letto che il cellulare aveva già smesso il suo cicalio. Imprecò a mezza voce, poi cercò il nome registrato: Greco. Era lui, il suo PR. Si stava realizzando, a velocità vertiginosa, tutto quello che aveva soltanto immaginato durante i pochi minuti che erano trascorsi dalla scioccante notizia di Carol.
Cristo Santo, fa’ che non sia stato lui. Fa’ che non sia stato il Greco, si ritrovò a pensare con le dita grassocce che cercavano a fatica il tasto giusto per la richiamata automatica. Uno squillo, due, poi la voce roca e familiare rispose eccitata.
“Aò, ma dormivi? Che, hai saputo?”
“Ho saputo… da amici.”
Quello non doveva neanche sapere che aveva una figlia. Carol e il Greco appartenevano a due dimensioni diverse, tra le quali solo lui, in prima persona, era l’unico punto comune.
“Allora, ci siamo tolti un bel peso, eh?”
“Armando… senti, ma tu mica…”
C’entri niente?, non fece in tempo a dirlo. L’altro sospirò così forte nel microfono.
“Eh, Mauri’, Mauri’. Ci sono cose che vanno fatte, per il bene di tutti.”
Gli occhi di Maurizio si riempirono di lacrime, il respiro tornò a farsi corto.
“Ma… non potevi…. senza dirmelo… come ti è venuto in mente di…”
Poi la risata dall’altra parte: prima una serie di singhiozzi acuti come quelli di un uccellino, poi attacchi catarrosi di riso burlone, contagioso, liberatorio. Era il marchio del Greco.
“Ma che cazzo ti credi? Mi ci vedi a far fuori un bamboccio psicopatico come quello? Pensa che neanche più lo farei succhiare, un mostro così. Pronto? Oh, Mauri’, sei vivo? Aò?”
Maurizio aveva ripreso un po’ di colore. Stette a fissare l’aggeggio parlante, come imbambolato, poi esplose col tono di una vecchia grassona isterica:
“Mi ci vuoi far morire? Non lo sai che c’ho due bypass? A momenti mi facevi secco, coglione!”
“Eh! Perché non ti vesti e vieni a sentire l’ultima? Pare che si sia fatto sciogliere la faccia. Era conciato da far schifo.”
“Non permetterti di… parlare di lui in questo modo.”
“Mauri’, ma che ci pensavi ancora? Quello era un pazzo, chissà come aveva in mente di fartela pagare. Dai retta a me, ha fatto la cosa giusta. Si è tolto dalle palle.”
Se Giulia fosse entrata in quel momento, avrebbe trovato la faccia del marito ridotta a una vaporiera rosso incandescente; mancava solo che gli uscisse fumo dalle orecchie. Era esterrefatto.
“Io gli volevo bene! Nonostante tutto, non l’avrei abbandonato!”
Lo disse più a se stesso, per imporsi di star calmo. In effetti, al Greco non importava poi molto. Certo, c’era stato anche lui quella serata maledetta di tanto, troppo tempo fa. Ma il Greco era un figlio di buona donna, nonché suo miglior PR. No, lui non aveva tutte le colpe. Maurizio gli disse che sarebbe sceso tra un’ora; il tempo di mettere a posto la scaletta della settimana – e i mille pensieri neri e viola che gli turbinavano nel cervello – e poi di riassorbire quel lutto inaspettato. Perché era vero: a Matteo, nonostante tutto, lui voleva bene. Sebbene avesse avuto l’impressione di non aver mai conosciuto la sua vera identità, a buon diritto quel ragazzo sarebbe dovuto entrare nella leggenda di Poggio Marzio.
Qualcuno bussò alla porta, Maurizio trasalì.
“Tesoro? È pronto il caffè.”
“Dopo, lo prendo prima di uscire. Tienimelo caldo.”
“Ma che è successo? Chi era?”
“Un attimo! Ti ho detto!”
“Ok…!”
I passi si allontanarono, Maurizio avviò il pc portatile per controllare la posta, come faceva ogni mattina prima di uscire. C’era un messaggio non letto nella posta in arrivo. Poteva essere qualche agente che gli confermava la presenza del suo artista in una certa data o qualche fattura mai arrivata o, peggio, qualche fornitore che denunciava in codice una partita di LSD mai pagata. Al proprietario di una delle discoteche più alternative della regione queste disattenzioni potevano costare molto, anche troppo.
Ma il mittente superò tutte le sue speculazioni più fantasiose. La lettera gliel’aveva spedita un fantasma. Il nome di Matteo campeggiava in cima al messaggio e il brivido che percorse la schiena del grassone fu solo l’inizio di una sensazione di malessere che sin dalle prime parole gli strinse il cuore – e i testicoli avvizziti, inerti e ridotti a due noccioline – in un’insopportabile morsa di gelo.
Caro Maurizio,
scrivo nell’ultimo giorno della mia vita che non può più continuare perché non riesco più a respirare, i polmoni sono secchi e il cuore è fermo già da tempo. Ho provato a vivere da morto, ma si fa troppa fatica. I morti dovrebbero starsene buoni a dormire nella loro fossa, invece di vagare di notte sotto casa tua, come faccio io ormai da cinque notti. Lo sai che hai una bella figlia? E una moglie che non ti somiglia affatto? Lei è bella, tanto più giovane, e pare anche buona. È un peccato che abbia sposato un porco deviato. Lo sai che quello a cui mi sono ridotto lo devo a te, non è vero? Lo sai che mi hai distrutto la vita, mi hai iniettato una goccia di veleno che mi ha infettato il sangue e quando è arrivata al cuore mi ha trasformato in un mostro? Puoi gridarlo a tutti, adesso che non ci sono più. Sono un assassino. L’ho ucciso io Edoardo Lovati, ma solo perché volevo schiacciare la bella faccia di Gianni Hartwig. Poi però il suo amichetto si è messo di mezzo. Se avessero dato la colpa a te, sarebbe stato tanto di guadagnato.
Dimmi, Maurizio. Tu credi che i fantasmi esistano? Forse continuerò a starmene appostato sotto casa tua, anche adesso, come se avessi un corpo e tremassi tutto all’idea di fartela pagare. Sì, per farla pagare a te. Perché la morte di tutti quei ragazzi, anche di tuo figlio, sta sulla tua coscienza, adesso. Se non mi avessi avvelenato l’anima, a quest’ora Poggio Marzio sarebbe libera dall’ombra di morte che gli è calata sopra. E da oggi in poi la tua coscienza sarò io. Se potessi, ti sveglierei ogni notte per portarti di peso sulla spiaggia e impalarti su quell’obelisco alla memoria. Godrei delle tue grida mentre le carni ti si squarciano e il sangue ti scoppia dalla bocca e gli occhi ti si rivoltano nell’agonia. Sì, questa sarebbe una punizione sufficiente per mondarti delle tue colpe, del tuo animo nero come la mezzanotte, la stessa in cui io rimango per sempre, ad aspettarti…
Non c’era neanche la firma. Maurizio premette l’opzione per il delete; poi andò col cursore nella cartella dei file eliminati e svuotò pure quella. Poi cercò i brevi messaggi di un Matteo Gaddi del passato, uno fatto di coca e in crisi d’astinenza, e li cancellò meticoloso, uno dopo l’altro.
Ecco fatto. Non c’era più traccia di Matteo nella sua vita.
Si alzò adagio, andò verso il letto disfatto, ci si infilò lentamente e si rannicchiò sotto il lenzuolo leggero. La striscia di luce sotto la porta era interrotta; qualcuno era lì dietro. Sentì la maniglia girare. Maurizio chiuse gli occhi e aspettò.
Quando una mano gli si posò sulla spalla enorme e molliccia, gridò con quanto fiato aveva in corpo. Qualcun altro urlò con lui. Giulia. Poi ci fu dolore; la tazzina di caffè bollente si era rovesciata sul lenzuolo, scottandogli la coscia. Ma, al posto del bruciore, Maurizio sentì solo un tocco gelido di dita morte. Era il benvenuto del capo degli emo: ora non l’avrebbe più lasciato.
“È colpa mia! È tutta colpa mia, Nica! Avrei dovuto aspettarlo qui. Lo sapevo che prima o poi sarebbe venuto… e non ha trovato nessuno!”
Al tramonto c’erano ancora molti curiosi in spiaggia. Qualcuno aveva già dato un’occhiata oltre il nastro segnaletico che limitava la zona d’accesso all’obelisco ma poi era tornato indietro quando si era accorto che non c’era nulla di nuovo da vedere. La sabbia, spazzata via dal vento, aveva coperto anche le ultime tracce di sangue. Così gli altri avevano preferito godersi il cielo che scuriva all’orizzonte, mentre il sole si spegneva dietro le villette a ponente.
Solo due ragazze, le vecchie compagne di classe di Matteo e sue migliori amiche, si trattenevano di fronte a quel rettangolo di sabbia. Pareva un parco giochi per bambini invisibili, anziché la scena di un atto terribile.
“Non è colpa di nessuno. Stava male, e non ha chiesto aiuto. Ci ha cacciate fuori dalla sua stanza e l’ha fatto più di una volta. Ricordi?” cercava di tranquillizzarla Nica, mentre l’altra, Laura Villani, si premeva forte il fazzoletto sotto gli occhiali.
“Lui voleva che lo seguissimo, qualunque cosa facesse. Non voleva sentirsi solo… ma era troppo orgoglioso per chiedere aiuto.”
“E che avremmo dovuto fare? Seguirlo di nascosto notte e giorno? Come minimo ci avrebbe insultate.”
Laura scuoteva la testa, per nulla rassegnata. Nica l’abbracciò forte, baciandole i capelli che da qualche mese erano tornati castani, seppur sciupati da un’infinità di tinte pazze e fluorescenti.
“Ora mettigli la foto, ok?”
“Ok.”
Si guardarono intorno frettolosamente, ma nessuno veniva da quella parte. Laura si abbassò e passò sotto il nastro a strisce bianche e rosse, corse in punta di piedi verso il cancello e attaccò la foto alla rete di metallo, assieme a tutti gli altri cartoncini sbiaditi dal sole e dalle intemperie. La fissò con una spilla a forma di luna, poi premette un dito alle labbra e lo posò piano sul ragazzo immortalato. Era un banalissimo ragazzo con gli occhiali, magro e con l’aria un po’ mogia e annoiata. Aveva una massa di capelli castani e in disordine che gli pioveva sugli occhi. Pareva dire: ok, hai messo la foto, ora mi lasci in pace per favore?
“Ricordi che bella luna c’era ieri sera?” riprese Laura, di ritorno dalla breve missione.
“Come no. Luna piena. Lui…”
“A lui piaceva un sacco. Già.” Sospirò ancora e si sforzò di continuare. “Secondo me si è… secondo me l’ha fatto a mezzanotte.”
Nica non rispose. Semplicemente la guardò e tornò a stringerla forte tra le lacrime.