Italia - Roma, Mercoledì 18 maggio 2011. Studio Medico Associato. “Elisangela e Raffaele Fiorilli”
Da poco meno di dieci mesi erano tornati dal Brasile, Elisangela e Lele. Avevano celebrato il loro matrimonio “alla chetichella” a Roma, in forma molto privata e lontano da sguardi indiscreti.
Gli unici invitati furono alcuni companheiros della passata avventura brasiliana: Licia e Giannetto Giannini, giunti da Sorrento; Gano Garagnone e Natascia Reggiani, nonché Learco Learchi, che si trovavano, in quel periodo, in Italia e Francesca Salvadori che lavorava, come giornalista, di “Eco della Capitale” ed abitava nella “città eterna”. Quanto ad Heloísa de Souza e Fra Giacomo non ne avevano saputo più nulla dopo la scomparsa del povero Attilio Sannito. Elisangela e Learco sapevano bene dov’era andato a finire il buon frate, ma si guardarono bene dal rivelarlo a chicchessia. Il Professor Raffaele Fiorilli, Lele per gli amici, aveva deciso di ritornare all’antica professione di “strizza-cervelli” che esercitava nello studio, che era stato già suo e poi ceduto alla collega che doveva diventare all’attuale moglie.
«È stato un matrimonio d’interresse: mi sono riappropriato di ciò che mi apparteneva, sebbene pagatomi, prima, molto… ma molto profumatamente!» così rispondeva, celiando, a chi si complimentava con lui sia per il matrimonio sia per il ritorno alla propria attività professionale.
La vita aveva ripreso a scorrere normalmente: forse un po’ troppo. I giorni si susseguivano gli uni agli altri, sempre uguali con monotonia. Dopo aver vissuto qualche mese in Brasile è difficile riadattarsi ai ritmi ed allo stile di vita europei. A volte, la sera, quando dalla terrazza di casa loro osservavano lo spettacolo di Roma illuminata, Elisangela e Lele sorseggiavano una “batida de coco e cachaça” ed il loro ricordo andava all’altro capo del globo. Un sottile malessere malinconico faceva emergere la saudade: il mal del Brasile, molto simile al mal d’Africa, più facile ad immaginarlo per chi, laggiù, ci è stato veramente. Il quel Mercoledì mattina, mentre pensava a tutte le cose accadute nell’ultimo anno, Elisangela percepì una chiamata telepatica dal Cielo.
«Non è possibile, non ho più quel dono celeste!» Si disse pensierosa.
Poco dopo risentì, nuovamente, l’impulso di chiamata: esattamente come ai vecchi tempi e le parve di riconoscere la voce di Pietro, in lontananza. Fece un grande sforzo di concentrazione e provò a comunicare.
«Non so se è vero… Pietro, sei tu che mi stai chiamando?»
«Sì, Elisangela, son proprio io: Pietro detto Fra Giacomo» le rispose dal cielo, ridacchiando.
«Com’è possibile che io possa comunicare con te? Di questo potere ero stata privata!»
«Lo eri! Ora non più: ce l’hai di nuovo. Il Capo ha voluto ridartelo.»
«Mi ha ridato, anche il dono, della lettura del pensiero e quello della divinazione?»
«No! Quelli non ti sono stati concessi, ma puoi ritenerti soddisfatta così.»
«Da cosa nasce tanta grazia?»
«Non è un dono disinteressato. Presto entrerai, di nuovo, nel “grande gioco”.»
«Di quale partita si tratta, questa volta?»
«È sempre la stessa, contro l’eterno avversario.»
«Dove si svolgerà l’incontro?»
«Nuovamente in campo neutro: in trasferta nella terra brasiliana.»
«Sai dirmi qualcosa di più?»
«Per ora ho l’incarico di preannunciarti quel che ti ho detto ed anche il fatto che, presto giungerà da te Attilio.»
«Attilio Sannito, il bancario?»
«Sì, ma con altro nome ed altro aspetto: ci stiamo lavorando sopra. Quando giungerà il momento, ti comunicheremo tutti i particolari.»
Con questa rivelazione, la comunicazione telepatica cessò. Doveva bollire, in pentola, qualcosa di grosso e la cosa non faceva che stuzzicare la sua voglia di una vita movimentata: finalmente un po’ di azione e poi…il Brasile, oh sì, il meraviglioso Brasile, nuovamente a portata di mano.