UNA PROCESSIONE DI MASCHERE-1

2016 Words
UNA PROCESSIONE DI MASCHERE La vita è come un corteo di maschere, e lo guida la fortuna. Al De Medici tutti gli studenti del secondo liceo, sezione A, erano impegnati nel compito in classe e studiavano attenti, disperati o distratti, la versione di greco. Il professor De Masi dava l’impressione di sudare con loro; il capo chino sul libro di letteratura, preparava la lezione per l’ora seguente. Come sempre, rimaneva immobile, con il capo stempiato e dal riporto evidente rivolto verso la classe. In realtà, bastava che volasse una mosca, un solo sussurro e la testa scattava, alzandosi a tradimento, sorprendendo l’espressione disperata di qualche furbo che tentava di carpire un suggerimento dal compagno della fila accanto. “Smicchi!” gridò con gli occhi miopi fuori dalle orbite. I suoi occhiali erano spessi e ridicoli. Anche i più concentrati lo guardarono terrorizzati mentre, con una smorfia di soddisfazione per averlo pizzicato, invitava il nominato alla cattedra. “Solo un tardone come Alex poteva caderci, nella trappola del quattrocchi.” sussurrò Veronica Bandini, per gli amici solo Nica, alla compagna di banco. Laura quasi scoppiava a piangere su una parola che neppure trovava sul dizionario. Era un verbo o un aggettivo? E intanto annuiva alle osservazioni dell’amica aspettando la scenata imminente del prof, mentre avrebbe voluto bruciare il foglietto della versione e gettarlo nella tazza del cesso. Smicchi fu costretto ad attraversare la classe intera visto che occupava, insieme a Gianni Hartwig, l’ultimo banco della fila centrale, per poi fermarsi davanti alla cattedra, col compito nemmeno iniziato stretto fra le mani, in attesa di giudizio. “Allora, cosa c’è che non va?” chiese lieto l’insegnante, come se quella fosse una rilassante mattinata in piscina e uno di loro si fosse messo d’impegno per disturbare la pace dei compagni. De Masi scambiò uno sguardo d’intesa col ragazzo occhialuto al primo banco che lo ricambiò con la stessa complice perfidia: ecco il leccaculo della classe. “Chiedevo solo un’altra penna, professo’.” “Chiedila a me, la prossima volta. E possibilmente dopo esserti accorto che l’inchiostro è finito. Non hai nemmeno cominciato a scrivere la brutta!” Ci fu qualche risatina di sottofondo. In realtà tutti erano terrorizzati dal modo in cui il professore di latino e greco signoreggiava sulla sezione A. C’erano state crisi isteriche tra le ragazze già un anno prima , quando avevano scoperto la reputazione di cui De Masi godeva tra i suoi studenti. Il motto del prof era: calma e sangue freddo. Calma nell’attesa del tuo turno – perché quello prima o poi arriva sempre – e sangue freddo perché quello ti servirà quando verrai offerto in sacrificio all’altare della lingua morta, scuoiato per il personale ludibrio dell’insegnante e poi rimandato a posto con un voto pessimo, inevitabilmente inferiore a quello precedente. “Lui non ti mette mai un due, la prima volta, perché già si immagina il voto al ribasso dell’interrogazione successiva.” aveva detto una volta Laura a Nica, dopo una disastrosa versione di latino classico. Alex tornò a posto per nulla turbato, tra gli sguardi ammirati delle compagne e del gruppo di somari all’ultima fila. Ormai loro alle minacce del prof avevano fatto l’abitudine; tanto un tre o un quattro non facevano differenza, pure se carichi di rimproveri o di umiliazioni. Meglio sopportare con pazienza e dignità gli ultimi due anni: all’università sarebbe stata tutta un’altra storia. “Allora? L’hai passata al Secchio?” “Certo, tranquillo.” “Ok, ok. Gli conviene sbrigarsi, altrimenti…” Gianni strinse il pugno e lo mostrò ad Alex, che si stava rimettendo a sedere mostrando a tutti l’espressione più innocente che conoscesse. Aveva preso due piccioni con una fava: si era salvato la pelle con De Masi e in più aveva gettato di sfuggita la pallina di carta che gli aveva affidato Gianni. Questa era caduta sul banco del Secchio che l’aveva squadrata come un reperto marziano atterrato lì dagli abissi insondabili dell’universo. Proprio lì, dove a lui non poteva fregare di meno. “Tranquillo, sa cosa lo aspetta se non ti risponde. – scandì Alex a labbra strette, per rassicurare Gianni che, come lui, sul foglio del compito non aveva scritto altro che il proprio nome e il titolo della versione, tratta dal Menippo o la Negromanzia di Luciano di Samosata. Il Secchio, diminutivo di secchione, ma assai più offensivo perché secondo Hartwig stava a indicare un oggetto quasi inutile, spesso preso a calci, era Matteo Gaddi. Il primo banco della classe, quello più appiccicato alla cattedra e assegnato per tradizione al cocco degli insegnanti, gli apparteneva di diritto. Era lui a fare il bello e il cattivo tempo in classe quando, durante le interrogazioni, poteva scegliere se suggerire o meno all’agnello sacrificale cui era toccata la triste sorte di mostrare al mondo la propria mediocrità in filosofia, italiano, storia o scienze che fosse. Matteo Gaddi sorrideva solo agli insegnanti e, di solito, apprezzava particolarmente tra loro quelli più duri e ligi al dovere. Tutti gli studenti, anche i più bulli e gradassi, strisciavano di fronte a loro e lui, nel profondo del cuore, si immaginava al posto di un De Masi, con tutti quei perdenti – oh, a scuola, beninteso, ma così meravigliosi nella vita fuori dalla scuola, la vita vera… – che si umiliavano inchinandosi fino alle scarpe per un mezzo voto di più, o una sufficienza sganciata nel cappello come uno spicciolo superfluo. Allora quel dolore forte che a volte lo prendeva alla bocca dello stomaco si dileguava e si trasformava in un’euforia tremenda, delirante; la stessa che, secondo lui, avevano sperimentato i tiranni di tutto il mondo all’apogeo della gloria. Lì, nella seconda A del liceo De Medici di Poggio Marzio, Matteo poteva mostrare al mondo le sue doti. Si sentiva ammirato, invidiato, riverito dai ragazzini del ginnasio tra cui si decantavano le sue lodi e i voti eccellenti e guardato con rabbia, a stento contenuta, da tutti quelli che disperatamente tentavano di eguagliarlo in una qualsiasi materia, senza riuscirci. Certo che no… perché a ciascuno è affidata una maschera, e a lui era toccata quella del genio. Nello sguardo scambiato con De Masi c’era questo, e forse molto di più. Matteo covava sotto il palmo della mano, lì accanto al dizionario, la pallottola che gli aveva passato Smicchi. Gli era assolutamente indifferente. A volte la stupidità dei suoi compagni di classe continuava a sorprenderlo; dovevano saperlo, ormai, che lui non amava passare le versioni o i compiti d’italiano. Matteo li giudicava una cosa così privata e intima, un’occasione così unica per sfoggiare la propria cultura e sensibilità artistica, che passare ad un altro una sola idea o riflessione sarebbe stato come tradire la fiducia che da sempre gli veniva tributata da maestri e insegnanti di ogni grado accademico. Indeciso tra il lasciar cadere il foglietto in terra e far finta di nulla oppure rispedirlo al mittente con uno sguardo duro di rimprovero, da professore, alla fine vinse la curiosità e Matteo lo spiegò tra le dita della mano. Era una banale richiesta di traduzione di tutto il secondo rigo della versione. La grafia non era quella di Alex, né quella di Francesco Telluri, altro incline alle richieste d’aiuto fuori luogo. C’era la firma. Matteo sgranò gli occhi e per un attimo fu terrorizzato che il professore potesse sorprenderlo così, con l’arma del delitto nascosta nel pugno, per la prima volta colpevole. Sbiancò, ingurgitò saliva, tornò a guardare… poi uno strano sorriso cominciò a dipingersi sulle sue labbra pallide e sottili. La ragazza, una sedicenne bruttina e anonima, che occupava il banco con lui si voltò a osservarlo quando non lo vide più scrivere sul foglio; ne aveva già riempito uno di grafia minuta ed elegante, ma era strano comunque che Gaddi si prendesse quelle pause ingiustificate; ai compiti in classe era sempre una macchina da guerra. Poi lo vide sorridere, rabbrividì e pregò in cuor suo che giungesse in fretta l’intervallo, per liberarsi da quell’orribile sensazione che provava quando lo sorprendeva nelle sue – affatto rare – espressioni di onnipotenza. Gianni intanto fremeva, e aspettava. Di tanto in tanto dava dei colpi al compagno di banco col ginocchio e non lasciava concentrare neppure lui. Matteo aveva smesso di scrivere; lo vedeva di spalle, con quei suoi capelli crespi e arruffati, lunghi da finocchio, e la camicia sempre abbottonata fino al collo, che gli stringeva la gola al punto che lui, Gianni, si sentiva soffocare al posto suo. Si faceva quasi un dovere di non assomigliare al Secchio. Fisicamente, la natura l’aveva favorito, eccome. Forse perché figlio di padre tedesco, aveva ereditato i capelli d’oro scuro, gli occhi azzurri, il fisico imponente di certi bei ragazzi anglosassoni da copertina. Persino i suoi amici gli si tenevano stretti perché accanto a lui potevano brillare di luce riflessa. Se pure, per completare un suo intimo percorso di perfezione assoluta, avesse potuto applicarsi di più nello studio – e avrebbe potuto farlo benissimo perché, a differenza dei suoi compagni di baldorie, era un tipo sveglio e a suo modo brillante – uno dei suoi punti fermi era che i libri servivano fino a un certo punto, nella vita reale. L’essenziale era terminare decorosamente la scuola e, allo stesso tempo, arrivare pronto e attento agli esami ben più importanti che il destino preparava dietro l’angolo. Il mondo era una marea di prove in cui amicizia, amore, passione, spirito di competizione contavano molto più che un banale autore morto da millenni. Quella versione di greco mal compresa era solo un piccolo intoppo prima dell’intervallo, quando finalmente avrebbe rivisto lei, la reginetta di bellezza dell’istituto. Magari avrebbe potuto addirittura prendere un bel voto, se quell’idiota in prima fila si fosse deciso a ripassargli il foglio. Magari chissà, l’avrebbe ringraziato permettendogli di tornare a casa per una settimana senza trovare un messaggio anonimo d’insulti su f*******:. Matteo continuava a non scrivere. A un certo punto Gianni lo vide alzare del tutto il capo, aspettare di incrociare lo sguardo di De Masi, fargli un cenno impercettibile – di spalle, vide solo la massa di capelli spostarsi impercettibilmente. Terrorizzato, assisté al cipiglio curioso del prof che appariva, come una nuvola nerissima e improvvisa, dietro gli occhiali. L’uomo richiuse il libro che stava studiando, si alzò e lasciò la cattedra diretto al banco del suo beniamino. In men che non si dica aveva il foglietto di Gianni tra le mani. “Bastardo. Fottuto di una spia. Io lo uccido, giuro che lo uccido.” mormorò Hartwig quasi ad alta voce, coinvolgendo nella sua ansia straripante le due ultime file di banchi. Era troppo tardi; anche la vendetta gli sembrava troppo lontana di fronte a quello che sarebbe potuto accadere di lì a breve. E dire che aveva scritto il suo nome su quel lurido pezzo di quaderno… perché diavolo l’aveva fatto? Forse per indurre quel Secchio di merda a collaborare, a venir meno ai suoi principi da frocetto solo perché lui, Giovanni Hartwig, capo del più esclusivo club della scuola e della gioventù di Poggio, glielo chiedeva? Dall’altro lato della classe, la nube tonante si avvicinò, spinta dal vento della punizione e della pubblica esecuzione. No, a Gianni non importava quello che il coglione De Masi potesse dirgli o minacciargli. A lui bruciava il fatto di essersi messo nelle mani di un coetaneo che, proprio di fronte ai suoi amici, si era permesso di trattarlo come uno stupido, di incularlo a piacimento senza che lui nell’immediato potesse neanche mandarlo a cagare. “Allora, è così che ci impegniamo? Proprio tu poi, che mi avevi promesso di dare il meglio sin dal primo trimestre? Cominciamo proprio bene, Hartwig. Proprio bene.” Non si capiva se De Masi apparisse così soddisfatto perché aveva beccato in fallo lo studente più alla moda e prestante della classe, o se perché ancora una volta aveva dimostrato che nessuno poteva permettersi di fargliela sotto il naso, soprattutto col trucchetto più collaudato del mondo. Tuttavia, il sorriso gli sparì presto dal pizzetto; Gianni non gli diede la soddisfazione – viso pallido, espressione mortificata, occhi lucidi e pronti a lacrime di vergogna – che si aspettava.
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